Da www.pinoscaccia.rai.it del 16/12/2003

Chi ha ordinato la morte di Ilaria Alpi?

di Pino Scaccia

Troppa gente sa ormai che sono qui. "Dai, di corsa" mi ripete, "Torniamo al sicuro”. Il problema è che qui posti sicuri non ce ne sono perchè chiunque può venderti, rapirti, ucciderti per far soldi o per umiliare la tribù che ti protegge. Rischiare la vita per raccontare.

I cinquanta chilometri dall’aeroporto in città sono stati pieni di paura. Questo è un Paese in guerra, una guerra civile lunga tredici anni, rabbiosa, senza sbocchi. L’unica legge qui si chiama proprio “legge” che in somalo significa pedaggio. Fanno check-point improvvisi e chiedono soldi per passare in quello che ritengono il loro territorio.

Cinque uomini si autoproclamano presidenti, ma sono almeno dieci quelli che comandano. Senza contare i signori della guerra, che non sono politici ma imprenditori, che certo non vogliono la pace. Fanno troppi soldi con i morti. Per non dire di quelli che li fanno con la disperazione.

In un solo giorno che sto qui già sento di poter raccontare molto. E’ piu’ rischioso di quello che pensavo e le condizioni di vita sono peggiori di Kabul. Il vero pericolo, un’insidia neppure troppo sotterranea, è l’esplosione di islam. Ho gia’ visto molte donne con il burka. E’ una terra con mille problemi ma per aiutarla non si da dove cominciare, perchè il problema sta dentro di loro.

Ripenso a Palmisano, a Ilaria Alpi, a Miran Hrovatin.

Oggi ho intervistato intellettuali, pacifisti somali, italiani coraggiosi che hanno messo su un’industria farmaceutica e anche uno che dice di sapere tutto sulla morte di Ilaria. Yahya Amir, professore universitario, già interrogato dai magistrati italiani. “I signori della guerra hanno deciso di ucciderla perchè sapeva troppo dei loro affari: armi, droga, rifiuti tossici. Non solo. La giornalista italiana sapeva pure con chi facevano affari questi signori. Un omicidio su ordinazione. L’ho gia’ detto alla Digos”. Poi va via. Non ha detto niente, ma è convinto di avere anche detto troppo.

CHI HA ORDINATO LA MORTE DI ILARIA ALPI

Oggi Muhammud ha deciso di rinforzare la scorta . “C’e’ una brutta aria in centro”, mi dice. Esco dall’albergo e vedo almeno trenta miliziani armatissimi addetti alla mia sicurezza e mi sento tranquillo. Poi passa un convoglio. Almeno duecento uomini. Su un’auto e’ caricato uno stinger anticarro, poi vedo passare anche un bazooka. Capisco che da queste parti e’ tutto relativo: c’e’ sempre uno piu’ forte e mi risento non tanto tranquillo. Khalid mi rassicura: “Solo un mostrare i muscoli. Quello era un signore della guerra e ha fatto quel giro per dimostrare agli avversari la sua forza. Di noi non gli interessa niente”. Menomale.

Infilarsi nei mercati non e’ mai piacevole. Ci urlavano tutti, ci guardavano male. Rischioso fare una foto a una donna. Qui indossano quasi tutte il burka, solo che e’ di colori diversi e poi non e’ come a Kabul: la faccia resta scoperta. “Gall” continuano a urlare. Che significa? chiedo a Khalid. “Infedele! Ma non perche’ siete bianchi, perche’ non siete mussulmani. Anch’io sono un infedele perche’ da dieci anni vivo da voi, in Europa”.

Oggi ho intervistato intellettuali, pacifisti somali, italiani coraggiosi che hanno messo su un’industria farmaceutica e anche uno che dice di sapere tutto sulla morte di Ilaria Alpi. Yahya Amir, professore universitario, gia’ interrogato dai magistrati italiani. “I signori della guerra hanno deciso di ucciderla perche’ sapeva troppo dei loro affari: armi, droga, rifiuti tossici. Non solo. La giornalista italiana sapeva pure con chi facevano affari questi signori. Un omicidio su ordinazione. L’ho gia’ detto alla Digos”.

Nel pomeriggio vado a Ell Ma’an, il porto naturale. Intervisto il comandante della capitaneria che mi assicura: “Qui passano solo automobili e generi alimentari”. Faccio qualche metro e vedo il fantasmagorico scarico a mano dalle navi fino ai camion. Non ho visto armi, ma quelle dicono che passino di notte, come i rifiuti tossici. Ho visto droga pero’. Qui la chiamano chat. La vendevano al mercato, tranquillamente. E la compravano tutti, anche i bambini.

Torniamo in albergo rigorosamente prima del buio. Mi consigliano ancora una volta di rinchiudermi nella stanza, di non affacciarmi. Vado pero’ sul terrazzo. Catturo un gabbiamo nel cielo di Mogadiscio che vola sopra edifici devastati dalla guerra. Giuro: passa piu’ volte sopra la mia testa. Non lo so, ma ho l’impressione che mi chieda di portarlo via dall’inferno. Non sa che basta seguirmi ma che il suo destino, come il mio, e’ comunque segnato. Una vita balenando in burrasca.

(Tranquilli, non sono pazzo. Adesso riesco a trasmettere dall’albergo, sto al sicuro. Stasera c’e’ una grande confusione. C’e’ una cerimonia di nozze. Si sente musica sopra. Gli uomini stanno a un piano, le donne a un altro. Strana festa. Meglio le nostre).

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