Da La Repubblica del 04/08/2000

Strategia della tensione - Maletti, la spia latitante

"La Cia dietro quelle bombe". "Andreotti, Leone e i silenzi interessati della politica"

Dal Sudafrica parla l'uomo del Sid condannato per depistaggio. "Saldo il mio debito di verità con l'Italia"

di Daniele Mastrogiacomo

JOHANNESBURG - "Sono stanco di pagare per altri.
Obbligato all'esilio, condanne per 31 anni, nove ancora da
scontare. Mi sembra un po' troppo... so di avere un debito
di verità nei confronti dell'Italia". Gli occhi della vecchia spia
si perdono oltre il parco del quartiere residenziale di
Rosebank, Sudafrica. Bugie, misteri, faide e lotte intestine.
E poi quei morti, gli attentati, nelle banche, sui treni, nelle
piazze. Gianadelio Maletti, classe 1921, generale di
divisione, cittadino sudafricano dal 1980, assistito
dall'avvocato Michele Gentiloni, è disposto a rivelare ciò
che sa. La sua verità. Di sicuro ci sono le sue condanne: per
depistaggio, per avere aiutato i neofascisti Giannettini e
Pozzan, per avere deviato le indagini sulla bomba di Bertoli
alla questura di Milano. Propone la sua verità vista "da
dentro". Nel 1971 è nominato capo del reparto D: punta di
diamante del nostro controspionaggio militare.
Generale, avrà saputo della relazione di minoranza della
Commissione Stragi. Si afferma che la strategia della
tensione fu di stampo atlantista.
"Ho saputo e letto qualcosa. E immagino che quall'atlantista
stia per americano. Usa".
Sì. Lei cosa ne pensa?
"Era una necessità della Nato raccogliere notizie ed
elaborarne il più possibile. Ma chi le usava e le manipolava
era il Servizio americano, la Cia".
Ne ebbe prova diretta?
"Avevo personalmente rapporti con la Cia. Con Stone,
detto Rocky, capo della stazione di Roma e Mike
Sedinuoui, un agente di origini algerine. Eravamo in contatto
per motivi di controspionaggio".
Lei sospettava che la strategia delle bombe avesse una regia
internazionale?
"Sospettavo, senza precisi riscontri".
E questo non era sufficiente per allarmarsi, per avviare un
lavoro di intelligence?
"Noi, come Sid, non eravamo in condizioni di fare nulla.
Almeno nei confronti degli americani. Poi il tempo ci portò
le prime conferme. La Cia, in Italia, aveva la più importante
sezione sulla sicurezza di tutta l'Europa occidentale. Le
informazioni venivano poi confrontate con l'altra
potentissima centrale presente in Germania".
Germania?
"Sì, la Germania era stato un paese di reclutamento sin dalla
fine della seconda guerra mondiale. La Cia voleva creare,
attraverso la rinascita di una nazionalismo esasperato e con
il contributo dell'estrema destra, Ordine nuovo in
particolare, l'arresto di questo scivolamento verso sinistra.
Questo è il presupposto di base della strategia della
tensione".
In che modo?
"Lasciando fare".
E i nostri servizi ne erano consapevoli o addirittura
complici?
"Non c'era piena consapevolezza. Ma esisteva un
orientamento nei servizi favorevole a questo progetto".
In che modo la Cia utilizzò Ordine nuovo?
"Con i suoi infiltrati e con i suoi collaboratori. In varie città
italiane e in alcune basi della Nato: Aviano, Napoli... La Cia
aveva funzioni di collegamento tra diversi gruppi di estrema
destra italiani e tedeschi e dettava le regole di
comportamento. Fornendo anche il materiale".
Esplosivi, armi?
"Numerosi carichi di esplosivo arrivavano dalla Germania
via Gottardo direttamente in Friuli e in Veneto".
E il Sid cosa faceva? Assisteva inerte o subiva?
"Ne parlavo spesso con i collaboratori. Ma non tutti
dimostravano di essere consapevoli di questa situazione. O
erano favorevoli al progetto".
E i suoi referenti politici?
"Li ho contattati, spesso scavalcando il mio capo, il generale
Miceli. Tanassi, Andreotti, Gui. Ma trovavo anche con loro
un certo interesse distaccato. Solo Andreotti...".
Cosa, Andreotti?
"Andreotti no, lui era invece molto interessato. Soprattutto
del terrorismo di destra e dei tentativi di golpe in Italia.
Anche se ogni mia iniziativa era vista come una fastidiosa
ingerenza".
Ma avrà pure trasmesso, come capo ufficio D, una
informativa al governo.
"Tantissime. Che restavano sempre lettera morta. Il Sid era
visto con diffidenza".
Forse perché anche il Sid sapeva ma faceva finta di niente.
"Ad Andreotti parlai personalmente dei tentativi di golpe.
Miceli non voleva che il rapporto sul golpe Borghese finisse
nelle sue mani e mi dissuase dal consegnarglielo. Aveva
paura di quel rapporto perché risultava essere stato in
contatto con alcuni uomini del golpe. Io mi resi conto che
nel dossier figuravano nomi di alti ufficiali seduti in posti di
comando e che se fosse stato trasmesso alla magistratura
avrebbe provocato un terremoto".
E lei, lo nascose.
"Io lo portai ad Andreotti e gli spiegai le mie perplessità".
In quel rapporto c'era una prima prova del coinvolgimento
Usa nei tentativi di golpe.
"C'era la prova del coinvolgimento di alti uffciali delle nostre
forze armate".
C'era stata piazza Fontana da poco. Lei credette alla pista
di sinistra?
"Tutto lasciava pensare questo. Ma io sapevo benissimo
che la matrice era di destra".
Ma continuò a svolgere il suo lavoro di intelligence e di
infiltrazione a sinistra.
"La sinistra andava comunque controllata. Della destra
sapevamo tutto".
Infiltravate anche Ordine nuovo?
"Certo. Bisognava ottenere quelle informazioni che la Cia
conosceva benissimo ma che noi ignoravamo".
Ma Ordine nuovo infiltrava anche voi del Sid. Chi, dunque,
infiltrava chi?
"Ebbi la sensazione di lavorare in un vero e proprio
verminaio. Ma me ne resi conto troppo tardi".
I suoi centri non le segnalarono mai niente su Ordine
Nuovo?
"Molto spesso. Il problema era capire se le notizie erano
vere o false. Nel 1972 mi resi conto della gravità della
situazione. Il centro di Padova ci segnala che dalla
Germania, via Gottardo, arrivavano carichi di esplosivi
destinati a Ordine nuovo. Lo segnalammo a livelli più alti".
E cosa accadde?
"Niente. Ma scoprimmo e segnalammo anche che
l'esplosivo usato a piazza Fontana proveniva da uno di
questi carichi".
Quindi è logico sostenere che il mandante di piazza Fontana
sia la Cia?
"Non ci sono le prove dirette, ma è così".
E voi del Sid, lei generale Maletti, cosciente di questa
strategia ha accettato la sudditanza dei nostri servizi alla
volontà della Cia. Anche davanti alle bombe e ai morti
innocenti?
"Abbiamo attivato le nostre fonti e abbiamo fatto tutto
quello che si poteva fare Il potere politico, che non poteva
non sapere, non ci ha mai dato una direttiva".
Non sarebbe stato meglio dimettersi?
"Mi hanno accusato di simpatie verso Israele. Ma la cattura
dei 5 palestinesi a Ostia decisi a far saltare in aria un aereo
della El Al evitò altre centinaia di morti".
Salvava alcune vite, ma ne sacrificava altre. Anche lei
prigioniero del suo potere dentro il Sid?
"Io sento un peso fortissimo, come italiano, di quello che è
successo. Mi sento quasi umiliato di ciò che non abbiamo
fatto per impedire tanti morti. Chi ha portato avanti questo
progetto, che ha ucciso tanti italiani è italiano. E lo ha fatto,
aderendo ad un progetto portato avanti da un servizio
straniero, per ottenere un proprio vantaggio. Di potere".
Ma i politici dominanti del momento, sapevano?
"E' ovvio che sapevano. Anche se non ci saranno mai le
prove per incastrarli. Se i vari capi dei servizi, da Miceli a
Casardi, hanno informato i politici, come era loro interesse,
lo hanno fatto anche attraverso riunioni informali".
Un silenzio che conveniva?
"Da parte dei politici? No, sarebbe criminale. La vera
responsabilità politica nella strategia della tensione è che
nessuno ha mai preso delle decisioni, mai nessun uomo
politico ha parlato e agito in termini politici. Forlani, l'ho
conosciuto troppo poco e mi ha silurato quando ero
diventato un fastidio. Andreotti, è un uomo intelligente e
furbo. Due qualità che raramente si incontrano assieme,
nello stesso individuo. Mi ricorda il grande vecchio creato
da una certa pubblicistica".
E oggi cosa pensa?
"E' un ruolo che gli si addice".
Ma come poteva continuare ad avere i contatti con la Cia,
generale, pur sapendo cosa tramava?
"Non si può dire che la Cia avesse un ruolo attivo e diretto
nelle stragi. Ma che sapessero e conoscessero obiettivi e
autori è vero".
La loro strategia, che puntava a fronteggiare il pericolo
comunista, era talmente cinica da passare sopra centinaia di
morti innocenti?
"La Cia ha cercato di fare ciò che aveva fatto in Grecia nel
'67 quando il golpe mise fuori gioco Papandreu. In Italia, le
è sfuggita di mano la situazione. L'effetto che alcuni attentati
dovevano produrre è andato oltre. Per piazza Fontana, che
io sappia, è andata così. Devo presumere anche per piazza
della Loggia, per l'Italicus, per Bologna. Riguardo ai politici,
voglio aggiungere una sensazione che per me è quasi una
certezza. A quel tempo, molti di loro, compreso il Capo
dello Stato, Leone, furono costretti ad accettare il gioco.
Perché ognuno aveva avuto la garanzia che il gioco non
avrebbe superato certi limiti".
E lei, oggi, si sente con la coscienza a posto? Anche per
Argo 16, l'aereo del Sid precipitato a Marghera?
"Su quell'aereo sono morte persone che conoscevo
benissimo".
E' stato sabotato?
"Quando i 5 palestinesi presi ad Ostia vennero rinchiusi nel
carcere di Viterbo, il capo della stazione del Mossad a
Roma, Asa Leven, mi venne a trovare. Mi disse di aver
saputo che il governo italiano aveva intenzione di restituirli
alla Libia. Lui mi chiese di agire assieme, noi e loro, per
sequestrarli".
Nel carcere?
"Sì. Avevano già messo a punto un piano. Noi dovevamo
procurarci un documento giudiziario falso e con una scusa
trasferirli dal carcere verso un presunto Tribunale. Loro, il
Mossad, avrebbero pensato al resto. Avrebbero assaltato il
furgone, addormentato con un narcotico i 5, li avrebbero
bendati, caricati su un aereo pronto a decollare e trasferiti a
Tel Aviv".
E lei?
"Non se ne fa nulla. I 5, dopo un sommario processo,
vengono trasferiti in Libia ma l'aereo fa uno scalo a Malta.
Qui, tutti si fanno una bella mangiata di pesce, e vengono
notati da degli agenti del Mossad. Una sosta infelice. Forse,
è stata la conferma definitiva, se ce n'era bisogno, che i 5
avevano preso il volo. Lungo la rotta di ritorno, Argo 16
precipita".
Altri morti innocenti...
"Una sequela di morti. In un clima da scontro tra servizi che
non si sopportavano e non si fidavano l'uno dell'altro".
Ma le bombe continuavano a esplodere. E voi, del Sid,
niente.
"Non c'era più alcuna strategia. I gruppi di estrema destra si
erano sganciati. Ormai c'era solo terrore"

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