Da Reporter Associati del 13/02/2005

Quella maledetta notte a primavalle...

di Gianni Cipriani

Una cosa va detta subito in premessa: la strage di Primavalle e la morte dei fratelli Mattei è una tragedia che suscita solamente orrore e la condanna morale per gli autori di quel misfatto non potrà mai andare in prescrizione, indipendentemente da ciò che hanno dovuto decidere i giudici, per altro applicando una legge dello stato italiano. Ma proprio perché la tragedia di Primavalle merita rispetto, sarebbe stato assai più opportuno che questa ferita dolorosamente riaperta rappresentasse lo spunto, in positivo, per una serena e seria riflessione sui cosiddetti “anni di piombo” affinché si radicasse ancor di più in questo paese la cultura della non-violenza.

Dal momento che – purtroppo – la violenza politica è qualcosa che ancora si manifesta e trova forme di legittimazione, seppur in misura davvero minore rispetto a trenta anni orsono. Ed è davvero un peccato che un’occasione per far fare all’Italia un passo in avanti sia stata volutamente trasformata dagli ex esponenti del Movimento Sociale in un’occasione di bassa propaganda, nel maldestro tentativo di utilizzare strumentalmente la morte dei Mattei per cancellare o per capovolgere la verità sulla “strategia della tensione” che è parte integrante della storia politica e perfino della storia giudiziaria di questo paese.

Per presentare, soprattutto a chi non ha memoria di quegli anni, una visione del tutto distorta di ciò che sono stati gli anni settanta in Italia e della scia di sangue e di lutti che colpivano da più parti e non solo i militanti dell’estrema destra.

Se dovessimo ricordare piazza Fontana, le stragi del treno Italicus, di Brescia, della stazione di Bologna, il golpe Borghese, le squadre azione Mussolini, gli innocenti uccisi da Ordine Nuovo, Ordine Nero, da Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, dai Nuclei Armati Rivoluzionari, da Terza Posizione, probabilmente bisognerebbe pubblicare un supplemento.

Forse un libro se si dovessero ricordare anche tutte le connivenze istituzionali (processualmente dimostrate) di cui i gruppi neofascisti hanno lungamente goduto grazie al patto scellerato con alcuni apparati “deviati” dello Stato. Tutto ciò che ora si cerca di dimenticare, come ci si dimentica che quegli stessi ambienti politici che ora sbraitano per la “prescrizione” non una sola parola hanno speso per la stessa identica “prescrizione” che due anni orsono ha consentito ad Augusto Cauchi, il capo della cellula neofascista di Arezzo, di ritornare da uomo libero in Italia dopo una quasi trentennale latitanza, durante la quale aveva tra l’altro lavorato per la polizia politica di Pinochet.

Allora nessuna campagna di stampa o trasmissioni televisive in prima serata.

Ma il problema è proprio questo: è accettabile tirarsi in faccia i morti per basse speculazioni politiche? Gli anni di piombo non ci hanno forse insegnato quali siano le conseguenze dell’odio e del rancore? Ecco perché questo clima non mi piace. Si sta meschinamente perdendo un’occasione di riconciliazione sulla verità. Che deve essere accettata anche se talora fa male. Ma la verità non può essere ridicolizzata con ricostruzioni fumettistiche, teoremi e vendette per interposta storia. Non è serio.

Non è rispettoso per chi – per colpa di quel clima – oggi è sotto terra e non può nemmeno più partecipare al dibattito.

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