Da Report del 21/03/2004
Originale su http://www.report.rai.it/servizio.asp?s=185

Replica della puntata del 21 ottobre 2003

Nient'altro che la verità: il caso Alpi

di Sabrina Giannini

LUCIANA ALPI

Abbiamo molte aspettative su questa commissione perché speriamo che faccia quello che la Procura di Roma non ha fatto fino adesso. Cioè per nove anni.

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale famiglia Alpi

E' facile mettersi nei panni di genitori che si sentono dire “guarda noi sappiamo chi ha ucciso tua figlia, però non ci possiamo fare niente”.

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Stiamo parlando dell'omicidio Ilaria Alpi. Dopo 9 anni di indagini giudiziarie, tanti indizi andati perduti, 3 magistrati cambiati, salta fuori che qualcuno dice di sapere come sono andate le cose, ma un articolo di legge impedisce di conoscere i nomi e tutto si ferma lì. Questa sera ricostruiremo le incongruenze e le zone d'ombra di questi 9 anni. Ilaria ricordiamo, era una giornalista, stava facendo il suo mestiere, ed è morta sul campo, ma racconteremo anche la storia di Luca, un militare ventenne, anche lui ha avuto qualche problema, e anche lui stava facendo il suo mestiere. Dal teatro civico di Schio Marco Paolini.
“U238” Monologo di Marco Paolini

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Sono 23 i militari deceduti. L'osservatorio militare dice che le foto delle loro biopsie rilevano presenza di metalli. All'oggi c'è un solo fascicolo aperto, quello relativo alla morte di Salvatore Vacca, perché la madre di questo ragazzo non si è rassegnata.

Come i genitori di Ilaria Alpi, se non fosse stato per la loro tenacia e disperazione i 9 anni di inchiesta giudiziaria che adesso vi racconteremo, mettendo tutte le informazioni in fila, non sarebbero mai partiti.

E questi due genitori non cercano nemmeno giustizia, cercano nient'altro che la verità.

GIORGIO ALPI

La mole di documenti, carte, giornali, è enorme e ci siamo accorti che non riuscivamo più a orientarci benché facciamo ancora fatica oggi. Noi abbiamo cercato di catalogarle secondo argomenti; è una specie di archivio molto artigianale, però che ci permette di orientarci in questi lunghi anni di lotta per avere verità.

20 MARZO 1994 – ORE 15,05

Immagini repertorio edizione straordinaria del TG3 del 20 marzo 1994

FLAVIO FUSI

“Buona sera oggi è un giorno tragico, un giorno di lutto per l'informazione italiana, per la Rai e soprattutto per noi giornalisti e tutti quelli che collaborano nel TG3; la nostra collega, la nostra amica Ilaria Alpi è stata uccisa poche ore fa a Mogadiscio, stava lavorando per noi, stava lavorando per la Rai ; insieme a lei è stato ucciso il suo operatore Miran Hrovatin, Miran aveva 45 anni, una moglie, Patrizia, un figlio di 7 anni, Ian, e.. e così.. ci hanno lasciato e… penso che con questo possiamo concludere. Buona sera.”

AUTRICE

Le salme di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin arrivano a Roma alle due di notte del 22 marzo, la salma di Miran prosegue per Trieste, il giorno successivo la Rai manda in onda in diretta da Saxa Rubra, i funerali di Stato di Ilaria Alpi. La Procura di Roma non si attiva spontaneamente, eppure è di prassi aprire un'inchiesta, in caso di omicidio. L'inchiesta si apre quando il magistrato giunge al cimitero al momento della tumulazione del corpo, chiamato dal funzionario cimiteriale che non voleva procedere con la sepoltura senza aver prima avvertito l'autorità giudiziaria. Passano due mesi. Il 20 maggio i genitori di Ilaria Alpi ricevono una lettera dal Generale Fiore, comandante del contingente italiano in Somalia al tempo del duplice omicidio, l'intento è quello di informarli che il suo operato fu esemplare.

LUCIANA ALPI

Questa lettera è completamente.. è falsa, non c'è niente di vero in questa lettera.

Immagini processo di primo grado, 1999

AVV. GUIDO CALVI – Parte Civile famiglia Alpi

Allora le domando, perché lei sostiene che i Carabinieri hanno recuperato i corpi ben sapendo che ciò non è la verità.

GEN. CARMINE FIORE – Comandante del contingente italiano

Posso? I Carabinieri sono andati a recuperare i corpi, sennò non si capisce che cosa sarebbero andati a fare. Una volta arrivati hanno trovato il Marocchino che un minuto prima si era mosso per portare i corpi al Porto Vecchio, si sono diretti dietro la macchina del Marocchino, ne hanno facilitato l'ingresso al Porto Vecchio e, insieme ai due giornalisti, hanno provveduto a caricare i corpi sull'elicottero.

AUTRICE

Forse il Generale ignorava che alcuni giornalisti corsero sul luogo dell'agguato documentando tutto quello che era successo mezz'ora dopo; nelle riprese fatte da un cameraman statunitense non c'è presenza di militari italiani, il filmato documenta chiaramente che il soccorso venne fatto da Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano che viveva e vive in Somalia, altri giornalisti, poi, giunsero sul luogo, tra questi c'era anche Gabriella Simoni.

Immagini processo di primo grado, 1999

GABRIELLA SIMONI

Il Marocchino passava dalla sua macchina dove c'era la radio alla macchina dove stavamo cercando di tirar fuori loro e lui ha chiesto soccorso al…non è proprio un ambasciatore, era rappresentante italiano della Farnesina, inviato speciale alla Farnesina, credo sia esattamente il ruolo che avesse, il signor Scialoja.

MARIO SCIALOJA – ambasciatore in Somalia nel marzo 1994

No, questo qui è totalmente falso perché Marocchino ci dette semplicemente la notizia dell'avvenuto assassino.

Immagini processo di primo grado, 1999

FRANCO IONTA – Pubblico Ministero

Lei sentì con chi parlò Marocchino per radio?

GABRIELLA SIMONI

No, no, sentii solo che era imbufalito, arrabbiatissimo e disse.. “ci hanno detto di arrangiarci.”

GIANCARLO MAROCCHINO

Ancora adesso io credo e son sicuro che Ilaria in quel momento era ancora in vita, la presi, così, nelle braccia e mi sembrava in vita; corsi di nuovo alla mia macchina che era a 2- 3 metri , parlai ancora col Colonnello e dissi “sì, a me mi sembra che è ancora in vita, fai alzare un elicottero e io porto subito Ilaria e il suo compagno al porto”.

GIORGIO ALPI

Senza dimenticare che, anche senza elicottero, dal posto in cui è successo, alla distanza dove c'era il Comando italiano c'erano 900 metri .

AUTRICE

Il Generale Fiore avrebbe dovuto inviare un elicottero sul luogo dell'agguato e un medico, nessuno in quei momenti poteva conoscere la gravità delle ferite, ma i militari non si mossero dalle loro postazioni e un militare ha l'obbligo di proteggere i civili, altrimenti commette un reato.

ANTONINO INTELISANO – Capo Procura Militare

Da quello che lei mi dice si potrebbe configurare in astratto, parlo sul piano dell'ipotesi, una omissione di atti d'ufficio, che è un reato ordinario.

D – Quindi bisognerebbe accertarlo…

ANTONINO INTELISANO – Capo Procura Militare

Bisognerebbe accertarlo però chi lo deve accertare? Un organo incompetente come la Procura Militare o un organo giudizialmente competente come la Procura Ordinaria ? La Procura Militare accerta i reati militari, questo sarebbe un reato comune.

D – Ci sono stati degli accertamenti delle responsabilità oppure no?

GIORGIO ALPI

No, nessuna.

AUTRICE

Nessuna, oppure è stata fatta un'indagine, ma non è stata resa nota. Due mesi fa abbiamo interpellato la Procura di Roma, ma non abbiamo avuto risposta. Torniamo alla lettera del generale

LUCIANA ALPI

(legge)…nel contempo i Carabinieri insieme ad alcuni giornalisti italiani, Gabriella Simoni fra questi, si sono recati all'Hotel Shafi, per raccogliere tutto il materiale degli interessati.

Immagini processo di primo grado, 1999

AVV. GUIDO CALVI – Parte Civile Alpi

Anche questa è una piccola difformità o è una dichiarazione assolutamente non veritiera?

GEN. CARMINE FIORE – Comandante del contingente italiano

Ho detto, in quelle circostanze, il 20 maggio ho detto questo perché ero convinto che i Carabinieri fossero andati a recuperare i corpi insieme ai giornalisti, invece ci sono andati soltanto i giornalisti e poi, che si sono un'altra volta incontrati coi Carabinieri a Porto Vecchio e con loro hanno portato i bagagli sulla nave Garibaldi. Anche questa è un'imprecisione.

AVV. GUIDO CALVI – Parte Civile Alpi

Generale mi perdoni, veramente me la tira, perché se a questo punto ci sono queste imprecisioni, se facciamo la guerra con queste imprecisioni le perderemo tutte.

IN STUDIO MILENA GABANELLI

E' stata senza dubbio un'imprecisione dire che i militari avevano preparato i bagagli di Ilaria, visto che furono i colleghi di Ilaria ad entrare nella sua stanza d'albergo e raccogliere tutte le sue cose e metterle in valigia. Ogni oggetto presente in quella stanza fu documentato, ma alcuni di quegli oggetti poi spariranno.

Sul luogo del delitto arriva, anzi è già lì un imprenditore italiano Giancarlo Marocchino che telefona al comandante del contingente italiano e al nostro ambasciatore in Somalia, non sappiamo se per informarli che c'erano due morti o per chiedere soccorsi. Sappiamo che qualcuno avrebbe dovuto mandare un medico, Ilaria era ancora viva, ma il medico non è mai arrivato. Due mesi dopo il generale Fiore invia una lettera ai genitori della Alpi nella quale sostiene che furono i carabinieri a prelevare i corpi e a preparare i bagagli, i fatti lo smentirono. Fatti che emergono dalla documentazione filmata dei giornalisti presenti sul posto. Una documentazione importante, perché come vedremo, qualcosa sparirà.

AUTRICE

Esistono infatti delle riprese inequivocabili della preparazione dei bagagli di Ilaria e Miran. Fu Francesco Chiesa, operatore della televisione svizzera a filmare quel momento.

FRANCESCO CHIESA – Radio televisione svizzera italiana

Non c'erano altri giornalisti in giro, non c'era ombra di militari assolutamente; perché col senno di poi avrei forse potuto aiutare di più la giustizia, filmando determinate cose che purtroppo sono state filmate così molto, molto emozionalmente e non razionalmente.

D – Anche perché magari non potevi immaginare che sparisse della roba.

FRANCESCO CHIESA - Radio televisione svizzera italiana

Esattamente.

AUTRICE

Spariranno 3 dei 5 taccuini trovati nella stanza di Ilaria. Sparirà la macchina fotografica di Ilaria e spariranno anche alcune cassette girate dall'operatore.

FRANCESCO CHIESA - Radio televisione svizzera italiana

Ma, io ne ricordo una ventina d'averle messe in una borsa blu, al meno una ventina ce n'erano.

AUTRICE

Noi sappiamo che i due giornalisti portarono tutti gli oggetti sulla nave Garibaldi, lì i militari fecero l'inventario. Nell'inventario, in effetti, compaiono i 5 block notes di Ilaria, ma in Italia ne arriveranno soltanto 2 ed erano quelli senza appunti. E arriveranno in Italia soltanto 6 cassette e non le 20 di cui parla Francesco Chiesa, alcune furono visionate direttamente sulla nave, alla ricerca di indizi sull'omicidio, dirà poi il Generale; nell'inventario scritto dai militari comunque non c'è il numero delle cassette.

LUCIANA ALPI

E le cassette non l'hanno segnate.

AUTRICE

I bagagli furono infine sigillati e piombati, prima di essere spediti in aereo insieme alle salme. A Luxor, in Egitto, ad aspettare le bare, c'era una delegazione della Rai. I bagagli, si vede da queste immagini, arrivarono a Luxor piombati, ma a Roma la piombatura non c'era più.

Immagini processo di primo grado, 1999

FRANCO IONTA – Pubblico Ministero

Senta, ma questi bagagli erano sigillati?

GIUSEPPE BUONAVOLONTA' – giornalista RAI

Si, questi bagagli avevano degli spari con dei piombi.

FRANCO IONTA – Pubblico Ministero

E per vedere all'interno come si procedette?

GIUSEPPE BUONAVOLONTA' – giornalista RAI

Mi sembra che uno o due di questi bagagli, noi lo aprimmo, io credo di aver contribuito in questo caso, cioè credo di aver contribuito, però se poi chi con le mani ha agito, sinceramente io non me lo ricordo.

FRANCO IONTA – Pubblico Ministero

Senta, ma lei prese delle cassette, delle videocassette da questi bagagli?

GIUSEPPE BUONAVOLONTA' – giornalista RAI

No questo avviene successivamente a Roma, una volta arrivato a Roma io mi incontrai, sempre insieme ai dirigenti della Rai, incontrai il mio direttore di allora che era Andrea Giubilo e, siccome dovevo andare in Rai per fare il servizio, perché poi veniva trasmesso immediatamente al mattino presto, mi fu detto di portare le cassette girate in Rai.

AUTRICE

Troppe mani hanno aperto quei bagagli e troppo tardi sono state fatte domande sull'accaduto a chi avrebbe dovuto dare spiegazioni spontaneamente e subito, eppure quelle mani compirono un reato: violazione di sigilli.

L'ambasciatore Plaia , inviato dalla Farnesina per accompagnare le salme, avrebbe dovuto sapere, al meno lui, che non poteva prendere con se alcun documento, poteva essere una prova, un indizio, invece sottrasse i due fogli protocollo che Ilaria portava nella tasca della camicia quando fu uccisa, fogli pieni di sangue e di numeri telefonici.

D – Se la sono tenuta quindi, diciamo tre mesi.

LUCIANA ALPI

Marzo, aprile…sì, tre mesi, tre mesi.

D – E la motivazione per la quale se li sono tenuti?

LUCIANA ALPI

Perché erano sporchi di sangue e non volevano che noi vedessimo il sangue.

AUTRICE

Fu un gesto di pietà. Una pietà durata fino a due giorni prima dell'interrogatorio con il magistrato De Gasperis.

A quasi 10 anni di distanza dalla morte di Ilaria e Miran non si conosce la ragione di quel duplice omicidio, tante ipotesi ma nessuna certezza. Cerchiamo di riguardare tutto partendo dai primi istanti, quelli cruciali, quando tutti parlano di esecuzione.

Repertorio Rai, 20 marzo 1994 (telefonate)

MARIO SCIALOJA – Ambasciatore d'Italia in Somalia

Si è trattato chiaramente di un attacco diretto ad uccidere, quindi un attacco che può essere ritenuto di matrice politica.

GEN. CARMINE FIORE – Comandante del contingente italiano

Si sono avvicinati e li hanno freddati …

GABRIELLA SIMONI – giornalista di Studio Aperto

E poi abbiamo visto che erano stati uccisi con un colpo alla testa tutti e due, quindi abbiamo capito che non era un ostaggio, non era uno scontro a fuoco, non era una pallottola che li aveva colpiti per caso, era stata un'esecuzione.

Immagini TG3 del 22 marzo 1994

GIUSEPPE BUONAVOLONTA'

“L'aeroplano vola e la mente corre, si ferma per leggere le righe crudeli dei referti medici, due colpi secchi, una esecuzione, è stata una esecuzione, due proiettili e nessuna possibilità di scampo”.

AUTRICE

Ma con il passare del tempo non ci sarà più la convinzione unanime che il duplice omicidio fosse mirato alla persona, voluto, premeditato.

Giancarlo Marocchino che a caldo disse:

GIANCARLO MAROCCHINO

Non è stata una rapina, è solo stato, così.. si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare.

AUTRICE

Tre anni dopo aveva maturato l'ipotesi che l'omicidio fosse il tragico epilogo di un tentativo di sequestro.

GIANCARLO MAROCCHINO

Secondo me la rapivano, secondo la mia opinione.

AUTRICE

In mancanza di certezze scientifiche tutte le ipotesi sono sostenibili, ma le certezze scientifiche non furono cercate. Andava fatta l'autopsia, in caso di omicidio è di prassi. A Trieste, sul corpo di Miran, fu fatta, a Roma invece, sul corpo di Ilaria, no. Il magistrato romano si accontentò di un esame medico esterno secondo il quale il colpo che uccise Ilaria fu sparato a contatto, quindi a distanza ravvicinata, era così evidente, dirà poi, che non c'era bisogno dell'autopsia.

Anzi non era così evidente, visto che 9 mesi dopo, lo stesso Magistrato De Gasperis, chiese una perizia balistica che giunse alla conclusione diametralmente opposta: fu probabilmente un colpo di fucile e non un'arma a canna corta a uccidere Ilaria, la pallottola potrebbe averla raggiunta accidentalmente e da lontano.

LUCIANA ALPI

Il Dottor De Gasperis, avendo queste due perizie in contraddizione tra di loro, non ha mosso un dito, non ha fatto niente .

AUTRICE

L'autopsia viene fatta, due anni dopo la sepoltura quando un altro Magistrato, Giuseppe Pititto, prende in mano l'inchiesta e ordina la riesumazione. La nuova perizia parla di colpo esploso da lontano, i periti degli Alpi non sono di questo avviso, ed è così che il Magistrato nomina un collegio di periti, un nuovo ribaltamento, secondo la superperizia il colpo che uccise Ilaria venne esploso a distanza ravvicinata. Il duplice omicidio, stando alla superperizia, sarebbe avvenuto così, come lo vediamo ricostruito nel film “Il più crudele dei giorni”.

Quando l'inchiesta passa a un terzo magistrato Franco Ionta, il capitolo si riapre. Ionta nel '98 chiede una terza perizia, il risultato si ribalta di nuovo: a uccidere Ilaria fu un colpo sparato da lontano. Quest'ultima perizia è stata firmata da Carlo Torre e Pietro Benedetti, gli stessi consulenti che hanno recentemente redatto la perizia definitiva sul caso Giuliano, asserendo che la pallottola che uccise il ventitreenne, sarebbe stata sparata dal Carabiniere verso l'alto e deviata da un calcinaccio sullo zigomo della vittima. Questo per dire che Torre e Benedetti sono due periti, secondo le procure italiane, attendibili. La loro perizia sul caso Alpi, accredita la tesi di un colpo, forse accidentale. Finisce così il balletto delle perizie durato anni e che forse non sarebbe mai iniziato se l'autopsia fosse stata messa subito a confronto con i referti medici redatti in Somalia, i primi importanti referti medici scritti subito dopo gli omicidi, uno redatto dal medico italiano presente sulla nave militare, l'altro dal medico del contingente americano ma mai arrivato in Italia.

D – Ma chi doveva materialmente portarlo in Italia questo..?

LUCIANA ALPI

Doveva andare al seguito delle salme, doveva andare, come, con i referti medici con quello che aveva scritto il medico della Garibaldi, la sua cartella clinica, chiamiamola così; noi quella non l'abbiamo mai vista, anzi ci siamo, noi, premurati di andare al Ministero della Marina, perché provvedessero, infatti le avevano lasciate lì in un cassetto, perché provvedessero a mandarli alla Procura di Roma, e così fu, ma due anni dopo però la morte di Ilaria.

AUTRICE

Dunque un referto medico scomparso, l'altro ritrovato due anni più tardi chiuso in un cassetto, un'autopsia fatta in ritardo e troppi indizi persi per strada.

FRANCESCO CHIESA – Radio televisione svizzera italiana

A un certo momento, non stavo filmando e vedo una persona che si getta dentro l'auto e leva qualcosa dall'auto, al che io subito mi allarmo e vado a vedere cos'era ed era un proiettile, un proiettile ritrovato nel sedile del passeggero avanti.

AUTRICE

Mentre la perizia tiene conto di una prima versione secondo la quale il proiettile fu trovato vicino al sedile di Ilaria. Francesco Chiesa è stato cercato dagli investigatori italiani i quali avrebbero voluto incontrarlo in un bar di Chiasso, località italiana vicino alla Svizzera.

FRANCESCO CHIESA - Radio televisione svizzera italiana

Mi è stato consigliato di dire a questi signori, di chiedere una rogatoria e di essere ascoltato, se era il caso, anche di fronte a un Magistrato svizzero, quindi se fossero venuti loro in Svizzera a interrogarmi anche di fronte a un Magistrato svizzero.

D – Lo hanno fatto?

FRANCESCO CHIESA - Radio televisione svizzera italiana

In realtà non lo hanno fatto, quando io ho insistito su questo tipo di procedura loro hanno abbandonato, non mi hanno più chiamato.

AUTRICE

Conoscere la dinamica dell'agguato sarebbe stato fondamentale per capire anche il movente, nel 1996 Giorgio e Luciana Alpi tentano una nuova strada, l'agguato potrebbe essere stato registrato dal satellite utilizzato dalle forze armate statunitensi.

RINO SERRI – sottosegretario agli Esteri con delega per la Somalia dal 1996 al 2001

In quel momento io non supponevo che da un satellite, in quel momento, adesso sì, si potesse fotografare un'area di una città, tant'è che quella prima volta, poi capii che la cosa era possibile e procedemmo al..

AUTRICE

Al walzer di lettere tra il Ministero degli Esteri e i genitori della giornalista uccisa, un walzer durato un anno. La prima lettera viene inoltrata nel settembre del '96, la risposta arriva a febbraio.

LUCIANA ALPI

(legge) il Senatore Serri telefonicamente ci comunicava che non esisteva documentazione satellitare.

AUTRICE

Sfortunatamente proprio quel giorno il satellite era fuori uso. Gli Alpi insistono e due mesi dopo giunge un'altra lettera dal Ministero.

LUCIANA ALPI

(legge) abbiamo proceduto nei giorni scorsi a chiedere alle autorità americane un ulteriore accertamento.

AUTRICE

Gli statunitensi, nel frattempo, controllano un po' meglio.

LUCIANA ALPI

(legge) secondo gli esperti americani la qualità dell'immagine è appena passabile e non rivelerebbe nulla di utile per l'inchiesta.

AUTRICE

Quindi l'immagine c'è, ma non è nitida, è talmente poco nitida che il mese dopo sparisce di nuovo.

AUTRICE

A settembre, in un'altra lettera, si torna a dire che l'immagine esiste ma non è utile ai fini dell'indagine.

LUCIANA ALPI

Il carteggio con il Ministero degli Esteri è finito con questa lettera.

RINO SERRI – sottosegretario agli esteri con delega per la Somalia dal 1996 al 2001

Poi vagamente io ricordo che la cosa si concluse positivamente, se lei mi chiede come, dove è andata, io non glielo so dire.

LUCIANA ALPI

Noi questa roba qui, questa immagine, abbiamo sempre, ci risulta, cioè, non è mai arrivata, a noi non è mai arrivata.

AUTRICE

Per sapere se questa immagine è arrivata in Italia oppure no, abbiamo rintracciato l'allora dirigente del Ministero che si era occupato della vicenda.

(telefonata)

D – l'immagine ci è arrivata o ci è arrivata una loro dichiarazione sull'immagine?

LORENZO FERRARIN – funzionario Ministero Esteri

Una loro dichiarazione sull'immagine, di un'analisi, esame dell'immagine che era stata fatta, con dei tecnici anche nostri però.

D – Ah, e questa qua è una carta che ha in mano chi questo momento?

LORENZO FERRARIN – funzionario Ministero Esteri

Il Ministero degli Esteri.

AUTRICE

Resta una domanda, perché quella relazione non fu mai consegnata a chi l'aveva richiesta?

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Abbiamo capito che quel poco che si è riusciti a portare in un aula del tribunale

Non l'hanno raccolto gli inquirenti e nemmeno i Ministeri competenti, ma provengono dall'ostinazione dei genitori. A partire dal referto medico che per 2 anni è stato chiuso in un cassetto della Marina Militare , alla foto dal satellite, di cui si è accertata l'esistenza ma mai arrivata a destinazione. Come il certificato di morte che i genitori non sono mai riusciti a vedere. In Somalia a Marzo del 94 le autorità competenti erano i caschi blu, i carabinieri del Tuscania e alcuni uomini dei nostri servizi segreti, ma sul luogo del delitto, in quei giorni e negli anni a seguire, nessuno ha mai indagato. Proviamo a ricostruire quel pomeriggio del 94.

AUTRICE

Quel 20 marzo, alle tre del pomeriggio, Ilaria e Miran lasciarono il loro albergo per raggiungere un giornalista che risiedeva all'Hotel Amana, nella parte nord di Mogadiscio, la più pericolosa.

Ilaria ci andò lo stesso, nonostante in quel momento avesse un solo uomo di scorta. L'autista in seguito dichiarò di averle detto che il giornalista era partito. Difficile quindi comprendere per quale ragione Ilaria decise comunque di andare all'Hotel pur sapendo che non avrebbe trovato nessuno. Forse non lo sapeva, forse l'autista ha mentito, forse doveva essere lì in quel momento. Chi parla di un tentativo di rapimento sostiene che il piano fallì perché l'uomo della scorta sparò per primo. Ma nessuna autorità interrogò immediatamente l'uomo della scorta. A un giornalista riferì che forse aveva ferito due assalitori, ma nessuno cercò i feriti presso gli ospedali. Lo fece tre anni dopo un giornalista italiano spulciando nel registro dell'ospedale più importante di Mogadiscio.

GIOVANNI MARIA BELLU – La Repubblica

Trovai il 20 marzo, fotografai il registro e notai che nella lista dei feriti ricoverati per colpi d'arma da fuoco il 20 marzo, c'erano due nomi che erano stati corretti, cioè era stato scritto prima un nome, era stato sbianchettato e poi sopra erano stati scritti degli altri nomi, naturalmente non so se questa sia una circostanza poi rilevante o non lo sia, so che questo accertamento che un giornalista ha potuto fare abbastanza agevolmente non fu mai fatto dalle autorità italiane.

AUTRICE

Ma chi, in quel momento avrebbe dovuto indagare? Il 20 marzo del '94 l'ambasciatore in Somalia era Mario Scialoja. Lo chiediamo a lui, visto che rappresentava il Governo italiano.

MARIO SCIALOJA – Ambasciatore in Somalia nel marzo 1994

Il Ministero veramente insisteva perché il comando dell'UNISOM a Mogadiscio svolgesse le indagini su questo fatto, le indagini su quello che era successo le poteva svolgere solamente un ente, un'amministrazione che avesse il controllo del territorio.

AUTRICE

L'UNOSOM era la forza militare sotto il controllo delle Nazioni Unite che aveva la missione, fallita miseramente, di mettere pace tra le fazioni in lotta. Poteva essere una fortuna che il responsabile dell'intelligence dell'UNOSOM fosse proprio un italiano: il Colonnello Vezzalini.

Immagini processo di primo grado, 1999

FULVIO VEZZALINI – Responsabile Intelligence UNOSOM

Non avevo nessun collegamento io con l'ambasciatore e con l'ambasciata italiana.

PARTE CIVILE RAI

Le risulta se l'ambasciatore Scialoja ebbe copia di questa relazione e dimostrò la sua insoddisfazione. Non le risulta?


FULVIO VEZZALINI – Responsabile Intelligence UNOSOM

Non lo so.


PARTE CIVILE RAI

Non le risulta?

FULVIO VEZZALINI – Responsabile Intelligence UNOSOM

No, non mi risulta.

PARTE CIVILE RAI

Senta, le venne chiesto un supplemento di indagini sull'omicidio?

FULVIO VEZZALINI – Responsabile Intelligence UNOSOM

A me personalmente, come Capo Ufficio Intelligence no, come Capo di Stato Maggiore pro - tempore per il mese di marzo nemmeno.

AUTRICE

Sta di fatto che non è mai stata resa nota l'esistenza di un rapporto.

D – Lei dice che è tale l'omertà dei somali che non avremmo mai saputo niente?

MARIO SCIALOJA – Ambasciatore in Somalia nel marzo 1994

Ma questo certamente. C'era per lo meno un signore della Guerra che sapeva perfettamente quello che successe, era l'uomo che governava a Mogadiscio Nord.

AUTRICE

Era Ali Madhi il Signore di Mogadiscio Nord. Ed è interessante sapere che le autorità italiane sono da sempre a conoscenza del fatto che Ali Madhi sa “come sono andate le cose”, tanto più che il capo della sua polizia il colonnello Osman Weile, nel '97 dichiarava di conoscere i nomi dei killer.

Osman Weile, capo della polizia di Mogadiscio Nord intervistato nel 1997 da Isabel Pisano per Format


D – Però i nomi degli assassini ce li avete?

OSMAN WEILE

Ce li abbiamo.

GIOVANNI MARIA BELLU – La Repubblica

Cioè i nomi di queste persone erano noti, erano sulla bocca di tutti, Mogadiscio è un paesino da questo punto di vista, si sa tutto.

AUTRICE

L'Italia ha mantenuto i rapporti diplomatici con la Somalia , sua ex colonia, ma non ci risulta che siano state fatte pressioni particolari su Ali Madhi.

LUCIANA ALPI

Che ci sta a fare il servizio segreto?

Processo di primo grado, 1999

AVV. GUIDO CALVI – Parte Civile famiglia Alpi

Per non parlare poi dei nostri servizi. E come si fa a dire che nulla sapevano? Ma sappiamo tutti che la polizia somala è una polizia organizzata dallo Stato Italiano.

LUCIANA ALPI

Viene in mente di dire che è strano che il Capo del SISMI sezione Africa, che stava a Mogadiscio e andava in Somalia spessissimo, poi non si sia interessato minimamente di questo duplice omicidio.

AUTRICE

Ecco il responsabile per i Servizi Segreti Militari in Somalia, prima, durante e dopo il 1994: è il Colonnello Luca Rajola Pescarini. Oggi, che è in pensione, si continua a occupare di Somalia per un'agenzia delle Nazioni Unite. Qui è alla Procura di Roma il 4 luglio scorso, perché ha querelato Giampiero Sebri, un ex trafficante di rifiuti tossici, che dice di averlo conosciuto, molti anni fa. Il colonnello l'avrebbe contattato perché era considerato un uomo di esperienza, un'esperienza maturata in Repubblica Dominicana e nella confinante Haiti.

GIAMPIERO SEBRI

Io sono andato in Repubblica Dominicana non per vendere caramelle, l'ho già detto, ma sono andato lì per avere una licenza di importazione, se licenza si può chiamare, di rifiuti tossici. Dopo di questo il mio compito era di contattare le diverse persone, diplomatiche, governative…

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Nell'ultima fase del processo, nel 2002 entra in scena un nuovo personaggio, Giampiero Sebri. Cosa c'entra un ex trafficante di rifiuti, almeno così sostiene,

con la vicenda Alpi? E quale analogia fra la repubblica Dominicana, Haiti nello specifico, dove Sebri traffica e la Somalia ?

Partiamo da Haiti

HAITI 1987:

Elezioni impedite dai militari con forti repressioni. 1988 colpo di Stato militare, Henry Namphy è di nuovo presidente

HAITI 1988:

Greenpeace Scopre uno sversamento illegale di 4000 tonnellate Di rifiuti tossici contaminati da diossina provenienti da un inceneritore di Philadelphia, Stati Uniti

AUTRICE

Quello stesso anno, il 1988, Giampiero Sebri era sull'isola caraibica per conto dell'organizzazione internazionale di cui dice di avere fatto parte. Non ci sono prove che quello sversamento illegale fu opera di quella organizzazione. Quel che è certo, come si vede dal documento di Greenpeace, è che Haiti, per un certo periodo, è stato un Paese pattumiera. Sebri fu collocato per due anni in un'area strategica. Un Paese povero l'unica cosa che può offrire in cambio di soldi è il territorio. E un Paese instabile politicamente ha bisogno di armi, più di ogni altra cosa. Per questo è possibile che il commercio illegale di armi viaggi spesso parallelo a quello dei rifiuti tossici. E' un baratto: io ti regalo le armi e tu prendi i miei rifiuti scomodi.

Sebri sostiene di avere incontrato a Milano il Colonnello del SISMI nell'ottobre del 1993, in quell'occasione c'era anche Giancarlo Marocchino, l'imprenditore italiano che soccorse Ilaria. Sebri lo descrive come il logista delle operazioni in Somalia.

GIAMPIERO SEBRI

Ma nel momento in cui Marocchino parlava di quattrini, parlava di soldi, parlava che lui aveva problemi personali, parlava di patti che non erano stati rispettati.. .“che qua se affondiamo affondiamo tutti”, ma che cosa affonda? Non è che si disse esplicitamente “i traffici di rifiuti tossici, nocivi, radioattivi” ma si parlava di questo. Ma Marocchino disse che c'erano dei giornalisti che stavano rompendo i coglioni, disse, adesso non mi ricordo più se usasse esattamente questo termine qua, però disse che c'erano dei giornalisti che si stavano interessando ai nostri traffici.

AUTRICE

Sette mesi dopo quel primo incontro, Sebri avrebbe rivisto, a Milano, soltanto il Colonnello del SISMI che lo invitava ad andare in Somalia. Era il maggio del 1992, Ilaria e Miran erano morti da due mesi.

GIAMPIERO SEBRI

Cosa vado a fare in Somalia? Lui mi disse prima vai per ambientarti, per conoscere le persone, eccetera, eccetera, dopo basta che tu fai quello che ti diciamo noi di fare e non preoccuparti, non aver paura, eccetera, eccetera”. Vedendo, ripeto, le mie perplessità, vedendo la mia faccia preoccupata, disse “abbiamo sistemato tutti i problemi somali, abbiamo sistemato quella maledetta giornalista comunista”, lui non fece il nome di Ilaria Alpi, disse semplicemente “quella maledetta giornalista comunista è stata sistemata”.

AUTRICE

Per queste dichiarazioni rilasciate qualche anno fa Marocchino e il generale Rajola lo querelano.

Procura di Roma, 4 luglio 2003

D – Volevo chiederle il contraddittorio su quello che mi ha detto Sebri


LUCA RAJOLA PESCARINI – Responsabile SISMI in Somalia nel 1994

Il contraddittorio c'è già stato in tribunale.

D – Va bè, però è un'inchiesta giornalistica e ha tempistiche diverse. Posso solo chiederle se lo conosceva il Signor Sebri?

LUCA RAJOLA PESCARINI – Responsabile SISMI in Somalia nel 1994

Eh?

D – Lo ha conosciuto il Signor Sebri, mai?

LUCA RAJOLA PESCARINI – Responsabile SISMI in Somalia nel 1994

Mai.

D – Lei non lo ha mai conosciuto.

D – Mi promette questa intervista o la devo inseguire per…?

AVV. STEFANO MENICACCI – legale di Giancarlo Marocchino

No, ma quale intervista?

D – Per il suo assistito

AVV. STEFANO MENICACCI – legale di Giancarlo Marocchino

Non la facciamo l'intervista su questa storia dell'incontro tra Sebri, Marocchino e Rajola, sono delle menzogne, Sebri ha mentito e cercheremo di dimostrarlo, quindi è un diffamatore per quello che ha scritto sui giornali ed è un calunniatore per quello che ha dichiarato davanti alla Corte d'Assise e d'Appello.

AUTRICE

Il Magistrato che ha chiesto il rinvio a giudizio di Giampiero Sebri è lo stesso che ha in mano il caso aperto sul duplice omicidio Alpi - Hrovatin. Il legale di Giorgio e Luciana Alpi ha deciso per questa ragione di difendere Giampiero Sebri. Le indagini sulla morte di Ilaria che ristagnano da anni potrebbero riattivarsi, anche se sul banco degli imputati c'è soltanto lui: Giampiero Sebri.

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale di Giampiero Sebri

Noi diciamo che ci sono numerose piste d'indagine che impongono di svolgere degli accertamenti su Rajola e su Marocchino prima di incolpare Sebri per calunnia.

D – Quindi questo è quello che voi farete oggi?

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale di Giampiero Sebri

Si.

D – Cioè voi direte “aspettate però, perché prima di procedere contro il mio assistito, il Signor Sebri…”

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale di Giampiero Sebri

Verifichiamo la posizione di queste persone.

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Quindi il magistrato che ha rinviato a giudizio il Signor Sebri come presunto calunniatore è lo stesso che segue la vicenda Alpi, il dottor Franco Ionta. Avrà verificato se il colonnello Rajola ha effettivamente detto “abbiamo sistemato quella maledetta comunista”, e se ha effettivamente incaricato il signor Sebri di occuparsi di rifiuti in Somalia? Forse si, all'avvocato degli Alpi risulta che forse no.

Ma tanto per cominciare Marocchino e Rajola si conoscono?

AUTRICE

Per cominciare: Rajola e Marocchino si conoscono?

Procura di Roma, 4 luglio 2003

D – Senti, e Rajola quante volte l'hai incontrato?

GIANCARLO MAROCCHINO

Se te lo dico te non mi credi, è inutile che te lo dico.

D – No, sentiamo

GIANCARLO MAROCCHINO

Allora, io Rajola l'ho visto solo una volta che è venuto giù con una delegazione, però erano 7-8 persone capisci e poi io non sapevo neanche Rajola chi era. La seconda volta l'ho visto qua.

AUTRICE

In un'intervista rilasciata quattro anni fa, quindi prima delle accuse di Sebri, Marocchino non aveva detto proprio le stesse cose.

ALBERTO CHIARA – Famiglia Cristiana

Fortunatamente abbiamo registrato tutto il colloquio, durato giorni e giorni con Giancarlo Marocchino. Possiamo allora ascoltare dalle stesse parole di Giancarlo Marocchino cosa, nel '99, lui affermava circa la sua conoscenza con Luca Rajola Pescarini.

Registrazione

Io Rajola l'ho visto 2-3 volte a Mogadiscio…con lui c'era Rajola, quell'Ammiraglio e via di seguito, io li ho presi e li ho portati a casa di …

AVV. STEFANO MENICACCI – legale di Giancarlo Marocchino

Quando veniva qualche delegazione l'ha intravisto, ma non ci ha mai parlato, non ha mai avuto rapporti.

ALBERTO CHIARA – Famiglia Cristiana

Il fatto che Giancarlo Marocchino, in qualche modo faciliti un incontro riservato tra il Servizio Segreto Militare Italiano e il Generale Aidid, per facilitare il compito delle truppe militari italiane che stavano per arrivare, be', in qualche modo accredita un ruolo non marginale.

AVV. STEFANO MENICACCI – legale di Giancarlo Marocchino

Gli uomini dei Servizi si sono avvalsi di Marocchino chiedendogli l'aiuto meccanico per riparare le macchine e l'olio e tutto è stato fatturato e noi abbiamo prodotto le fatture.

AUTRICE

Soltanto un fornitore di benzina e di aiuti materiali. L'Avvocato Menicacci però un anno e mezzo fa in queste dichiarazioni a Canal Plus la pensava diversamente.

Immagini dell'intervista rilasciata dall'avvocato Stefano Menicacci alla TV francese Canal Plus il 18 febbraio 2002:

Avv. Stefano Menicacci: “In materia di cooperazione, in materia di lotta tra i capi e i reduci della guerra, quando i servizi segreti italiani volevano sapere qualcosa andavano sempre da Marocchino.”

LUCIANO SCALETTARI – Famiglia Cristiana

Poco dopo l'agguato, dopo l'agguato, era stato avvicinato da un uomo del SISMI, di cui non si è detto il nome, che gli consigliò di lasciar perdere sulla vicenda, perché sarebbe stata dimenticata abbastanza presto.

Procura di Roma, 4 luglio 2003

D – Ma è vero che un uomo dei servizi segreti italiani le ha detto di lasciar perdere?

GIANCARLO MAROCCHINO

No.

D – Non è vero?

GIANCARLO MAROCCHINO

(scuote la testa)

D – Cioè, se lo sono inventato i giornalisti questo?

GIANCARLO MAROCCHINO

Non è vero.

AUTRICE

Allora risentiamolo.

Immagini repertorio edizione Tg 3 - giugno 1999

D – In un'intervista lei ha dichiarato che qualcuno dei servizi le ha chiesto di non occuparsi della vicenda perché tanto sarebbe stata dimenticata presto

GIANCARLO MAROCCHINO

Ma, vede, lì siamo.. quando uno lavora in posti del genere bisogna essere amici no? E come si fa? Perché c'è uno che ti spara uno che…e allora dobbiamo essere tutti amici, e in quel momento lì uno mi ha detto “dai, lascia stare…”

D – Ma non tornano i conti!

AVV. STEFANO MENICACCI – legale di Giancarlo Marocchino

Marocchino ha deposto davanti alla Commissione Parlamentare d'Inchiesta, davanti alla Corte di Assise di Appello, è in grado di rispondere a tutte le Magistrature, ma è stanco di parlare con giornalisti che hanno carpito la sua buona fede.

Processo di primo grado, 1999

LUCA RAJOLA PESCARINI – Responsabile SISMI in Somalia nel 1994

Mai visto Marocchino, e non ho mai voluto avere contatti con Marocchino; io non ho mai voluto che i nostri avessero contatti con questi trafficanti italiani, prima di tutto perché il nostro lavoro è, nell'ambiente somalo, rivolto ad avere notizie dei somali, e secondo perché ho sempre saputo, girando il mondo, che tutti questi trafficanti italiani perseguono i loro fini economici.

AUTRICE

Proprio il servizio militare ha riportato alcune informative riservate, ha riportato informazioni su alcuni movimenti di armi nel deposito di Marocchino, solo sospetti, anche se, nel '93, durante l'operazione dei caschi blu, Marocchino lasciò la Somalia perché accusato dal comandante statunitense della forza di pace di trafficare in armi. Aveva una sola alternativa all'esilio: la prigione. Quattro mesi dopo Marocchino tornò in Somalia nella sua abitazione, una delle più belle di Mogadiscio. Tornò alla sua attività di trasportatore, alle sue venti guardie del corpo che lo proteggono.

AVV. STEFANO MENICACCI – legale di Giancarlo Marocchini

E poi questa questione dell'esodo forzato di Marocchino dalla Somalia si è risolta con un'inchiesta del PM Saviotti con pieno proscioglimento perché il fatto non sussiste, quindi quell'allontanamento fu strumentale, perché fu strumentale? Perché Marocchino era dalla parte di Aidid e siccome gli americani avevano emesso un mandato di cattura internazionale contro Aidid, cercavano di colpire tutti i supporti logistici e ambientali che c'erano a favore di Aidid.

AUTRICE

Se Luca Rajola ci avesse rilasciato l'intervista avremmo voluto chiarire, con il suo aiuto, un paio di punti sull'operato del SISMI in Somalia. Abbiamo visto che, nonostante i tradizionali legami con la polizia somala, il SISMI non riferì nulla sugli omicidi. La ragione poteva essere soltanto una: non c'era niente di interessante da riferire. Questo almeno si pensava finché, durante il processo, nel 1999, il procuratore mostrò una comunicazione riservata inviata da Mogadiscio a Roma il giorno seguente il duplice omicidio.

Nell'informativa si legge: “la giornalista aveva ricevuto minacce di morte nella città di Bosaso, il giorno 16” , però poi qualcuno ha cancellato le due righe. Chi aveva dato questa importante informazione? Perché Ilaria era stata minacciata?

Processo di primo grado, 1999

ALFREDO TEDESCO – agente del SISMI

Si, confermo che è la mia grafia.

AVV. GUIDO CALVI – Parte Civile famiglia Alpi

E' una notizia piuttosto precisa, da chi l'aveva avuta lei questa notizia?

ALFREDO TEDESCO – agente del SISMI

Onestamente non lo so, però sicuramente non da cittadini somali, forse parlando con qualche collega giornalista, di Ilaria o… mi dispiace, ma non ricordo perfettamente in questo momento…

AUTRICE

Forse il suo capo il generale Rajola ricorda meglio?

AVV. GUIDO CALVI – Parte Civile famiglia Alpi

Di fronte a questa notizia e alla sorprendente cancellatura nel rapporto, ha chiesto spiegazioni al responsabile, perché avesse cancellato, ha chiesto ulteriori informazioni, ha chiesto notizie a Tedesco, da dove avesse appreso questa notizia?

LUCA RAJOLA PESCARINI – responsabile SISMI in Somalia nel 1994

No, perché oramai, noi non interveniamo dopo che sono avvenuti i fatti, interveniamo prima, quando il fatto è avvenuto non è più di nostra competenza.

AUTRICE

Luca Rajola venne smentito tre anni dopo nel corso del processo di Appello dal capo del SISMI, Nicola Pollari, il quale dichiarò che una notizia del genere, secondo le regole del Servizio “andrebbe comunicata”. Ma chi aveva cancellato quelle minacce?

Processo di primo grado, 1999

ALFREDO TEDESCO – agente del SISMI

Queste correzioni qui non sono fatte da me.

D - Quindi non le appartengono le correzioni?

ALFREDO TEDESCO – agente del SISMI

No, le correzioni, queste correzioni qui venivano fatte all'arrivo del messaggio.

LUCA RAJOLA PESCARINI – responsabile SISMI in Somalia nel 1994

Io l'ho detto in premessa che tutte le notizie andavano immediatamente trasmesse all'autorità politica che era l'ambasciatore. Può darsi che una volta informato l'ambasciatore, non è stato ritenuto di doverla mandare a quest'organo di situazione che era la terza divisione nostra.

D – Lei fu informato dal SISMI delle minacce ricevute a Bosaso?

MARIO SCIALOJA – ambasciatore in Somalia nel marzo 1994

No, non l'ho mai saputo. No, non ho mai visto questa informativa.

AUTRICE

No, non fu l'ambasciatore. Dunque, chi cancellò quelle righe scritte a Mogadiscio?.

Processo di primo grado, 1999

LUCA RAJOLA PESCARINI – responsabile SISMI in Somalia nel 1994

Quindi devo ritenere che è stato fatto dal direttore di sezione o dal collaboratore della sezione.

D - Lei ci può essere più utile dicendoci chi potrebbe aver fatto questa analisi di questo documento?

LUCA RAJOLA PESCARINI – responsabile SISMI in Somalia nel 1994

In questo momento non ricordo i nomi dei collaboratori addetti, il direttore di sezione bisognerebbe controllare chi era.

AUTRICE

Bisognava controllare chi fosse il direttore della sezione Africa in servizio quel 21 marzo del '94. Noi abbiamo cercato di saperlo dal Ministero competente, quello della Difesa.

Conversazione telefonica con un addetto dell'Ufficio Stampa del Ministero della Difesa:

Addetto Ufficio Stampa:

“Si tratta di un servizio del SISMI che ha un suo Ufficio Stampa e il Colonnello … ne è il responsabile, quindi normalmente noi non entriamo nel merito, né possiamo forzarli a fornire delle informazioni.

AUTRICE

Dall'Ufficio Stampa del SISMI, un mese prima, ci fu invece detto di inoltrare la richiesta al Ministero della Difesa. E alla fine è stato impossibile individuare il responsabile di quella omissione.

LUCIANA ALPI

Nessuno ha mai insistito su questa storia del SISMI, purtroppo.

D – Quindi attualmente voi non sapete ancora chi a Roma ha cancellato quella…?

LUCIANA ALPI

No, assolutamente non lo sappiamo, non lo sappiamo.

D – E non sapete neanche se la Magistratura ha cercato di saperlo?

LUCIANA ALPI

No, nemmeno questo sappiamo.

GIORGIO ALPI

Altra cosa per cui vorremmo avere delle spiegazioni.

AUTRICE

Anche in Parlamento qualcuno chiese spiegazioni.

Immagini repertorio edizione Tg3 11 maggio 1999:

FRANCO FRATTINI – presidente del Comitato di controllo dei Servizi Segreti nel 1999

“Sotto la Presidenza del Senatore Brutti, quindi nella scorsa legislatura, il comitato chiese esplicitamente al SISMI quali fossero i documenti in loro possesso, arrivò una risposta del tipo che il servizio non si era mai occupato della vicenda, evidentemente c'è qualcosa che noi oggi dobbiamo chiarire.”

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Il SISMI dunque aveva mentito. Della faccenda i servizi segreti si erano occupati, ma occultando qualcosa che poteva essere utile ai fini delle indagini. Frattini annunciò così un'inchiesta che non fu mai avviata. E quando diventò Ministro dell'attuale Governo non riprese in mano la questione, non lo ha fatto lui, il suo governo e i cinque che lo hanno preceduto. Quest'anno però l'Onorevole Calzolaio ha proposto una commissione d'inchiesta , votata da tutti gli schieramenti per capire chi ha cancellato quelle righe, per far saltar fuori l'immagine dal satellite e per far luce sul tutte le zone d'ombra

7 luglio 2003 – Camera dei Deputati: immagini del Presidente della Camera Pierfedinando Casini con genitori di Ilaria Alpi

LUCIANA ALPI

Abbiamo molte aspettative su questa Commissione perché speriamo che faccia quello che la Procura di Roma non ha fatto fino adesso.

Immagini repertorio Tg3 del 20 maggio 2002

Lungo applauso dei deputati che salutano i genitori di Ilaria Alpi e di Maria Grazia Cutuli presenti in aula.

IN STUDIO MILENA GABANELLI
Era il mese di luglio e si erano dati tempi brevi per dare una svolta alle indagini.

All'oggi però i lavori non sono ancora partiti.

D – A quasi 10 anni da questo omicidio noi in realtà non sappiamo né perché è stata uccisa Ilaria Alpi, né come, perché poi la dinamica dell'omicidio è ancora…

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale famiglia Alpi

E' un altro mistero italico che si aggiunge a Ustica, che si aggiunge ad altre vicende.

D – Perché li mette sullo stesso piano?

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale famiglia Alpi

Be', sotto certi profili sì, sotto certi profili sì.

D – Ma quelle sono stragi che possiamo definire tra virgolette di Stato.

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale famiglia Alpi

Va bene, ma fra le possibilità che certamente andrebbero esplorate, c'è appunto che Ilaria Alpi sia andata a toccare dei gangli nervosi importantissimi, relativi al traffico di armi e al traffico di rifiuti tossici; i rifiuti tossici sono un mondo sconfinato e importantissimo, di rilevanza strategica, di rilevanza strategica.

AUTRICE

Ilaria Alpi era al suo settimo viaggio in Somalia, conosceva bene quel Paese, conosceva bene la lingua araba, da tempo stava indagando infatti sulla malacooperazione, una megatangentopoli rimasta inesplorata, miliardi donati dal Governo Craxi al dittatore Siad Barre e in seguito ai vari Signori della Guerra.

Immagini repertorio di Ilaria Alpi dalla Somalia - Tg3 del 29 dicembre 1992

“Lettera indirizzata agli italiani a Mogadiscio”, così titola oggi Beeldeeq, giornale in lingua somala di tendenza filo AEGIG, un articolo di fuoco che spiega con nomi e particolari cosa ne pensi l'ex Ministro dell'Industria somalo dei rapporti tra l'Italia e il suo Paese, un primo attacco è per i giornalisti che offrirebbero agli italiani un'immagine falsata del paese e poi pesanti accuse contro i politici italiani, da Craxi a De Michelis, passando per il capo del Fondo di aiuti italiano Francesco Forte. Il Ministro continua la lettera e si chiede “dove sono finiti tutti quei soldi stanziati per la Somalia ?”.

AUTRICE

Prima di partire lasciò un appunto in redazione “1.400 miliardi, dov'è finita questa impressionante mole di denaro?”. In seguito si scoprì che quella cifra era la punta dell'iceberg.

D – Ma quanti miliardi, per certo, noi sappiamo che sono finiti in Somalia dalla cooperazione?

MARIANGELA GRITTA GRAINER – membro della Commissione di Inchiesta cooperazione

Dunque, sono finiti 5.000 miliardi, una roba così, ma soltanto in quegli anni lì, dall'84 al '91. Possiamo dire sperperati, ma anche qualcosa di più, adesso uso le parole della dottoressa Gualdi, per esempio, che la Commissione ha sentito, in riferimento a progetti della Somalia diceva, praticamente il costo di un progetto era sempre gonfiato di almeno il 40% e questo 40% poi veniva suddiviso in tangenti, chiamiamole così, tra somali e italiani. Nessuno ha pagato e neanche si sa bene la verità, forse che a pagare sono stati solo i popoli dei Paesi poveri.

AUTRICE

L'indagine della giornalista si stava concentrando su un presunto traffico d'armi tra l'Italia e la Somalia e su una compagnia italo - somala, la Shifco , che aveva avuto in prestito dalla cooperazione italiana 5 pescherecci. 4 giorni prima di morire Ilaria andò a Bosaso, nel nord della Somalia (proprio il 16 marzo, quando ricevette le minacce di morte). Intervistò il Sultano Bogor. In quel momento una delle navi della Shifco era stata sequestrata per un riscatto dai miliziani del Sultano e Ilaria chiese al Sultano di potere vedere quella nave.


Ilaria Alpi: E dov'è la nave? La possiamo vedere?

IL SULTANO BOGOR

Come potete vedere? Lei viene…perché deve vedere? Prendi informazione e basta!

Ilaria Alpi: Se non vedo non credo…

IL SULTANO BOGOR

Se non vedi non credi? Usa il satellite!

Si può ricevere le armi nel giro di 48 ore… basta avere collegamenti, la nave ha un telex e loro, come un pescecane che gira intorno alla sua preda, le nave dei trafficanti di armi girano sempre nelle zone della guerra.

AUTRICE

Maurizio Torrealta intervistò anche uno dei miliziani che sequestrò quella nave il quale rivelò che la flotta lavorava per un gruppo dei Servizi Segreti italiani. Ma perché Ilaria Alpi era andata ad incontrare il sultano, come faceva a sapere che una nave presumibilmente carica di armi si trovava al largo di Bosaso e chi dava ad Ilaria tutte queste informazioni dettagliate?

EX APPARTENENTE A GLADIO

Ero un ex appartenente di un centro GLADIO nel Nord Est d'Italia.

D – Perché una struttura di questo tipo poteva avere un interesse a supportare certi traffici?

EX APPARTENENTE A GLADIO

Supportava questo genere di traffico perché era incaricata da chi di dovere di supportare questo traffico, era una struttura che era al servizio dei potenti del momento, avendo una struttura del genere, capillare, efficiente, che poteva operare anche all'estero con il beneplacito degli statunitensi, riuscivamo ad avere un controllo totale della Somalia e non solo la Somalia , comunque si riusciva ad avere un controllo totale dell'area e potere effettuare qualsiasi tipo di traffico illecito; ripeto che per traffici illeciti si parla di contrabbando di armi, ma soprattutto si parla di traffico di scorie nucleari, di rifiuti tossico - nocivi, era una pattumiera, una grossa pattumiera di questa robaccia e statunitensi, italiani, tedeschi, francesi, Paesi dell'Est, gli Stati Uniti forse in modo più ancora feroce di quello che non lo abbiamo noi.

AUTRICE

Gli americani, la Somalia come pattumiera per le scorie nucleari. Sembra incredibile però è interessante leggere la deposizione dell'avvocato di Giancarlo Marocchino, rilasciata durante il processo di primo grado. Parlando della vicenda dell'espulsione del suo cliente della Somalia operata dagli statunitensi con l'accusa di trafficare in armi, l'avvocato affermò che il suo cliente gli avrebbe confidato questo:

“Gli americani ce l'hanno con me per varie ragioni… perché i loro camion saltano in aria… dove portano le scorie nucleari e cose del genere. I miei no…”

D – Poteva esserci una facciata legata alla cooperazione?

EX APPARTENENTE A GLADIO

C'era la facciata legata alla cooperazione per forza, altrimenti non si sarebbe potuto fare niente; sì, Ilaria Alpi oltre ad aver visto scorie, rifiuti, traffici di armi, senz'altro la Alpi aveva già visto anche documentazione particolare.

D – Mi sta dicendo che Ilaria aveva un informatore?

EX APPARTENENTE A GLADIO

Senz'altro era un uomo del SISMI, senz'altro quest'uomo del SISMI è morto anche lui in Somalia, di morte violenta, prima della Alpi. Era il Maresciallo Vincenzo Licausi.

Immagini di repertorio edizione del Tg1, 12 novembre 1993

“Veterano del SISMI, Servizio Segreto Militare, il Maresciallo Licausi fin da quando, vent'anni fa, aveva lasciato la scuola sottufficiali dei Carabinieri, impegnato in missioni di prima linea come le ricerche del generale Dozer , rapito dalle Brigate Rosse, aveva diretto dall'87 al '90 un centro di addestramento di GLADIO nel trapanese. Inviato in Somalia con i compiti di sempre, intelligence, attività informative e di sicurezza per il contingente italiano, ha trovato la morte sulla strada imperiale, a pochi chilometri da Balad, a nord di Mogadiscio, una banda di somali ha assaltato per rapina un grosso camion, nello scontro a fuoco è stato colpito ad un fianco, illeso un altro militare italiano che era con lui.

EX APPARTENENTE A GLADIO

Non credo a quella versione. Pensi che il giorno dopo doveva rientrare in Italia appunto per essere sottoposto a un interrogatorio da parte dei giudici che si interessavano del caso GLADIO, Centro Scorpione ed altro; conosceva benissimo la Alpi e probabilmente proprio per aver parlato con lei di tante cose, di tanti argomenti che a volte sono intoccabili e non bisogna neppure pensarli, be', qualcuno ha pensato bene di toglierlo di mezzo con un colpo di dragunov .

D – Come fa a dire che si conoscessero?

EX APPARTENENTE A GLADIO

Perché lo conoscevo anch'io molto bene.

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Le dichiarazioni che abbiamo appena sentito potrebbero essere utili al Magistrato Ionta per aprire un nuovo fronte d'indagini? Quello che sappiamo è che è sempre Ionta ad occuparsi del caso relativo alla morte del Maresciallo Licausi. E Ionta è il terzo magistrato che si occupa dell'omicidio Alpi, il primo fu DeGasperis, ma poiché le indagini rimasero in stallo per due anni fu affiancato da un altro magistrato Giuseppe Pititto, il quale intuì che la chiave presumibilmente stava proprio nell'ultimo incontro di Ilaria Alpi, quello con il sultano Bogor.

AUTRICE

Giuseppe Pititto andò nello Yemen, per interrogare il Sultano Bogor. La sua fu una deposizione contraddittoria e venne iscritto nel registro degli indagati. Il Magistrato si avvalse di informative che giungevano dalla Digos di Udine. Una fonte riservata ma ritenuta attendibile parlava di traffico di armi, e di interessi italiani e somali in questa vicenda. Pititto, sulla base di quelle informazioni, convocò due testimoni chiave dalla Somalia ma due giorni prima del loro arrivo il nuovo Procuratore Capo di Roma, Salvatore Vecchione, lo esonerò dall'incarico.

Motivazione dell'esonero fu la diversità di vedute sulla conduzione delle indagini tra Giuseppe Pititto e il collega De Gasperis.

AUTRICE

Giuseppe Pititto fece ricorso contro la decisione del suo esonero e il Ministero di Giustizia gli diede ragione, quindi le motivazioni dovevano essere altre.

A seguito di quella vicenda Giuseppe Pititto fu trasferito d'ufficio con l'addebito d'avere svolto le indagini senza coordinarsi con il collega e per avere rilasciato dichiarazioni pubbliche. Per questo ha subito anche un procedimento disciplinare.

D – Lei in passato ha affermato che accertare le reali ragioni per cui le è stata sottratta l'inchiesta consentirebbe, cito testualmente da una sua intervista, “di aprire uno squarcio di luce in direzione della verità”. Conferma?

GIUSEPPE PITITTO

Sì, naturalmente resto della stessa opinione.

D – Potrebbe dirmi il perché?

GIUSEPPE PITITTO

Le ragioni a me pare si possono intuire facilmente, in ogni caso, non mi ritenga scortese, potrei rispondere alla domanda che lei mi ha posto solo se a formularmela fosse il Consiglio Superiore della Magistratura.

D – E se dovesse chiamarla la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'omicidio Alpi – Hrovatin?

GIUSEPPE PITITTO

Naturalmente non potrei esimermi dal rispondere alle domande della Commissione però, ripeto, preferirei poterlo fare davanti al CSM.

AUTRICE

Salvatore Vecchione avocò a sé l'inchiesta affidandola al Sostituto Procuratore Ionta. Per ora ultimo Magistrato ad occuparsi del duplice omicidio. Fu lui, nel '97, a chiedere l'ergastolo per il somalo Hashi Omar Hassan, accusandolo di essere uno dei sette del commando omicida. Nel processo di primo grado il somalo fu assolto, in appello fu invece condannato all'ergastolo, infine la pena venne ridotta a 26 anni nel 2002. E' l'unico in carcere per questo omicidio.

Ad incastrarlo due testimoni somali, uno è scomparso, l'altro era l'autista di Ilaria che per anni negò di sapere qualcosa ma prima di lasciare l'Italia aveva promesso importanti rivelazioni ma ormai è tardi.

MARIANGELA GRITTA GRAINER – membro della Commissione inchiesta cooperazione

E' morto, dopo che gli è stata tolta la protezione è morto a Mogadiscio dopo 3 giorni o 5 giorni che era rientrato lì, l'anno scorso, proprio in questa stagione.

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale della famiglia Alpi

Sui giornali somali è venuto fuori non solo che questa persona è morta in circostanze misteriose, probabilmente per un'overdose propinatagli al suo rientro dall'Italia, dove si trovava, ha aggiunto, la stampa somala, che questa persona aveva molti soldi, che aveva avuto in Italia e che prima di morire aveva detto che intendeva fare rivelazioni.

AUTRICE

Anche le fonti segrete sono sparite dalla circolazione. Una era del SISDE, l'altra quella della Digos di Udine. Facevano nomi e cognomi dei mandanti, italiani e somali, descrivevano la riunione in cui si era deciso il duplice omicidio e parlavano del movente, collegato proprio a quei traffici illeciti su cui Ilaria stava investigando. E le loro dichiarazioni concordavano.

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale della famiglia Alpi

Non si ricorda un caso di rapporti concordanti di fonti diverse ritenute attendibili che fanno il nome dei mandanti e degli esecutori di un omicidio e la cosa rimane là.

AUTRICE

Il fatto è che il SISDE e la Digos , per proteggere la vita delle loro fonti, possono non rivelarne l'identità appellandosi all'articolo 203 del Codice di Procedura Penale. E non rivelare l'identità delle fonti rende inutilizzabili ai fini giudiziari le informazioni rilasciate.

AVV. DOMENICO D'AMATI – legale della famiglia Alpi

Allora si deve dire “è vostro diritto di non fare i nomi, bene, ma allora andate in fondo, seguite la pista che vi ha dato questa fonte, fate ulteriori accertamenti, fate riscontri!”.

Questi investigatori della Digos di Udine sono stati destinati ad altri incarichi, diversi e non attinenti più all'attività investigativa, perché? Questi che avevano fatto un ottimo lavoro, perché tutti dicono “ottimo lavoro, la fonte è attendibile!” e quindi hanno fatto un buon lavoro, dopodiché hanno fatto un buon lavoro, li tirano fuori dall'attività investigativa, li emarginano dall'attività investigativa e tutto si ferma.

IN STUDIO MILENA GABANELLI

Queste sono le informative che contengono i nomi degli esecutori e dei mandanti e alcuni di questi nomi rientrano nel quadro di ciò che avete appena visto. La fonte per tutelare la sua incolumità fisica non può essere rivelata ma su questi nomi, secondo l'avvocato degli Alpi, il Pubblico Ministero Ionta non avrebbe fatto i dovuti accertamenti e poi è stata tolta la delega alla Digos di Udine senza spiegare il perché. Sulla veridicità di queste dichiarazioni, il Pubblico Ministero Ionta e il Procuratore generale Vecchione da noi interpellati hanno preferito non pronunciarsi. Ci auguriamo che la Commissione parlamentare di inchiesta svolga il suo lavoro e vada realmente a fondo e magari ascolti anche il magistrato Giuseppe Pititto che alla nostra Sabrina Giannini aveva dichiarato di conoscere le ragioni del suo esonero dall'inchiesta.

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