Da Famiglia cristiana del 05/11/2000

CASO ALPI/HROVATIN - Il processo per l’omicidio dei due giornalisti Rai

Un'altra Ustica

Prove e documenti misteriosamente scomparsi, errori nelle versioni ufficiali dell’episodio, tentativi di depistaggio, un testimone ignorato per lungo tempo: un’inchiesta difficile. Anche troppo.

di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari

Dopo sei anni e mezzo di indagini, nessuno degli interrogativi che ruotano attorno all’assassinio dei due giornalisti italiani ha trovato risposta. Fin dall’inizio è stata un’inchiesta molto difficile. Ma anche "sfortunata". Ecco perché.
* Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Sul posto nessuno si preoccupa di fare i rilievi, sparisce un rapporto della Polizia somala e ne compare un altro.

* Sull’aereo militare che riporta le salme dei due e i loro oggetti personali in Italia, vengono rotti i sigilli dei bagagli e vengono sottratti alcuni taccuini e la macchina fotografica di Ilaria.

* Il magistrato di turno, Andrea De Gasperis, non dispone l’autopsia sul corpo della giornalista al suo arrivo a Roma.

* Il generale Fiore, capo della missione militare italiana in Somalia, dà una versione errata dell’intervento dei soccorritori.

* Diversi sono, negli anni, gli episodi di depistaggio tentati da sedicenti testimoni oculari o persone "bene informate" sui fatti.

* Dopo numerose perizie e analisi tecniche che hanno riempito centinaia di pagine, non si sa ancora se la giornalista è stata uccisa da un colpo a bruciapelo o sparato da lontano.

* Solo il 23 aprile scorso emerge un nuovo, sconcertante elemento. Famiglia Cristiana rintraccia un operatore (autore delle prime immagini girate dopo il delitto), mai sentito prima dagli inquirenti: Francesco Chiesa, che rivela che il frammento del proiettile rinvenuto nell’auto dei giornalisti non fu trovato sul sedile posteriore (accanto alla Alpi), ma su quello anteriore, dove si trovava Hrovatin. Sono da rifare anche le perizie?

«Dopo anni di indagini, la Procura di Roma torna al punto di partenza, con una sola differenza: allora si parlava di omicidio compiuto da integralisti islamici, oggi si tratta di una vendetta contro gli italiani. La verità sulla morte di nostra figlia ci sembra ancora lontana». Giorgio e Luciana Alpi commentano amaramente l’ultimo capitolo di questa vicenda.

Il 15 ottobre, poco prima del processo d’appello contro Omar Hashi Hassan, accusato di essere uno dei killer ma assolto in primo grado, il Corriere della Sera rivela quella che sarebbe la pista seguita dagli inquirenti nell’inchiesta, ancora in corso, per individuare i mandanti dell’omicidio: una vendetta dei somali contro gli italiani per l’attacco al check-point Pasta, il 2 luglio 1993.

Secondo il quotidiano, alla base di questa ipotesi ci sarebbe un rapporto segreto, trovato dalla Digos di Roma al ministero della Difesa, a firma del generale Bruno Loi. L’allora comandante del contingente italiano in Somalia, in aula, smentisce: il rapporto è vecchio, non è segreto ed è inverosimile che i somali cercassero vendetta per quei fatti. «Ci sembra che la dichiarazione di Loi sia tranciante: la vendetta somala non ha senso», dichiarano i coniugi Alpi.

Molto lavoro per nulla, dunque. Sei anni di indagini, condotte da tre diversi magistrati; un processo contro uno dei presunti killer finito con un’assoluzione (l’appello, richiesto dal pubblico ministero, è in corso proprio in questi giorni e sta dimostrando la debolezza dell’impianto accusatorio); un’inchiesta bis per individuare i mandanti che sembra ancora brancolare nel buio: perché?

Non esiste risposta. Vi sono, però, molte "sfortunate coincidenze". Nei primi due anni, per esempio, l’inchiesta va a rilento. Solo il 20 marzo 1996, quando passa a Giuseppe Pititto, cambia velocità. Il nuovo magistrato chiede la riesumazione del corpo e l’autopsia. Nel giugno ’96, si reca nello Yemen per interrogare il sultano di Bosaso (intervistato dalla Alpi su un sospetto traffico d’armi fatto dalle navi della Shifco), che iscrive nel registro degli indagati. Interroga anche l’ingegner Mugne, potente uomo d’affari amico di Siad Barre e Bettino Craxi, cui nulla sfuggiva della Cooperazione, a capo della Shifco.

Pititto sembra essere su una pista precisa, in parte tracciata dalle informative della Digos di Udine, che utilizza una rete di fonti confidenziali. In collaborazione con gli inquirenti friulani, Pititto organizza l’arrivo in Italia di due testimoni oculari, ma due giorni prima dell’interrogatorio l’inchiesta viene avocata dal procuratore capo di Roma Vecchione, che l’affida al sostituto Franco Ionta.

L’esonero di Pititto non è indolore: il magistrato accusa il suo capo di aver utilizzato un pretesto. Un ispettore del ministero di Grazia e Giustizia gli dà sostanzialmente ragione e la questione finisce all’esame del Consiglio superiore della magistratura che, a metà novembre, dovrebbe decidere in merito a un’eventuale incompatibilità ambientale di Pititto a Roma. Ma anche la Procura di Perugia sta valutando la vicenda, per appurare se ci siano aspetti penalmente rilevanti.

«Invece che su Pititto, i riflettori andrebbero puntati su Salvatore Vecchione», dichiara l’onorevole Vincenzo Fragalà di Alleanza nazionale, già autore di un’interpellanza parlamentare con un centinaio di colleghi di tutte le forze politiche. «Ho sollecitato il ministro della Giustizia perché esamini la posizione della Procura di Roma, alla luce anche del caso Alpi-Hrovatin».

Tra una polemica e l’altra l’inchiesta va avanti. Siamo nel luglio del 1997. Il sostituto procuratore Ionta decide di avvalersi della Digos di Roma e non rinnova il mandato a quella di Udine.

Nell’ottobre del 1997 arriva in Italia Ali Rage, detto Jelle, un autista somalo che dichiara di essere testimone oculare del delitto e di conoscere i nomi degli assassini. La deposizione è irta di contraddizioni, ma l’uomo viene preso sul serio, prima di tutto dall’ambasciatore Cassini, che è in Somalia per occuparsi delle presunte violenze commesse dai militari italiani.

Il 12 gennaio 1998, sull’aereo che porta in Italia le vittime delle violenze, ci sono anche Jelle, l’autista della Alpi, e Omar Hashi Hassan, detto Faudo. Hashi viene in Italia per denunciare una violenza subìta, e si trova invece indicato come killer del duplice omicidio. La testimonianza dei due somali, però (e quello principale, Jelle, si rende addirittura irreperibile, non presentandosi al processo), verrà giudicata contraddittoria dalla giuria che, il 20 luglio 1999, assolverà Hashi.

Nel corso del processo di primo grado emergono elementi nuovi. Giancarlo Marocchino (il chiacchierato imprenditore che prestò i primi e unici soccorsi a Ilaria e Miran) dice di aver parlato con uno dei killer, ma nessuno lo costringe a rivelarne l’identità. Un’altra teste, Faduma Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, amica di Ilaria Alpi, rivela che la giornalista, nei giorni precedenti alla morte, aveva parlato con lei di traffici di rifiuti tossici che avrebbero avvelenato la Somalia. La cosa finisce lì.

Anche le intercettazioni della Procura di Asti, che stava indagando su Marocchino, vengono forse sottovalutate: in quelle telefonate, Faduma Aidid, figlia del generale a capo di una delle più potenti fazioni somale, fa nomi e cognomi di presunti mandanti, chiamando in causa anche alcuni uomini del Sismi. La donna rifiuta l’interrogatorio in aula, ma pochi giorni fa, su richiesta dell’avvocato della famiglia Alpi, Domenico D’Amati, è stata ascoltata nel corso di un incidente probatorio, finito tra gli atti del nuovo processo. Faduma conferma le sue affermazioni, che – dice – sono frutto di un suo convincimento. Ammette, invece, l’esistenza di un traffico di rifiuti radioattivi e armi. Perché non approfondire queste piste?

Gli inquirenti, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, accreditano invece la pista della vendetta contro gli italiani.

Proprio quella che l’avvocato D’Amati definisce un «depistaggio».
Annotazioni − n. 44 (segue)

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