Da Aprile del 23/03/2006

Il fantasma Provenzano

di Carmen Ruggeri

L’interrogativo è di quelli che appaiono e scompaiono dal dibattito politico come un fiume carsico: è possibile che un uomo riesca a vivere nascosto su un’isola da 43 anni, braccato da centinaia di poliziotti, e continui ad essere il capo supremo di Cosa Nostra?
Il re incontrastato della mafia siciliana si chiama Bernardo Provenzano, classe 1933, è latitante dal 1963. La data è importante, perché il 1963, scherzo delle date, ironia della cronologia, è l’anno in cui venne istituita in Italia la prima commissione parlamentare antimafia. Da allora, periodicamente, ne viene nominata una (8 con quella attuale presieduta dal forzista Roberto Centaro) su un fenomeno che è col tempo diventato esclusivamente argomento di studio accademico ma che, dati alla mano, non vede più la capacità-volontà politica di volerlo debellare.

La prima commissione antimafia nasce a 20 anni dalla liberazione (anni in cui la parola “mafia” veniva negata persino dalla magistratura siciliana) e 30 anni prima delle stragi di Capaci e via D’Amelio. La risposta della politica al fenomeno mafioso, però, è sempre stata una reazione ad un’iniziativa sanguinaria, perché quando la mafia ha rinunciato al profilo militare, scegliendo la linea dell’immersione, lo Stato è, come dire, venuto incontro, trattando e mediando.
È possibile, dunque, che un uomo riesca a vivere nascosto su un’isola da 43 anni, braccato da centinaia di poliziotti, e continui ad essere il capo supremo di Cosa Nostra? La risposta, che ricorda tanto la denuncia di Pietro Grasso (“la latitanza di Bernardo Provenzano la coprono le istituzioni”, ha detto qualche mese fa il superprocuratore scatenando il putiferio politico) è impressa sulla pellicola di Marco Amenta, a breve nei cinema: in Sicilia, terra di misteri e vulcani, è possibile.

Il fantasma di Corleone, questo il titolo del film, è la storia del leader indiscusso della mafia siciliana e della sua latitanza dorata interpretata sullo schermo da Donatella Finocchiaro, Marcello Mozzarella e Vincent Schiavelli, ma soprattutto raccontata dai suoi protagonisti: i procuratori Roberto Scarpinato, Antonio Lo Forte, il capo della squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares, il colonnello dei Ros Michele Riccio e numerosi collaboratori di giustizia.
La docu-fiction, come si chiama in gergo, si apre con il monito del pentito Nino Calderone (“andatevene in un altro posto, in un altro continente, in un altro mondo, il più possibile distante dalla Sicilia. Perché qui – dice – va a finire sempre allo stesso modo. Va a finire che si muore…”) e si chiude con le rivelazioni di altri due collaboratori di giustizia (cestinate nella versione tv che sarà trasmessa a fine aprile) Nino Giuffrè e Salvatore Cancemi. “Provenzano ci dà queste informazioni – dice Giuffrè – e noi ci mettiamo in cammino per portare avanti il discorso di Forza Italia”. “Riina – racconta Cancemi – mi disse che Berlusconi e Dell’Utri se li era messi nelle mani”.

Il lungometraggio sarà nelle sale dal 30 marzo prossimo e in Rai subito dopo le prossime elezioni politiche (così hanno voluto i vertici aziendali) monco, però, dei suoi fotogrammi più scomodi. “Al cinema – racconta ad Simonetta Amenta, produttrice del film e sorella del regista – vedremo la versione completa, ma la Rai che ha partecipato alla produzione per il 10% preferisce tagliare di netto alcune scene”. Quelle, manco a dirlo, che si riferiscono al premier, al suo braccio destro Marcello Dell’Utri e agli atti della procura di Caltanissetta che nel 2002 ha archiviato il processo sui mandanti a volto coperto contro i due big di Forza Italia (in relazione al reato di strage) per “friabilità del quadro indiziario”.
Niente di nuovo, insomma. Fatti già noti alle cronache che però, nonostante il tempo e la pubblicità (poca), innescano ancora un vespaio di polemiche. Il fantasma di Corleone, infatti, è sì un film su Bernardo Provenzano, ma non solo. E' lo specchio dei labirinti di una burocrazia inceppata, dei meandri di uno stato assente e che per vent’anni non si è mai preoccupato delle sorti del super latitante. Solo dopo Capaci e Via D’Amelio, le autorità hanno tolto dal limbo il fascicolo che lo riguardava. Il boss, comunque, è sempre riuscito a giocare d’anticipo. Come mai i suoi massimi compagni d’armi Luciano Liggio e Totò Riina, sono stati catturati con una puntuale “facilità”, in momenti cioè in cui la mafia era in crisi, ed era strategicamente necessario dare qualcuno in pasto ad uno stato momentaneamente attento alle questioni criminose? Come ha fatto il boss a rinnovare la propria carta d’identità, a gestire la documentazione pensionistica dei propri familiari, a “volare” indisturbato a Marsiglia? Perché – come ha raccontato Giuffrè e confermato Angelo Siino – alla fine degli anni 90, Provenzano fu femato ad un posto di blocco su una stradina in provincia di Enna e gli agenti non riconobbero il viso del vispo vecchietto che avevano d’avanti? Gli interrogativi potrebbero continuare, ma Amenta è comunque convinto, ricordando forse un vecchio adagio di Giovanni Falcone, che prima o poi Provenzano verrà catturato. Il problema vero è però stabilire se questa vittoria segnerà una vera sconfitta della mafia, o solo un mero cambio di strategia.

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