Da Nigrizia del 18/03/2004

Non ci sono mandanti, ma…

Quante verità ci sono attorno alla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Quante domande senza risposte? Quante zone grigie?
Nigrizia, l'autorevole rivista dei missionari Comboniani, nel numero del 1 marzo 2004, ricorda Ilaria Alpi con due interviste di Diego Marani e ai genitori di Ilaria Alpi e a Fulvio Vezzalini, che nel marzo 1994 era capo ufficio dell’intelligence della missione Onu in Somalia.

di Diego Marani

Nel marzo 1994 era capo ufficio dell’intelligence della missione Onu in Somalia. Oggi non evita di parlare di traffici di armi, munizioni e rifiuti tossici e ruolo dei servizi segreti. «Perché allora eravamo in guerra». «Non esistono mandanti. Ilaria Alpi era una giornalista scaltra ma improvvida; è stata sfortunata, si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato». Fulvio Vezzalini oggi è generale dell’esercito in congedo (dal 1996). Nel marzo 1994 era capo ufficio intelligence di Unosom II e per un breve periodo ha anche svolto le funzioni di capo di stato maggiore. «Non ero dunque agli ordini del contingente italiano, anche se avevo molti contatti e quotidiani scambi di informazione con i responsabili dei servizi segreti italiani. Le informazioni andavano continuamente verificate, anche perché il somalo ti dice tutto quello che vuoi: basta pagarlo». Nato nel 1939, in Somalia ha trascorso anni durante l’amministrazione fiduciaria italiana (dal 1950 al 1960) - «quelli più belli» - che sembra ricordare con nostalgia. Ci è ritornato un paio di volte «per motivi umanitari» dopo il suo congedo. In questi dieci anni ha sempre negato l’ipotesi del complotto, consapevole di essere spesso una «campana stonata» nel coro di chi parla di esecuzione o di omicidio politico, soprattutto in certi momenti e in quegli ambienti che lui definisce «ideologicamente schierati». Oggi non ha cambiato idea sulla dinamica della morte della giornalista e del cameraman, ma ritiene «verosimili» scenari e ipotesi quantomeno ancora tutti da chiarire.

È vero che lei ha dichiarato: «Sulla morte di Ilaria parlerò solo quando sarò in pensione»?

È vero, e quella frase – detta in via non ufficiale a una giornalista – mi ha causato non pochi problemi, anche perché riportata fuori dal contesto: è stata l’inizio della fine della mia carriera. È anche vero che sono stato impreciso nella descrizione dei fatti in un’audizione della precedente commissione d’inchiesta parlamentare bicamerale, essendomi trovato di fronte a un ambiente e un uditorio che non mi aspettavo. Ma è stata la prima e l’ultima volta che mi sono fatto trovare impreparato.

Perché continua a ritenere Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vittime di un’imboscata e non di un omicidio premeditato?

Per la ricostruzione fatta dai miei uomini più fidati immediatamente dopo l’incidente. Per le testimonianze che ho raccolto. Per le foto che ho visto dei cadaveri. Anche io sono stato vittima di un’imboscata in Somalia, così come tantissimi altri. Gli attacchi non erano personali: erano un modo per ottenere materiali fotografico, attrezzature, giubbetti antiproiettili da scambiare con armi, auto da trasformare in “tecniche”, ostaggi da cui ottenere un riscatto (anche se nessuno ha mai ammesso ufficialmente che gli ostaggi venivano liberati dopo il versamento di grosse cifre in dollari). Ho dimostrato anche davanti ai magistrati inquirenti che Ilaria non è stata uccisa da un colpo esploso a bruciapelo: non esiste un foro di uscita del proiettile né proiettile né alone di bruciatura attorno al foro di entrata. Con probabilità assai alta, è stata colpita da un proiettile di Ak 47 o meglio da una sua grossa scheggia. Dunque è stata una sparatoria a distanza, non un’esecuzione da vicino. Sono consapevole che molti però non condividono questa mia tesi.

Che cosa sa dei taccuini mancanti nel bagaglio di Ilaria Alpi?

È molto probabile che nel viaggio Mogadiscio-Luxor-Roma uomini dei servizi abbiano rovistato tra le sue cose e si siano tenuti alcuni dei suoi taccuini; non li hanno restituiti per evitare una pessima figura, non perché contenessero chissà quali rivelazioni. Certo, fino a quando non salteranno fuori ci sarà sempre qualcuno che potrà sostenere il contrario.

Conosceva Vincenzo Li Causi? Cosa pensa della sua morte?

Non ho ricordi sufficientemente nitidi e precisi di miei eventuali contatti con Li Causi per rispondere a queste domande. L’impressione però – ma è solo la mia opinione personale - è che non sia stato ucciso in modo premeditato.

È vero che dal 1991 Li Causi andava regolarmente in Somalia? Che cosa pensa del fatto che lui fosse collegato al traffico di armi e che potesse essere una fonte di Ilaria Alpi?

L’ho sentito dire, ma non posso provarlo direttamente. In Somalia si poteva andare per alimentare un commercio più o meno lecito di armi e soprattutto di munizionamento. È normale pensare a simili traffici. Le armi arrivavano in Somalia: via terra attraverso i confini con il Kenya con l’Etiopia e soprattutto via mare. Chiunque inoltre può entrare in Somalia: basta avere un aereo. A noi può risultare amorale o immorale pensare in questi termini di traffici illeciti, ma in zona di guerra (o di guerriglia) è normale. In Somalia si poteva andare anche per creare le basi e i contatti con persone in grado di assicurare, una volta finita la guerra, commerci leciti. La guerra è guerra: è troppo facile ricostruire i fatti ed emettere giudizi netti a posteriori. In guerriglia tutto è lecito. E anche il contrario di tutto. Dopo tanti anni si può dire di avere forse sostenuto in certi casi le fazioni o le persone sbagliate in maniera più o meno illegale. In quel momento però la situazione era tutt’altro che semplice e lineare. È un ipotesi verosimile che Li Causi fosse in qualche modo collegato al traffico di armi e munizioni. Non posso né escluderlo né affermarlo. Bisognerebbe anche confermare e dimostrare le inchieste giornalistiche: non basta accostare fatti isolati per dimostrare le connessioni. Lascio questo mestiere ai giornalisti investigativi e ai giudici. Anche per ciò che riguarda la Shifco molte delle ipotesi fatte sono verosimili: ma occorre dimostrarlo. In ogni caso però mi fa ridere chi ha voluto indicare Omar Mugne (collegato alla Shifco, ndr) tra i possibili mandanti della morte di Ilaria. Mi fa ancor più ridere chi ha nominato Giancarlo Marocchino. Mi sembra infine molto difficile sostenere un contatto diretto tra Li Causi e Ilaria Alpi. Dove andava lei non andava sicuramente lui.

Che cosa pensa della ricostruzione compiuta da Franco Oliva nel suo libro?

Fantapolitica. E qui mi fermo.

Ha mai avuto contatti con il maresciallo Marco Mandolini?

No, mai.

Come valuta il libro di Scalettari, Carazzolo e Chiara e la loro inchiesta giornalistica sul traffico di rifiuti tossici/armi/cooperazione?

È molto probabile che ci siano stati grossi stoccaggi di rifiuti tossici di ogni genere provenienti dall’Europa nel nord desertico della Somalia, in cambio di dollari o direttamente di armi. Alcune fonti a Mogadiscio mi avevano confermato la possibilità di realizzare cifre molto alte nel trasporto di “sostanze pericolose”. Al tempo della missione Unosom però questi movimenti di rifiuti tossici e di armi erano movimenti “coperti” in altro modo e passavano - diciamo così – inosservati. Forse ad alti livelli, a livello governativo qualcuno era a conoscenza del quadro generale: a livello operativo sicuramente no. Avevamo altro a cui pensare: la sopravvivenza quotidiana.

Ha mai sentito parlare del progetto "Urano" o di Giampiero Sebri?

Mai. Né “Urano” né “Sebri”.

Come valuta l’operato dell’intelligence Usa in Somalia?

Funzionava male. Avevano una grandissima mole di informazioni e grandi materiali: non avevano – a mio avviso - la capacità di sintetizzarle e di trarne un giudizio aderente alla realtà. Erano carenti di quella smaliziata furbizia - diciamo così - e di quella conoscenza del territorio e delle persone necessaria per interpretare nel verso giusto certe informazioni. Sono abituati a lavorare a comparti stagni.

Ha visto il film "Il più crudele dei giorni"? Che cosa pensa della frase che il sultano di Bosaso rivolge a Ilaria, “perché lei fa tutte queste domande, non è mica del Sismi”; è l’unica volta che il Sismi viene nominato in tutto il film.

Mi sembra impossibile sostenere che nella morte di Ilaria Alpi ci sia stata una cospirazione per coprire eventuali pezzi deviati del Sismi. Sono rimasto un po’ nauseato da quella ricostruzione travisata del ruolo dei servizi. Anche ammesso – cosa tutta da dimostrare – che Ilaria avesse scoperto qualcosa di gravissimo a Bosaso, come sarebbe stato possibile organizzare da oltre mille chilometri di distanza un attacco così ben congegnato a Mogadiscio in pochissime ore?

Ha conosciuto in Somalia Sid Ali Abdi (conosciuto anche come Ali Abdi Mohamed), autista di Alaria Alpi, assassinato a Mogadiscio il 13 settembre, principale accusatore di Omar Hashi Hassan, unico colpevole sinora per la giustizia italiana?

Sapevo che era stato spesso un autista di giornalisti italiani in Somalia. L’ho incontrato anche a Roma durante il processo. Credo che chi lo ha rimandato indietro, avrebbe dovuto invece inviarlo in qualche altro paese europeo che potesse accoglierlo come profugo. È probabile – anche se non posso dimostrarlo - che gli ambienti sia dei servizi sia diplomatici che lo hanno fatto venire in Italia gli avessero promesso qualche ricompensa in cambio della sua deposizione per incastrare Hashi (io non credo sia lui l’uomo che ha sparato, anche se è probabile che sia coinvolto nell’assalto). Tornare a Mogadiscio, per lui era come essere un uomo già morto.

Come dovrebbe lavorare la commissione inchiesta parlamentare e su che cosa dovrebbe indagare?

Distinguere la dinamica dei fatti che hanno portato alla tragica morte di Ilaria Alpi dal contesto; dal traffico di armi, dai signori della guerra locali che per rifornirsi vendevano di tutto agli stranieri: oggi si parla di rifiuti tossici, ma chi parla per esempio dello scempio che compiono i pescherecci di paesi orientali delle risorse ittiche lungo le coste somale? Anche i fondali ormai sono diventati una pattumiera… E chi parla oggi degli interessi geostrategici sui giacimenti petroliferi somali?

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