Da La Repubblica del 04/08/2005

Quattordici militari Usa uccisi dall´esplosione di una mina alle porte della capitale irachena

Strage di marines a Bagdad

Rapito e assassinato a Bassora un giornalista del "Nyt"

di Corrado Stajano

Articolo presente nelle categorie:
Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniOggiTerrorismo internazionale
Un convoglio americano che salta in aria nella sabbia di Haditha. Muoiono 14 marines, uno dei bilanci più sanguinosi per un attentato singolo dall´inizio della guerra in Iraq. E nel pomeriggio di un giorno già da dimenticare gli Stati Uniti devono aggiungere al conto dei morti il nome di Steven Vincent, un giornalista free-lance collaboratore del New York Times rapito e ucciso a Bassora. «I recenti avvenimenti ci ricordano la triste natura del nostro nemico», ha commentato il presidente George Bush in un discorso a Grapevine, nel Texas, «i terroristi e i ribelli usano tattiche brutali per fiaccare la nostra volontà, per farci battere in ritirata. Ma falliranno. Non torneremo a casa prima che la missione sia compiuta». Dal nord-ovest al sud-est dell´Iraq il senso della storia non cambia. Le vittime statunitensi - oltre a quelle irachene, tra 23 e 26 mila nelle stime di Iraq Body Count - crescono a ritmo sempre più sostenuto. E se la cifra di 1816 militari dal marzo 2003 a oggi è già spaventosa (a cui andrebbero aggiunti circa 250 civili), lo è ancora di più che 975 abbiano perso la vita dopo il passaggio di sovranità agli iracheni alla fine di giugno 2004. Ovvero oltre due al giorno nell´ultimo anno, con una media di 700 feriti al mese.
La provincia di al Anbar, dove si trova la strada che da Bagdad porta verso il confine siriano, è una delle più pericolose del paese. «Quattordici marines e un interprete civile (iracheno, ndr) sono rimasti uccisi quando il loro veicolo d´assalto anfibio è stato attaccato con un ordigno esplosivo», si è limitato a dire il comunicato del comando militare americano. Poche ore dopo, nella moschea della città che si trova vicina al temibile "triangolo sunnita", è spuntato un volantino. «I vostri fratelli della Brigata dell´Esercito islamico - recitava il foglio dall´attendibilità impossibile da verificare - hanno attaccato un convoglio delle forze crociate che circondano Haditha da due giorni, con una bomba che ha ucciso 15 crociati infedeli».
Falluja e Ramadi non sono lontane ed è qui che gli americani hanno intensificato le loro operazioni. Per disarticolare i terroristi locali e contrastare quelli, i "foreign fighters", che passerebbero dal confine siriano. Lunedì, sempre ad Haditha, in due attacchi erano stati uccisi altri sei marines, un settimo in un villaggio poco distante. Operazioni rivendicate via internet da Ansar al Sunna, che parlava però di otto marines morti, «alcuni dei quali sono stati sgozzati e altri abbattuti» e di un nono che sarebbe stato catturato. Circostanza smentita dal Pentagono.
Il cinquantenne Steven Vincent, invece, si trovava in una zona teoricamente più tranquilla del paese, la meridionale Bassora. Era lì da circa tre mesi per scrivere un libro sul conflitto. Ma domenica scorsa sul New York Times aveva denunciato che poliziotti locali sarebbero coinvolti in una serie di omicidi politici. È stato rapito martedì sera assieme al suo interprete iracheno, adesso gravemente ferito. All´obitorio della città il corpo di Vincent è stato portato con ancora le mani legate dietro la schiena, del nastro rosso intorno al collo e con varie ferite di arma da fuoco, al torace e alla testa. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti di New York, dall´inizio della guerra a tutto giugno, 52 giornalisti internazionali sono stati uccisi in diverse parti dell´Iraq. Vincent è il primo giornalista americano ad essere assassinato ma non il primo a morire nel paese. Nell´aprile 2003 Michael Kelly, direttore dell´Atlantic Monthly, aveva perso la vita in una sparatoria quando l´humvee dell´esercito sul quale viaggiava era stato attaccato.

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