Da Famiglia cristiana del 12/03/2003

CASO MORO: L’EX SENATORE SERGIO FLAMIGNI CONFERMA

"Quelle carte sono vere"

Già membro della Commissione Moro, giudica autentici i documenti pubblicati la scorsa settimana: l’esercitazione "Rescue imperator" si trasformò nell’operazione "Smeraldo".

di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari

Tutto accade nello spazio di un mattino. È il 21 marzo 1978. Da cinque giorni Aldo Moro è nelle mani delle Brigate rosse. Alle 7, sulla base di una segnalazione che indica la possibile "prigione del popolo" dove si trova l’ostaggio, il Viminale ordina un’operazione volta a liberarlo e allerta le forze speciali. Poche ore dopo, però, per la precisione alle 13, viene diramato il contrordine: annullare tutto.

"Tutto" è l’operazione "Smeraldo", qualcosa di già visto poco più di un mese prima: stessi reparti, stessi uomini, stessi comandanti.

"Smeraldo", infatti, sembra proprio l’attuazione drammaticamente reale dell’esercitazione "Rescue Imperator" (Salvataggio Imperatore) "raccontata" dal carteggio tra il nucleo Carabinieri Sios della Marina militare di La Spezia e lo Stato Maggiore di Roma e rivelata la settimana scorsa da Famiglia Cristiana, dal quotidiano Liberazione e dalla rubrica del Tg3 Primo Piano. Come si ricorderà, nelle lettere datate 6, 9 e 10 febbraio 1978 si parla di un’esercitazione organizzata dal Raggruppamento unità speciale-Stay Behind (cioè Gladio), poi realizzata nella notte del 12 febbraio, da cinque squadre "K" armate ed equipaggiate con materiale degli incursori del Comsubin in accordo con i carabinieri della Legione Lazio. Vi si citano luoghi (Campo Imperatore, vicino al lago della Duchessa, Magliano Sabina e il Monte Soratte); mezzi (elicotteri armati per la bassa quota, nonché respiratori per alto fondale) e nomi.

Un’esercitazione, questa, che sembra la "prova generale" dell’operazione di salvataggio ordinata un mese e mezzo dopo da Cossiga. Operazione fallita: il 9 maggio 1978 il corpo di Moro viene trovato nel bagagliaio della Renault rossa parcheggiata in via Caetani a Roma e la sua morte cambierà la storia del Paese.

Sergio Flamigni, ex senatore del Pci-Pds, membro di varie Commissioni Moro, P2 e Antimafia, giudica autentici i documenti resi noti nei giorni scorsi. Non solo. È proprio lui a spiegare che quell’esercitazione si trasformò nell’operazione "Smeraldo" di cui la Commissione Stragi, all’epoca della presidenza Gualtieri, trovò tracce nella documentazione inviata dal ministro della Difesa Rognoni e che lui pubblicò nel 1998 nel libro La tela del ragno, di cui uscirà ad aprile una nuova edizione.

«Cossiga», dice Flamigni, «nelle audizioni in Commissione non accennò mai a questi fatti, anche se fu lui a gestire il tutto. Le carte che si trovano agli atti provengono dal ministero della Difesa».

Cosa accadde? Flamigni racconta che alle 7 del mattino del 21 marzo 1978 la telescrivente del ministero dell’Interno batte un dispaccio urgente diretto allo Stato Maggiore della Marina militare: «Alfa, attuate interno "Smeraldo"».

Con questo messaggio in codice il Viminale pone in stato d’allarme alcune unità speciali della Marina militare che avrebbero dovuto spostarsi velocemente a bordo di elicotteri. Alle 7.39 il comandante dell’Unità speciale comunica al ministero dell’Interno che il nucleo è pronto a partire.

Alle 8.15, il comandante dei Gos (Gruppi operazioni speciali), il tenente di vascello Oreste Tombolini, utilizzando una rete telefonica protetta invia al comandante dell’unità Vittorio Biasin il seguente messaggio: «Al 50 per cento l’ostaggio è in un casolare abbandonato in zona Forte Boccea-Aurelia vicino al Raccordo Anulare. Alle 9 i carabinieri della Legione di Roma circonderanno la zona. Condurranno loro l’operazione. Il responsabile è il maggiore Calcagnile. Se le Br sono in zona e spareranno, i carabinieri risponderanno al fuoco. L’intendimento del Governo è di portare a trattativa. Per ora, per noi, solo allarme».

Alle 13 un nuovo messaggio del ministero dell’Interno allo Stato Maggiore della Marina revoca l’allerta: «Topazio slang si abroga».

Il freddo linguaggio militare

I nomi di Tombolini, Calcagnile e Biasin compaiono già nel documento del 9 febbraio 1978 relativo a "Rescue Imperator", in cui si legge testualmente: «Richiedesi impiego vostre squadre per estensione esercitazione in oggetto. Stop. Richiedesi attivazione immediata sezione "S" base 2 Luni. Stop. Squadre: K2, K6, K7 operative. Stop. Squadre: K1 (Tombolini), K5 (Stoinich) operative comando. Stop. Imbarco previsto ore 2.45 giorno 12 andante (febbraio 1978, ndr). Stop. Svolgimento esercitazione area Magliano Sabina/Monte Soratte e limitrofe. Stop. Massima allerta Legione carabinieri Lazio/Roma in area. Stop. Calcagnile est "Smeraldo", Biasin est "Rubino". No telefonica via filo. Stop. Assoluto cifra radio. Stop. Emergenza codice Nato no Civilavia. Stop. Distruzione immediata presente dispaccio ed eventuali successivi. Stop».

Un contenuto più che eloquente, nonostante il freddo linguaggio militare.

Nel primo e nel terzo dispaccio di "Rescue Imperator", poi, datati rispettivamente 6 e 10 febbraio 1978, si cita il "gruppo Guglielmi", che deve restare "in attesa del materiale" e di eventuali nuovi ordini presso il Centro addestramento guastatori di Alghero. «Camillo Guglielmi», sottolinea ancora Sergio Flamigni, «risulta essere un colonnello del Sismi, uno dei migliori addestratori di Gladio, esperto di tecniche di imboscata, che lui stesso insegnava nella base sarda di Capo Marrargiu dove si esercitavano anche gli uomini di Stay Behind. Questi elementi emergono nel 1991, durante l’inchiesta condotta dai magistrati militari di Padova Sergio Dini e Benedetto Roberti. Com’è noto, è stato anche accertato che Camillo Guglielmi era presente nei pressi di via Fani al momento dell’agguato a Moro e alla sua scorta. Guglielmi, interrogato poi dal sostituto procuratore di Roma Luigi De Fichy, si giustificò sostenendo di esser stato invitato a pranzo da un amico che abitava lì vicino, in via Stresa. L’amico confermò la visita, ma la definì inaspettata e negò l’invito a pranzo. D’altronde, erano le 9-9.30 del mattino».

Tra le località indicate dai dispacci relative all’esercitazione di febbraio "Rescue Imperator", figura Magliano Sabina, in provincia di Rieti. È un riferimento ricorrente nelle indagini sul caso Moro. Spiega ancora Flamigni: «Di Magliano Sabina, come uno dei luoghi dove le Br avrebbero tenuto sequestrato Moro, parlano in tempi diversi due testimoni: Mario Zaccolo, un imprenditore friulano coinvolto anche in commerci di armi, e l’ex deputato democristiano Benito Cazora, incaricato in quelle settimane di "sondare" gli ambienti della malavita organizzata calabrese. Zaccolo rivela questo particolare nel ’93 nel corso di un’intervista, quindi molti anni dopo i fatti. Di Magliano Sabina, però, aveva già parlato Benito Cazora il quale aveva appreso dalle sue fonti calabresi che, approfittando della confusione creata dal falso comunicato Br relativo al lago della Duchessa, i brigatisti avrebbero trasferito l’ostaggio in quell’area. In effetti, in seguito, vicino a Magliano Sabina, e più precisamente a Viscovio, fu trovato un covo delle Br dove erano custodite carte d’identità rubate della stessa partita di documenti trovati in via Gradoli».

Bene informato oppure no, l’onorevole Cazora fu protagonista di un episodio legato all’ultima fase del sequestro. «Domenica 7 maggio 1978», conclude Sergio Flamigni, «Cazora comunicò all’allora questore di Roma De Francesco che, secondo una sua fonte, due giorni dopo sarebbe stato fatto ritrovare il corpo di Aldo Moro. La reazione del questore fu tranquillizzante. A lui, infatti, risultava, invece, che il 9 maggio la vicenda si sarebbe sì conclusa, ma con la liberazione dell’ostaggio. So per certo», conclude Flamigni, «che anche Francesco Cossiga quel 9 maggio, al Viminale, aspettava una telefonata con la buona notizia. Che non arrivò mai».

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