Da Ecoinformazioni del 01/05/2004

L’informazione negata: dal caso Ilaria Alpi alla guerra

di Barbara Battaglia

Sappiamo o non sappiamo cosa succede realmente nel mondo? E di chi è la colpa di questa assenza di verità? Queste le premesse dell’incontro L’informazione negata: dal caso Ilaria Alpi alla guerra, promosso venerdì 16 aprile a Crevenna di Erba dal Circolo Ambiente di Merone e dall’associazione Telaio del cielo, in un simbolico tributo a chi per la verità è morta: Ilaria Alpi, nel decennale del suo assassinio. (da ecoinformazioni) Se Ilaria Alpi non avesse creduto nella possibilità di dire la verità, di far sapere agli italiani cosa stava realmente accadendo in Somalia, forse, non sarebbe nemmeno stata uccisa. Invece dieci anni fa la sua sete di informazione trasparente, in qualche modo, è stata punita. Per questo, per parlare di informazione negata, oggi, a dieci anni dall’omicidio della giornalista Rai, il Circolo Ambiente di Merone, insieme all’associazione Telaio del cielo, ha scelto di partire dall’esperienza della Alpi per sviluppare il discorso insieme a due giornalisti, Bruno Perini de Il Manifesto e Roberto Festa di Radio popolare, nell’incontro promosso venerdì 16 aprile a Erba: L’informazione negata: dal caso Ilaria Alpi alla guerra. L’appuntamento si è aperto con la proiezione di un filmato tratto da Veleni di stato, una puntata del programma di RaiTre Primo piano, dedicato all’indagine sulla mala cooperazione internazionale che Ilaria Alpi stava conducendo prima di essere ammazzata in Somalia. Un esempio, quello della giornalista Rai, ancora più attuale se possibile nei giorni in cui l’informazione assume un valore forte, nei giorni della guerra in Iraq. «La prima vittima in tempo di guerra - ha spiegato Roberto Fumagalli, presidente del Circolo Ambiente Ilaria Alpi, introducendo l’incontro - è sempre la verità. La guerra è l’esempio lampante di negazione dell’informazione». Perché in guerra, si sa, é tutto lecito. Anche le veline scritte e filmate dai militari e consegnate ai media. Ma non solo i modi di fare informazione in questo periodo di guerra sono discutibili; il punto sono soprattutto i contenuti, in questo clima di conflitto infinito. «Forse la guerra è iniziata nell’aprile 2003, quando l’informazione dichiarava l’occupazione e la vittoria della coalizione Usa. Forse siamo stati presi in giro». Fatta eccezione per la stampa non allineata, come Il Manifesto e Radio popolare, come spiega Gianpaolo Rosso, codirettore di ecoinformazioni e moderatore dell’incontro, che ha portato poi l’emblematico esempio dello strillo di un quotidiano locale, all’indomani dell’attacco alle Torri gemelle, con la dichiarazione del vescovo di Como: «Non porgiamo l’altra guancia, facciamo tacere i terroristi». Certo è che se l’informazione non fosse un potere forte della società contemporanea non si potrebbe parlare neanche dei suoi “lati oscuri”. «La dimensione simbolica è importante, - dichiara Roberto Festa, giornalista di Radio popolare - soprattutto in una democrazia che deve avere un controllo forte dell’opinione attraverso l’informazione». L’uso dei media in modo strategico ha radici lontane, insite nelle guerre mosse negli ultimi decenni. «La propaganda non l’hanno inventata i nazisti ma gli inglesi nella Prima guerra mondiale. Nacque infatti in quegli anni un rapporto apposito che doveva in qualche modo denigrare, mettere in cattiva luce i tedeschi, per esempio diffondendo la notizia falsa secondo la quale il kaiser avrebbe ordinato la tortura dei bambini di tre anni. Negli Stati uniti accadde una cosa simile, così come racconta Orwell in 1984. Dopo Pearl Harbor, per esempio, i militari bloccarono la telefonata di un inviato americano al suo giornale sminuendo ed omettendo parte delle perdite avute in termini di morti e danni materiali». È da una sconfitta “storica” degli Stati Uniti che nasce e si sviluppa una cultura dell’informazione di guerra, intesa come strumento trainante del conflitto. «Il modello a cui siamo ancora legati in materia di informazione di guerra è il Vietnam. Nel quadro di questo conflitto, infatti, vi furono dei grandi errori di comunicazione da parte del governo Usa». Perché è importante il Vietnam dal punto di vista mediatico? «Il Vietnam è stato perso dagli Stati uniti per colpa della stampa: questa è stata la menzogna che è sempre stata venduta, che è passata. Tutte le guerre successive partono con il terrore che questa cosa di possa ripetere». Gli esempi, come le guerre, non mancano. «Nel 1982 la Thatcher con le isole Falkland: i giornalisti erano armati, una situazione simile ai reporter embedded all’esercito Usa in Iraq. Nella prima guerra del Golfo Dick Cheney, attuale vice presidente Usa, limitò la libertà della stampa: i giornalisti non poterono parlare con i militari, se non previa autorizzazione formale. Solo tre giornali americani citarono il governo Usa in tribunale per questa cosa ma non se ne discusse più, in seguito». Poi vi fu l’Afghanistan, e il consolidamento delle dinamiche di imbavagliamento dell’informazione, fino ad arrivare ai giorni nostri, «alla seconda guerra del Golfo, ai giornalisti incorporati nelle truppe». Gli strumenti, però, si sono affinati, le opportunità di ricerca del vero sono aumentate. «Oggi ci sono forse più possibilità, con tante nuove realtà come le agenzie di stampa e internet. L’informazione oggi la si cerca e la si trova». Chi fa informazione altra non naviga in buone acque, come sottolinea Bruno Perini, giornalista de Il Manifesto: «L’informazione è un tema che riguarda tutti, non solo gli addetti ai lavori, in una società dominata dai mezzi d’informazione. Per tutti quelli che vanno contro corrente rimanere a galla è difficile». Intanto proprio Il manifesto compie trentaquattro anni il prossimo 27 aprile. «Penso che quella de Il manifesto sia un’esperienza irripetibile. Le realtà contro corrente fanno una vita durissima: perché c’è sempre il rischio dell’omologazione, dato dal fatto che bisogna stare sul mercato e contemporaneamente fare informazione alternativa. Oggi, poi, fare un quotidiano costa tantissimo». E per mantenere l’indipendenza bisogna fare sacrifici. «Al Manifesto lo stipendio di un giornalista di media esperienza è la metà rispetto a quello di un giornalista dello stesso livello in qualsiasi altro giornale quotidiano nazionale. Siamo un giornale povero ma che ha saputo preservare l’autonomia di giudizio: possiamo sbagliare ma nessuno ci ha suggerito quello che diciamo». Dal 27 aprile ci sarà un restyling del quotidiano comunista, con l’avvio di una politica di promozione e due grandi novità. «La prima è un’inchiesta in più ogni giorno, la seconda è la pagina dei racconti, con due giornalisti che risponderanno alle lettere dei lettori. Inevitabilmente in questo periodo entrambi i due nuovi elementi riguarderanno la guerra». Guerra e ancora guerra. «Ma dobbiamo parlare d’ informazione negata in tempo di guerra e in tempo di Pace». Un tema caldo, quello delle comunicazioni, diventato un cavallo di battaglia a destra come a sinistra. «Gran parte degli investimenti è per le telecomunicazioni; è un settore decisivo, strategico. Il controllo delle telecomunicazioni è sinonimo di controllo delle “teste”, del consenso, del potere. Rispetto a questo dovremo essere particolarmente preoccupati. Viviamo in un Paese in cui c’è un signore che è al governo e controlla l’informazione più “preziosa”, la televisione». Poche persone leggono la carta stampata, come testimoniato da Perini: «in una conferenza in un liceo milanese, quando chiesi quanti fossero i lettori di quotidiani, alzarono la mano in cinque». La televisione resta così il medium preferito dagli italiani. «In tempo di guerra le televisioni mandano messaggi molto più sofisticati della stampa, molto più rapidi. L’utente televisivo non si accorge che alcune notizie non sono state date». Una soluzione possibile, anche se espressa con non molta convinzione, potrebbe essere quella di riunire gli sforzi dell’informazione alternativa. «Gli esperimenti come Radio popolare e il Manifesto, potrebbero comunque rappresentare una grande forza d’urto, se la sinistra lavorasse insieme…» Da un migrante intervenuto dal pubblico è arrivata la denuncia dei rischi dell’informazione “di massa” in tempi di guerra: «I media non devono creare pericoli. Perché un terrorista è un nemico di tutti. L’informazione negata è pericolosa, e lo è anche per la cultura italiana, per i giovani italiani». Un pericolo confermato anche da Perini. «“Terrorismo = Islam” è un’equazione molto indotta dalla stampa. L’11 settembre ha fatto effettivamente precipitare la situazione. L’informazione ha avuto la colpa di non raccontare delle cose che accadono nel mondo. Un esempio sotto gli occhi di tutti è l’Africa: se ne parla solo quando ha a che fare con l’occidente». Quale futuro allora per il mondo dell’informazione? «Sono ottimista, credo che comunque non tutto sia controllabile. Ci sono stati dei segnali dopo l’11 settembre, basti pensare alle contraddizioni all’interno della stessa stampa Usa». Oggi, per fortuna, è difficile nascondere una notizia. Cosa si può fare allora? «Difendere le “isole”. E usare l’arma più feroce contro l’informazione di regime: lo spirito critico». Capacità di interpretare, di costruirsi una propria chiave di lettura della realtà sembra essere la risposta condivisa da Festa. «Occorre un atteggiamento laico, di distacco da tutta l’informazione. Tutti neghiamo l’informazione, la verità è comunque un’approssimazione». E se la negazione dell’informazione è alla base dell’informazione stessa allora sta al fruitore della comunicazione il compito – arduo – di scegliere le notizie e le letture dei fatti. «Ci si deve creare dei propri percorsi per arrivare ad una verità probabile». Uno degli ostacoli principali dei media è il ruolo, o meglio il potere degli sponsor, che fanno pressione sull’informazione secondo pure leggi di marketing: «è l’opinione media che fa vendere i prodotti». E se i giovani non leggono, forse va fatta un po’ di autocritica. «i media sono noiosi – ha denunciato Festa - Ma non è detto che chi non legge la carta stampata non si informi; ci sono altri mezzi di informazione, più veloci, come internet». Restano i problemi irrisolti di tante, troppe notizie che nessuno dà. «Non solo le informazioni ci vengono riferite in modo distorto – ha concluso Gianpaolo Rosso - ma il problema è anche quello di non avere affatto informazioni su parti della realtà, come accade per l’Africa. La mancanza di informazione, quindi, è un vincolo più forte della censura sull’informazione stessa». Un quadro forse negativo ma contrassegnato da un ottimismo di fondo. Qualche speranza per il futuro c’è, realizzabile non attraverso una sola voce ma attraverso tante fonti, per «moltiplicare i soggetti che danno le informazioni». Anche perché da Genova in poi, con i movimenti che “si sono fatti sentire” , leggere e ascoltare, qualcosa è cambiato.

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