Da Corriere della Sera del 11/02/2005

Strage di Peteano, la grazia sfiorata

di Gian Antonio Stella

«Perché solo lui?», risponde Roberto Castelli a chi gli chiede come mai si sia sempre opposto alla grazia a Sofri a costo di scontrarsi con Ciampi. E batte e ribatte sempre sullo stesso tasto: «Molti sono dalla parte di Caino, io penso prima ad Abele. Chi sbaglia deve pagare». Tutti? Tutti. Meno uno: Carlo Cicuttini, autore della strage di Peteano. Di cui la Cassazione ha bloccato una richiesta che, appoggiata dal Guardasigilli, avrebbe finito «con l'equivalere alla concessione della grazia».
Ma partiamo dall'inizio. E' la sera del 31 maggio 1972, in tivù c'è Inter-Ajax. Alla stazione dei carabinieri di Gradisca d'Isonzo arriva una telefonata: «C'è una 500 abbandonata con due fori di pallottola».
Una pattuglia corre sul posto, a Peteano. I militari trovano l'auto, qualcuno solleva il cofano. Il boato è tremendo. Quando arrivano i soccorsi per tre dei ragazzi in divisa non c'è più niente da fare. Morti. Donato Poveromo aveva 33 anni, Franco Bongiovanni 23, Antonio Ferraro 31. La moglie Rita piange disperata sotto i flash. Lei e Antonio aspettavano un bambino. Conoscerà suo padre solo dalle fotografie...
Sono passati esattamente 14 giorni dall'uccisione del commissario Luigi Calabresi per il quale verrà condannato Adriano Sofri e le indagini puntano su Lotta continua. Buco nell'acqua. Si spostano sugli anarchici.
Buco. Si spostano ancora sulla malavita.
Buco. E via via passano giorni, mesi, anni. Finché il fascicolo finisce nelle mani di un giovane giudice istruttore veneziano, Felice Casson: «Vedi un po' tu... Archivia...». Invece l'inchiesta riparte, salta fuori una serie incredibile di omertà, complicità e depistaggi che porteranno alla condanna anche di due alti ufficiali dell'Arma.
A distanza di dieci anni dall'esplosione, il magistrato individua gli assassini: sono i neofascisti che pochi mesi dopo l'attentato a Peteano, il 6 ottobre 1972, avevano tentato un assalto a Ronchi dei Legionari per dirottare un aereo con l'intenzione di chiedere duecento milioni di lire e la liberazione di Franco Freda, neofascista in galera per la bomba di piazza Fontana. Un assalto finito nel sangue: Ivano Boccaccio, uno dei tre del commando, era rimasto ucciso. Gli altri due, Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, si eran dati alla latitanza.
Quando partono i mandati di cattura, nel 1982, Vinciguerra è già dentro: condannato per l'attacco all'aeroporto, si è costituito ai carabinieri, ferito, nel 1979. Prima di acciuffare Cicuttini, invece, passano anni e anni. I magistrati sanno bene dov'è: a Madrid, dove si è rifugiato quando Francisco Franco era ancora al potere. Ma l'uomo si è sposato con Maria Fernanda Fontanals, figlia d'un generale franchista. E quando gli mettono le manette, nel 1983, trovandogli carte che mostrano come si dedichi all'import-export di armi da guerra, tira fuori una legge, la 46/1977 con la quale il parlamento spagnolo ha messo una pietra sopra la dittatura del Caudillo concedendo l'amnistia per tutti i reati commessi per fini più o meno politici. Scarcerato.
Casson non si arrende. Dimostra con una perizia fonica che è proprio di Cicuttini, all'epoca responsabile del Msi di San Giovanni in Natisone, la voce anonima che attirò i carabinieri nell'imboscata, rinvia a giudizio per favoreggiamento aggravato il segretario missino Giorgio Almirante (che uscirà dal processo per amnistia) accusandolo con una serie di documenti bancari di avere finanziato il latitante in Spagna (34 mila dollari passati attraverso una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico) perché si operasse alle corde vocali, tenta di nuovo di ottenerne l'estradizione. Niente. Ottiene la condanna all'ergastolo del terrorista con sentenza definitiva e ci riprova. Niente.
Finché, forte della cittadinanza spagnola, Cicuttini prende un po' troppa confidenza con l'impunità. E dopo 26 anni di latitanza nell'aprile 1998, attirato nella trappola dei nostri magistrati che gli fanno offrire un lavoro a Tolosa, cade finalmente nella rete. Arrestato dai francesi, viene estradato e rinchiuso là dove doveva stare anche per la condanna a 10 anni per l'assalto di Ronchi: in galera. Lo stragista, però, non si arrende: «Sono un cittadino spagnolo: ho diritto in base alle convenzioni europee a scontare la mia pena in Spagna». Nel febbraio 2001 il ministero della Giustizia, retto da Piero Fassino, gli risponde: no.
Ovvio: sarebbe subito scarcerato.
Passa un anno e mezzo e il 16 ottobre 2002 il nuovo ministro leghista trasmette alla Procura generale di Venezia la richiesta di promuovere il procedimento per accontentare lo stragista nero «esprimendo parere positivo al trasferimento in Spagna del medesimo Cicuttini». I giudici veneziani rispondono il 10 giugno 2003: no. E spiegano: 1) l'estradizione dell'uomo «è stata reiteratamente negata dalle autorità spagnole». 2) quelle stesse autorità iberiche «hanno altresì disatteso l'obbligo, in alternativa alla concessione dell'estradizione, di promuovere un loro autonomo procedimento penale». 3) il trasferimento in Spagna, con la scarcerazione, darebbe vita a «una condizione di obiettivo privilegio contraria sia all'interesse punitivo del nostro Stato che al principio di uguaglianza rispetto al coimputato Vinciguerra Vincenzo». 4) la magistratura spagnola «ha già statuito che i fatti per i quali il Cicuttini è stato condannato in Italia alla pena dell'ergastolo non hanno più rilevanza penale in Spagna perché rientranti nell'amnistia del 1977». Insomma, chiude la sentenza: c'è la «certezza» (la certezza!) che Cicuttini, se sarà dato alla Spagna «cesserà in tempi brevissimi ogni espiazione di pena». Quindi sarebbe una «concessione della grazia al di fuori della procedura».
Contro il verdetto la difesa dell'ergastolano (di cui fa parte l'onorevole Enzo Fragalà, uomo di punta di An nella Giunta per le Autorizzazioni e nella Commissione Giustizia) fa ricorso in Cassazione accusando la corte veneziana d'essersi «arrogata un potere di discrezionalità che la convenzione non consente». E l'inflessibile Guardasigilli che fa: ritira il suo ok? No. Nonostante il terrorista nero, al contrario di Sofri, abbia fatto 26 anni di latitanza. Nonostante non abbia mai manifestato pentimento. Nonostante sia stato in galera, al momento del clemente appoggio castelliano, solo per 1.641 giorni (poco più della metà di quelli scontati oggi da Sofri) e cioè 547 giorni di cella per ogni carabiniere ucciso. Un po' poco, per un Caino.
Soprattutto se il ministro della Giustizia va in giro attaccando «questa sinistra europea che difende assassini e i latitanti» e tuonando che «i cittadini hanno sete di giustizia e questo vuol dire certezza della pena».
Fatto sta che la Cassazione, sesta sezione penale, presidente Pasquale Trojano, gli dà torto di nuovo. E con la sentenza 1729 non solo respinge la richiesta del neofascista ma spiega che, come giustamente dicevano i giudici veneziani, «il trasferimento all'estero del Cicuttini comporterebbe una sicura vanificazione del giudicato penale» e finirebbe per «equivalere alla concessione della grazia al di fuori della procedura prevista», cioè scavalcando il capo dello Stato. Al che la domanda iniziale va girata a Roberto Castelli: perché solo lui?
 
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