Da La Repubblica del 19/03/2004

Il 20 marzo '94 morivano la cronista del Tg3 e Miran Hrovatin. Parlano Giorgio e Luciana Alpi l' intervista

Ilaria, i killer, i mandanti dieci anni per la veritÓ

di Giovanni Maria Bellu

ROMA - La loro condizione somiglia molto a quella dei malati che decidono di affrontare il loro male studiandolo. Giorgio e Luciana Alpi in questi dieci anni sono diventati i massimi esperti dell' indagine sulla morte della figlia Ilaria, la giornalista del Tg3 assassinata a Mogadiscio assieme all' operatore indipendente Miran Hrovatin. Era il 20 marzo del 1994, domani è il decimo anniversario di quella tragedia. Sono cambiati gli investigatori, i referenti politici, sono cominciate e finite due indagini parlamentari, una terza è in corso, il "caso Alpi" è entrato definitivamente nella categoria dei "misteri d' Italia": ormai si cerca la verità del fatto nelle ragioni del depistaggio. La domanda non è: «Chi ha ucciso?», ma: «Chi è perché ha coperto gli assassini?». La stessa domanda delle stragi impunite. Nella loro casa romana, dove da anni ricevono deputati e generali, giornalisti e avvocati (e dove conservano il più completo archivio sulla vicenda), Giorgio e Luciana Alpi spiegano quant' è difficile, e a volte rischioso, tenere assieme dolore e razionalità, sofferenza e scienza. «Crediamo - dice Luciana - che nessuno possa aver alcun dubbio sul fatto che Ilaria e Hrovatin sono rimasti uccisi in un agguato: non in una rapina finita male, non in un tentativo di sequestro. Sono stati eliminati perché avevano scoperto qualcosa di molto grave». Su cosa fondate questa convinzione? «Intanto su una certezza medico-legale che ha tardato ad affermarsi a causa della convergenza d' un depistaggio e d' un errore investigativo fondamentale. Poche settimane fa è ricomparso, tra gli atti della commissione parlamentare d' inchiesta sulla morte di Ilaria, il referto stilato dai medici militari subito dopo l' omicidio: diceva a chiare lettere che Ilaria era stata uccisa con un colpo partito da un' arma corta, cioè una pistola, e sparato a bruciapelo. Noi abbiamo saputo dell' esistenza di questo documento in modo casuale, quando erano passati cinque anni dall' omicidio. Ne abbiamo chiesto copia ma ci hanno detto che non si trovava. Questo è stato uno dei primi depistaggi». E l' errore investigativo? «L' incredibile decisione di non effettuate l' autopsia. Abbiamo dovuto sopportare lo strazio di una riesumazione dopo due anni e due mesi dalla morte di Ilaria. Adesso si parla della possibilità d' un nuovo esame medico-legale. Speriamo che non lo facciano~ certo, se sarà necessario~ ma speriamo di no». Quali sono state le conseguenze della scomparsa del referto e della decisione di non eseguire subito l' autopsia? «La conseguenza è stata che l' idea che Ilaria e Miran fossero rimasti vittime di un fatto accidentale s' è diffusa sia negli ambienti investigativi, sia in quelli giornalistici. La nostra ostinazione nel sostenere la tesi della "esecuzione" è stata attribuita al patetico tentativo di due genitori di dare comunque un senso alla morte della loro figlia. Sono stati pochissimi i giornalisti che hanno seguito il caso con convinzione. La Rai ha impiegato più di due anni prima di decidersi a intervenire nel giudizio. La Federazione nazionale della stampa non l' ha mai fatto. Saremmo rimasti soli se non fosse stato per i singoli cittadini, gli amministratori comunali, i dirigenti scolastici che ci sono stati vicini. Decine di vie e di scuole portano il nome di nostra figlia. Sono molte le persone che dobbiamo ringraziare». Molte persone, sembra di capire, poche autorità. «E' così: abbiamo incontrato molte autorità, si sono impegnate a fare quant' era possibile per arrivare alla verità ma, evidentemente, qualcosa gliel' ha impedito». Adesso è al lavoro una commissione parlamentare d' inchiesta ad hoc. Viene dopo quelle sulla cooperazione e sul traffico di rifiuti che hanno incrociato spesso i temi di cui Ilaria si stava occupando in Somalia. «Ci sembra che la commissione presieduta da Carlo Taormina abbia cominciato bene. Sono stati già sentiti parecchi testimoni, è saltato fuori il referto medico scomparso. Abbiamo l' impressione che si stia veramente indagando sui mandanti». Perché voi non avete dubbi sul fatto che esistano dei mandanti. «Non ne abbiamo perché lo dicono i risultati delle indagini fino a ora svolte. Una fonte somala giudicata "attendibile" dai vertici dei nostri servizi segreti ha addirittura fornito l' elenco coi loro nomi. E quando i magistrati hanno chiesto di rivelare il nome di questa fonte, è stato opposto il segreto di Stato. Anche dal governo in carica. Ma il fatto più grave è che i nostri servizi segreti ebbero immediatamente elementi per collegare l' omicidio di Ilaria e Miran all' inchiesta che stavano svolgendo in Somalia. Però preferirono nascondere l' informazione. Tra i tanti, è forse il depistaggio più grave». Emerse nel processo di primo grado contro il giovane somalo Hashi Omar Hassan, condannato con sentenza definitiva a 26 anni di reclusione come componente del commando omicida. «Della colpevolezza di quel ragazzo non siamo mai stati convinti. D' altra parte lo stesso giudice di primo grado, nell' assolverlo, lo definì "capro espiatorio". L' aspetto più importante di quel processo non fu l' accusa contro Hashi Omar Hassan ma la scoperta d' un rapporto inviato il 21 marzo del 1994, cioè il giorno dopo l' agguato, da Alfredo Tedesco, un agente del Sismi operante a Mogadiscio, alla sede centrale di Roma. In quel rapporto si diceva che Ilaria aveva subito minacce di morte cinque giorni prima a Bosaso, la città somala dove era andata per indagare sui traffici di rifiuti. Quella frase fu cancellata e sparì del testo definitivo. Non solo: il Sismi sostenne la falsa ipotesi d' un agguato ordito dai fontamentalisti islamici». Considerate i nostri servizi responsabili del depistaggio? «Noi non pronunciamo sentenze ma constatiamo i fatti. E i fatti dicono che uno degli uomini chiave della vicenda, Giancarlo Marocchino, compare sulla scena del delitto subito dopo l' omicidio ed è una sorta di "tuttofare" per i militari italiani presenti a Mogadiscio. E' una persona che fornisce informazioni utili, che risolve vari problemi logistici e organizzativi e che, nello stesso tempo, è tenuta sotto attenta osservazione dai magistrati che indagano sui traffici di rifiuti tossici e sullo scandalo della cooperazione». Cosa chiedete alla commissione parlamentare d' inchiesta? «Di non trascurare nessuna pista. Di cercare semplicemente la verità, senza avere riguardi per nessuno. Di considerare le nostre parole non come quelle di due genitori straziati dal dolore ma di due cittadini. Siamo persone che ragionano sui fatti. Ecco, chiediamo solo di stare ai fatti. Non sarebbe poco».

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