Da Liberazione del 11/02/2004

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a dieci anni dal loro assassinio

di Sabrina Delizia

«Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio. La giornalista del "Tg3" Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni».

E' il 20 marzo del 1994, la notizia è firmata da Remigio Benni, corrispondente dell'Ansa a Mogadiscio e viene diffusa in Italia alle 14 e 43. Un breve "lancio" d'agenzia che annuncia il duplice omicidio. Un breve lancio d'agenzia che letto a distanza di dieci anni ricorda quanto sia potente la macchina dei depistaggi che tiene ancora sotto cenere la verità sul duplice omicidio.

Perché Marocchino si trovava a pochi passi dall'esecuzione di Ilaria e Miran Hrovatin? Un italiano che in Somalia era conosciuto come uomo del Sismi. E perché uomini dei servizi hanno rovistato tra le cose di Ilaria nel viaggio Mogadiscio-Luxor sottraendo alcuni dei taccuini? Come racconta a Nigrizia, nel numero di marzo, Fulvio Vezzalini, oggi generale in congedo, ma nel '94 capo ufficio intelligence di Unisom II e che per un breve periodo ha svolto anche funzioni di capo di stato maggiore. Che dire delle tante morti, non proprio accidentali, connesse alla presenza italiana in Somalia? Come quella del maresciallo Vincenzo Li Causi che aveva più volte ascoltato la stessa Ilaria, ucciso in un agguato, oppure quella del paracadutista Marco Mandolini caposquadra del generale Bruno Loi in Somalia, ucciso a Livorno nel '95. Ed è in questo quadro che si ascrive il colpo di scena che si è verificato martedì sera durante le audizioni della Commissione d'inchiesta parlamentare per la morte di Ilaria e Miran presieduta da Carlo Taormina.



Il presidente ha infatti tirato fuori dal "cappello magico" un documento scomparso da anni: il referto medico del corpo della giornalista stilato sulla nave militare Giuseppe Garibaldi poco dopo la sua morte. Il referto è stato esibito nel corso dell'audizione di Guido Calvi, ex avvocato della famiglia Alpi al primo grado di giudizio del processo. Il contenuto del referto era noto, ma di esso si erano perdute le tracce, nemmeno al processo è mai stato esibito. In esso, riferendosi al capo di Ilaria, viene descritta una «imponente emorragia», un «foro di entrata stellato» del proiettile, al quale non corrisponde «nessun foro di uscita».

Il documento - come osserva l'Ansa - è importante non solo perché dovrebbe essere il primo esame medico ufficiale fatto sul corpo della giornalista del Tg3, ma perché è il primo della serie che sosterrà la tesi di un colpo sparato «a contatto» (come appunto testimonia la tipica forma a stella) da un'arma a canna corta, cioè una pistola. Per Calvi questo rappresenta «una ulteriore prova» contro i risultati della superperizia fatta in sede dibattimentale in primo grado, che propendevano per il colpo sparato da distanza da un'arma a canna lunga. Superperizia che decretò che ad uccidere Ilaria era stato un colpo sparato a grande distanza da un'arma a canna lunga, al contrario di quanto sostenevano altre perizie. Gran parte dell'audizione di Calvi si è svolta proprio su questo elemento, perno del processo in Corte d'Assise, che si concluse con l'assoluzione dell'unico imputato, il somalo Hashi Omar Hassan.

L'altra tesi, quella di un colpo sparato «a contatto», smontava l'accusa ed i sospetti che si sarebbero concentrati proprio sull'autista di Ilaria e Miran, Ali Abdi, la persona più vicina ai due e quindi colui che avrebbe potuto facilmente ucciderli. L'autista è stato a lungo in Italia dove aveva vissuto con i sovvenzionamenti della Digos, poi tornato in Somalia è morto dopo qualche mese. Calvi non si è spinto ad accusare l'autista, come ha fatto nelle scorse sedute uno dei due avvocati di Hassan, Douglas Douale, ma ha parlato di «timore di un capro espiatorio» riferendosi ad Hassan, di una superperizia «inaccettabile» e di vari aspetti «inquietanti» come «la scomparsa delle cassette, il foglietto con numeri di telefono scritti da Ilaria conservato dalla dirigenza della Rai e consegnato alla magistratura circa un anno più tardi e lavato dalle macchie di sangue, e tanti altri fatti strani». Valutazioni che portarono Calvi a non concludere la sua arringa come parte civile al processo di primo grado. Tecnicamente però, la scelta di non concludere l'arringa escluse la famiglia dalla possibilità di costituirsi parte civile in seguito. Esclusione che fu causa di un disaccordo tra Calvi e i genitori di Ilaria che si rivolsero ad un altro legale. La Commissione parlamentare ha sentito fino a tarda notte anche il Procuratore militare Antonino Intelisano, il direttore di Liberazione Alessandro Curzi e il giornalista Maurizio Torrealta, all'epoca rispettivamente ex direttore e giornalista del Tg3. Curzi ha ricordato che Ilaria «stava lavorando da tempo su cooperazione e sviluppo, con la sensazione che tra questa e il traffico di armi ci fossero legami». Torrealta, che dopo il duplice omicidio ha fatto tante inchieste giornalistiche sul caso, ha spiegato che la gravità del fatto non era tanto nel traffico di armi dall'Italia alla Somalia, fenomeno risaputo, quanto che questo si svolgesse con navi della cooperazione, finanziate da ministeri italiani. Anche Torrealta, sulla scorta di documenti in suo possesso, ha confermato che Ilaria sarebbe stata uccisa da un colpo sparato a distanza ravvicinata con una pistola. Il giornalista Rai ha infine ricordato che nel viaggio di ritorno delle salme, i sigilli del bagaglio di Ilaria furono violati, così come sparì la sua macchina fotografica e, infine, che Miran avrebbe dovuto avere con sé ben più delle sei videocassette trovate.

Il prossimo 20 marzo sono passati dieci anni e sul duplice omicidio di Ilaria e Miran, la verità resta ancora insabbiata. I lavori della Commissione d'inchiesta parlamentare sono partiti l'11 febbraio scorso e nelle prime audizioni si è scavato intorno al ruolo dei servizi. E come ha ricordato padre Alex Zanotelli, uno dei proiettili che uccise Ilaria era italiano.

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