Da Famiglia cristiana del 01/03/2006
Originale su http://www.stpauls.it/fc/0610fc/0610fc36.htm

CASO ALPI - PER IL PRESIDENTE TAORMINA I DUE GIORNALISTI FURONO UCCISI PER CASO. MA L’OPPOSIZIONE CRITICA QUESTE CONCLUSIONI

LA VERITÀ "SPACCATA"

Conclusi i lavori della Commissione parlamentare sull'uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, con due relazioni di minoranza che contestano quella di maggioranza del presidente.

di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari

Un tentato rapimento finito in tragedia. Un duplice omicidio la cui responsabilità ricade sulla criminalità locale somala, «senza mandanti, né italiani né stranieri».

Nessuno scoop messo a tacere col kalashnikov. Nessuna rivelazione di traffici illeciti di armi o rifiuti soffocata nel sangue. Nessuna possibile denuncia sulla malacooperazione stoppata con la violenza. I due giornalisti? Eroi, sì, ma soltanto per caso. Questo, e non altro, accadde nel pomeriggio del 20 marzo 1994 a Mogadiscio, 12 anni fa.

Il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso "Alpi-Hrovatin", onorevole Carlo Taormina, consegna al Parlamento e all’opinione pubblica «la verità, raggiunta con prove scientifiche», come lui stesso sottolinea in un’intervista concessa al Giornale.

Ma sia sulla "verità" sia sulla "scientificità" con cui la stessa è stata ottenuta c’è chi la pensa diversamente. A coronamento di un crescendo wagneriano fatto di fibrillazioni e di contrasti, il 23 febbraio scorso la Commissione si è spaccata definitivamente.

I 12 membri della Casa delle Libertà approvano il testo predisposto da Taormina. I sette deputati del Centrosinistra votano "no" dopo aver depositato una memoria in cui prendono le distanze dal lavoro del presidente. Il deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli, autosospesosi dalla Commissione circa un anno fa in aperta polemica con Taormina, presenta una controrelazione.

«Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sono stati eliminati perché a conoscenza di sconvolgenti segreti. Sono invece stati uccisi, come tanti giornalisti, in una zona di guerra dove la morte è sempre in agguato», dice al Giornale Taormina.

Quell’ultima intervista

È «per pura casualità», aggiunge il presidente della Commissione, che i due, in quell’ultimo viaggio in Somalia, non riescono a partire per la città di Kisimayo e si recano, invece, a Bosaso.

Dove non fanno nulla che in qualche modo possa essere messo in relazione con i tragici eventi successivi. «Anche l’intervista al sultano di Bosaso (detto il Bogor, ndr.) non è di rilievo per stabilire possibili causali dell’omicidio né per identificare autori o mandanti».

A Bosaso, dice Taormina, i giornalisti smettono di avere il polso della situazione di Mogadiscio, dove cresce la criminalità per la partenza dei militari. «Era noto che obiettivo delle bande fosse proprio di attuare violenze contro gli occidentali, specie se giornalisti».

Rientrati a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, i due giornalisti finiscono vittima di una banda criminale. La perizia sull’auto, continua il presidente, ha «insuperabilmente accertato» che i due giornalisti furono uccisi «utilizzando un kalashnikov» da una distanza di circa cinque metri. Ma gli assalitori non sparano contro Ilaria e Miran perché vogliono colpire proprio loro. Semmai decidono di sparare contro due giornalisti italiani, a prescindere dalla loro identità.

Una cosa la relazione e Taormina attaccano con foga: quella che viene definita la «centrale dedita al depistaggio rispetto all’accertamento di una verità che sembrava fin troppo semplice».

L’onorevole Taormina è lapidario: la centrale, "colpevole" di aver fatto credere che Ilaria e Miran siano stati uccisi perché depositari di segreti, è composta da giornali e giornalisti («il Tg3, in testa Maurizio Torrealta, Famiglia Cristiana, L’Espresso, L’Unità, Luigi Grimaldi) e dall’ex parlamentare ds Mariangela Gritta Grainer. E ha creato collegamenti con autorità giudiziarie, organi investigativi della Polizia di Stato e dei Carabinieri, e con istituzioni carcerarie attraverso le quali istituire rapporti con "pentiti". Il presidente Taormina conclude, quindi, che «il "mistero" è stato costruito con dati di provata falsità».

Omissione di elementi importanti

L’onorevole Mauro Bulgarelli è di tutt’altro avviso: «Pur avendo quadruplicato la durata dei lavori inizialmente prevista dalla legge istitutiva, la Commissione – ma in particolare il suo presidente – non ha affatto contribuito a chiarire le circostanze di quelle tragiche morti, conducendo, anzi, un’opera di omissione sistematica e voluta di elementi fondamentali. È stata lasciata cadere, a esempio, la dichiarazione della collega giornalista di Ilaria, Rita Del Prete, che davanti alla Commissione aveva esplicitamente detto di sapere che la Alpi si stava interessando anche di smaltimenti illeciti di rifiuti».

Ugualmente, insiste il deputato dei Verdi, «nessuna attenzione è stata prestata all’intervista, che è fra gli atti della Commissione, resa a un giornalista di lingua araba dal sultano di Bosaso in cui lui, ultimo personaggio di spicco intervistato da Ilaria prima di morire, riferisce di rifiuti interrati in Somalia».

Non basta. «Proprio il sultano di Bosaso, cercato solo nell’ottobre scorso, e ascoltato (quasi a tempo scaduto) l’8 e il 9 febbraio, nella sua deposizione ha confermato quanto già detto al pm romano Giuseppe Pititto: Ilaria e Miran non avrebbero mai spento la telecamera durante l’intervista registrata a Bosaso nel marzo 1994 in cui la giornalista lo incalzava con domande sul traffico di armi e rifiuti, e sulla malacooperazione».

Il Bogor, in audizione, specifica che la telecamera non fu spenta se non per cambiare la cassetta. Dunque all’appello non mancherebbero solo alcuni taccuini di Ilaria, ma anche una parte delle cassette girate da Miran. Il Bogor ricorda quasi tre ore di intervista, mentre il girato nelle videocassette supera a malapena i 20 minuti. Bulgarelli chiede «per quale ragione non è stata fatta alcuna perizia scientifica sui nastri».

La strada Garowe-Bosaso

Quanto al contenuto dell’intervista, il Bogor conferma non solo che parlò con Ilaria di traffico d’armi e dei pescherecci della Shifco, ma che la Alpi gli fece anche domande sullo smaltimento di rifiuti e sulla strada Garowe-Bosaso.

«Il caso non è chiuso», affermano a loro volta gli onorevoli Raffaello De Brasi e Carmen Motta (Ds), Elettra Deiana (Rifondazione comunista) e Rosy Bindi (Margherita). «Si è trattato di un agguato con l’intento di uccidere, così come confermato dalle perizie e dalle testimonianze dei funzionari della polizia somala. Il loro viaggio serviva a verificare notizie riguardanti il traffico di armi e rifiuti, la gestione dei fondi della Cooperazione, l’utilizzo delle navi Shifco. Non si può escludere l’ipotesi di un delitto organizzato contro Ilaria e Miran. Le inchieste giornalistiche che hanno cercato di dare una risposta alla vicenda non hanno trovato né riscontri certi né sono state smentite».

L’avvocato della famiglia

Quanto alle «certezze di Taormina», continuano i deputati, «si fondano su notizie fornite da Giancarlo Marocchino e sulla collaborazione di un teste somalo suo dipendente, oggi sotto protezione, che non hanno avuto per la Comissione alcun riscontro effettivo».

Aspre critiche alle conclusioni della Commissione le porta anche l’avvocato Domenico d’Amati, legale della famiglia Alpi: il presidente Taormina ha «sorvolato» su molte prove e testimonianze raccolte, per cui il suo lavoro d’indagine «presenta gravi lacune», scrive in una memoria presentata alla Procura di Roma nei giorni scorsi.

Una di queste è il verbale dell’interrogatorio reso il 26 luglio 1996 al pm Pititto, all’epoca titolare dell’indagine, da Ali Jirow Sharmarke, colonnello della polizia somala in servizio presso l’Unosom come capo della divisione investigativa criminale. Al magistrato il colonnello conferma il contenuto di un suo rapporto, già acquisito nell’inchiesta. Dice, tra l’altro: «Appena Ilaria arrivò in albergo ricevette una telefonata di Marocchino... Disse all’autista che doveva andare subito via perché Marocchino la stava aspettando. La giornalista e il fotografo, accompagnati solo da un autista e da un guardiano, andarono a casa di Marocchino dove rimasero per circa un’ora». Fin qui Sharmarke riporta le notizie apprese dai suoi uomini.

Ma poi aggiunge: «Andai con otto uomini a casa del Marocchino perché volevo interrogarlo, ma lui mi impedì di farlo», perché «intorno alla sua casa vi era un centinaio di uomini armati».

L’avvocato d’Amati segnala, inoltre, che la Commissione non ha ritenuto di dover sentire altri testi somali, che lo stesso legale aveva segnalato e che riferivano lo stesso episodio.


I sospetti dell’Unosom

Quanto all’italiano, Giancarlo Marocchino, e alla sua collaborazione con la Commissione, non solo solleva perplessità – come dichiara Rosy Bindi – la "santificazione" che ne fa Taormina, ma anche, come scrive Bulgarelli, la scoperta che in passato il connazionale ha goduto di «buone protezioni».

Un esempio? I fatti che seguono la sua espulsione dalla Somalia per traffico d’armi da parte del comando di Unosom, la missione internazionale di pace, nel 1993. Perquisito sia dai militari americani sia italiani, era infatti stato trovato in possesso di ingenti quantitativi di armi, compreso un sofisticato sistema di puntamento della Selenia che era ancora imballato. Fra le accuse, il comandante di Unosom, generale Howe, annoverava anche il fatto che da una delle sue proprietà erano stati attaccati e uccisi alcuni militari italiani durante l’assalto somalo al check-point Pasta, nella battaglia del 2 luglio 1993.

All’epoca, il magistrato romano Pietro Saviotti aveva aperto un’inchiesta, di cui la Commissione ha acquisito il fascicolo. Scrive Bulgarelli nel suo documento: «Mentre l’inchiesta è ancora in corso accadono due fatti singolari: l’allora ambasciatore italiano Scialoja, nel gennaio ’94, comunica al comandante di Unosom che l’indagine italiana si è conclusa con un’archiviazione per la totale assenza di prove e che Marocchino, per quanto riguarda le autorità italiane, può dunque tornare in Somalia».

Le informazioni della Digos

In breve, Marocchino rientra effettivamente a Mogadiscio. Poco dopo, «una comunicazione del ministero degli Esteri indirizzata al dottor Saviotti informa il magistrato che è stato revocato l’ordine di espulsione per Marocchino».

L’inchiesta italiana a suo carico, però, si chiude ancora più in là. «La richiesta di archiviazione è dell’aprile del ’94 e viene accolta solo a luglio dal giudice per le indagini preliminari». Che scrive: «Allo stato non emergono concreti elementi che possano confermare i sospetti comunicati dall’Unosom» e «in tal senso la relazione del 9 marzo ’94 allo Stato Maggiore dell’Esercito esclude ogni responsabilità dell’indagato».

Bulgarelli sottolinea che il pm Saviotti non è stato nemmeno sentito in audizione e a Scialoja, che invece è stato convocato, non sono stati chiesti adeguati chiarimenti su come potesse sapere con alcuni mesi d’anticipo dell’archiviazione.

Tornando al legale degli Alpi, sono molti i suoi rilievi, fra i quali uno appare di grande importanza. D’Amati, nella memoria alla Procura di Roma, aggiunge che «non solo la Digos di Udine, ma anche la Digos di Roma ha ricevuto, da una fonte confidenziale "di provata attendibilità"», informazioni che indicano mandanti e movente (il traffico d’armi) dell’omicidio. Queste notizie, spiega, sono state riferite al magistrato già il 3 febbraio 1995, a meno di un anno dal delitto. Ma non risulta che la Digos di Roma abbia poi svolto alcuna indagine. Non solo. L’avvocato sottolinea che questa informativa «sembra sia stata totalmente ignorata dalla Commissione, laddove sarebbe stato opportuno individuare» anche questa fonte «e metterla a confronto con quella della Digos di Udine».

Tuttavia, la Commissione ha ritenuto inattendibile la fonte confidenziale friulana, dopo averla individuata e ascoltata. Anzi, la relazione di Taormina riporta che la fonte «ha preso le distanze da tutte le notizie» riferite dagli agenti di Udine. Cioè, in altre parole, ne avrebbe disconosciuto la paternità.

Ennesimo mistero. Famiglia Cristiana aveva avuto modo di intervistare questa fonte somala di Udine nel novembre 2003. Si era presentata sotto un nome convenzionale e aveva imposto di non pubblicare l’intervista "fino a nuovo ordine", perché altrimenti avrebbe rischiato la vita lui stesso o qualcuno dei suoi familiari in Somalia (solo di recente il presidente Taormina ne ha reso pubblica l’identità, col nome di Gargallo). Ebbene, nell’intervista la fonte aveva pienamente confermato le notizie date alla Digos di Udine e poi trasmesse al magistrato, specificando di essersi messo di sua iniziativa in contatto con gli agenti («Non sono loro che mi hanno cercato, sono andato io da loro nel 1995»). Aveva aggiunto che conosceva personalmente il Bogor di Bosaso, Giancarlo Marocchino e anche il titolare della flotta Shifco, Omar Said Mugne, e che «Marocchino e Mugne si conoscevano come fratelli».

Dichiarazioni e ritrattazioni

Ilaria Alpi, aveva detto Gargallo, «ha chiesto di vedere la nave e l’ha filmata», intervistando diverse persone «quando era dentro la nave». Aveva anche spiegato che quelle informazioni provenivano sia da sue conoscenze dirette sia da notizie fattegli giungere, via fax e lettere, «da più di dieci parenti e amici» che l’avevano aiutato facendo ricerche in Somalia. Era proprio attraverso questi parenti e amici che aveva saputo di una riunione svoltasi per decidere l’eliminazione dei due giornalisti.

Questa la versione di Gargallo nel novembre 2003. Poco più di un anno dopo ha detto cose diverse e ne ha ritrattate altre, a quanto risulta dalla relazione finale votata dalla Commissione. E non ha più timore per l’incolumità propria e dei familiari. Insomma, ci sono diverse ragioni per pensare che il caso "Alpi-Hrovatin" sia tutt’altro che chiuso.
Annotazioni − DISPONIBILI AL CONFRONTO, MA NON ACCETTIAMO INSINUAZIONI
«Nella mia qualità di presidente comunico ufficialmente sin da ora che, in assenza del minimo elemento suscettibile di censura in merito all’indagine svolta dalla Commissione parlamentare e alle relative conclusioni approvate, a ogni querela di cui l’istituzione che rappresento, e io stesso nella veste di presidente, dovessimo essere fatti oggetto, corrisponderà un’immediata denunzia per calunnia. Comunico altresì che a ogni affermazione tesa a denigrare l’attività e i risultati della Commissione corrisponderà un’immediata denunzia per diffamazione».

Perdonino i lettori questo incipit un po’ brusco: così si legge in un comunicato diffuso alle 17.15 di venerdì 24 febbraio dall’onorevole Carlo Taormina, presidente della Commissione parlamentare di indagine su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Da profondo conoscitore del diritto qual è, Taormina riconoscerà anche a noi, come a ciascun cittadino italiano, il diritto a manifestare liberamente il nostro pensiero con la parola e con lo scritto, come garantisce l’articolo 21 della Costituzione.

Famiglia Cristiana è stata piuttosto da lui accusata di far parte di una «centrale giornalistica di depistaggio» insieme con altre testate. È quasi superfluo ribadirgli che non apparteniamo a nessuna centrale e ricordargli che non vogliamo compiacere nessuna parte politica. Dal gennaio 1998 il nostro settimanale ha incaricato alcuni suoi cronisti di approfondire vari aspetti poco chiari relativi alla Somalia e al Corno d’Africa in generale, e al duplice omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin in particolare. Siamo stati più volte in Somalia, e poi in Kenya, nello Yemen, in diversi Paesi europei, nonché ovviamente in diverse città italiane le cui Procure indagavano su traffici di armi, rifiuti tossici e scorie radioattive.

Abbiamo puntualmente reso conto ai lettori delle notizie, delle testimonianze, delle inchieste giudiziarie. Non è mancato chi, sentendosi diffamato, ci ha querelato, ma giudici di diversi Tribunali ci hanno mandato assolti. Non siamo usi a confezionare "teoremi", scriviamo articoli documentandoci al massimo. La "malafede" non ci appartiene e sulle norme etiche e deontologiche non prendiamo lezioni da chicchessia. Ben vengano le obiezioni, purché civilmente espresse e corredate di riscontri. Siamo ben disponibili a ogni confronto, ma non accettiamo malevoli insinuazioni sul nostro operato.

Il direttore di Famiglia Cristiana

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