Da Corriere della Sera del 21/04/2006

Omicidio Pedenovi

«È stato vittima di pazzi criminali Dopo i delitti sciavano al Sestriere»

Intervista a Giorgio Bocca

di Maurizio Giannattanasio

ROMA — L'ultimo ergastolo per l'omicidio di Enrico Pedenovi non c'è più. Per la morte del consigliere provinciale del Msi ucciso a Milano il 29 aprile 1976 era rimasto pendente un solo processo: quello a carico di Gianni Stefan, 24 anni all'epoca dei fatti e 54 oggi, condannato al carcere a vita in primo e secondo grado prima che la Cassazione ordinasse un nuovo dibattimento che non s'è mai celebrato, "rifugiato" in Francia dov'è stato arrestato e rilasciato. Il 28 giugno scorso la Corte d'appello gli ha concesso le attenuanti generiche, riducendo il massimo della pena e dichiarando prescritto il reato. S'è chiusa così, in sordina e senza clamori, la storia giudiziaria di quel delitto dei primi anni di piombo, consumato da un commando di futuri terroristi rossi che spararono su Pedenovi cinque colpi di pistola; due giorni prima il ventunenne militante comunista Gaetano Amoroso era stato accoltellato da una «squadraccia» fascista e morì l'indomani in ospedale.
A trent'anni da quel sangue versato, dell'omicidio Pedenovi si torna a discutere per via della targa alla memoria che il sindaco e il vicesindaco di Milano vorrebbero mettere sul luogo dell'agguato. E dalla Francia dov'è rimasto nonostante la prescrizione del reato Stefan preferisce non esprimere un'opinione sui fatti di oggi. «Dopo trent'anni di esilio e di silenzio - dice - ritengo che la cosa migliore sia quella di tacere per rispetto dei vivi e dei morti». Una scelta dettata dal desiderio di evitare le polemiche già esplose e di non alimentarne altre. Oltreché di non entrare nel merito di un processo sul quale pesavano incerte dichiarazioni dei pentiti. In primo grado per il delitto Pedenovi vennero condannati come esecutori materiali "Chicco" Galmozzi, Bruno La Ronga e Stefan, indicato con i soprannomi di "Ciuf Ciuf" e "Cucciolo"; il primo, da dissociato, evitò l'ergastolo, gli altri due no. In secondo grado anche La Ronga ottenne una riduzione di pena mentre per Stefan, già fuggito all'estero, fu confermato il carcere a vita. Quando la Cassazione ha annullato la sua condanna, la mancata estradizione ha impedito la celebrazione del nuovo processo d'appello. Nel 1986 Stefan era stato arrestato in Francia, al confine con la Spagna; in carcere fece lo sciopero della fame, i giudici d'Oltralpe emisero «avviso favorevole» alla riconsegna in Italia che il governo di Parigi non ha mai decretato come nella stragrande maggioranza degli altri casi simili. Fu messo in libertà provvisoria anche per le condizioni di salute riconosciute incompatibili con la detenzione. Questa situazione ha di fatto paralizzato il nuovo giudizio in Italia, perché la stessa Cassazione aveva stabilito che la mancanza di estradizione costituiva un ostacolo al processo. Ogni volta la Corte si riuniva, prendeva atto della situazione immutata e rinviava a nuovo ruolo. Finché il 28 giugno 2005 i giudici hanno deciso di calcolare la pena sulla base delle circostanze aggravanti e di quelle attenuanti, come si chiamano nel linguaggio giuridico. «Noi avremmo preferito il dibattimento per dimostrare la non attendibilità delle dichiarazioni dei pentiti - spiega l'avvocato di Stefan, Giuseppe Pelazza - ma di fronte a una pendenza giudiziaria che sarebbe durata chissà quanto abbiamo preferito quest'altra via».
La giovane età dell'imputato al momento del reato, il fatto riferito dagli stessi pentiti che si fosse allontanato dall'ambiente in cui era maturato il delitto e le condizioni di salute successive hanno convinto la Corte d'appello a far prevalere le attenuanti sulle aggravanti. Il che ha provocato l'automatico abbassamento della pena massima, dall'ergastolo a 21 anni di carcere. A quel punto le norme sulla prescrizione hanno cancellato il reato, che per quel tipo di reati scatta dopo ventidue anni e mezzo al massimo dai fatti: dall'omicidio Pedenovi, al momento della decisione, ne erano passati più di ventinove.
Fin qui le alchimie giudiziarie previste e consentite dai codici, che hanno permesso di chiudere questa pagina processuale. Resta però aperta la vicenda di un omicidio commesso in nome dell'«antifascismo militante» (due giorni dopo l'aggressione mortale a un giovane comunista, nella drammatica altalena di vittime di quella stagione) che oggi si riapre con la polemica sulla lapide che dovrebbe evocarne la memoria. E, se Stefan preferisce tacere, il suo coimputato (per altri reati) al processo milanese, amico e compagno di «esilio» in Francia Oreste Scalzone dice: «Il desiderio spasmodico non più di colpire un "nemico" ma di annientarne il ricordo da parte dei suoi non può che avere anche esiti autodistruttivi. La competizione mortale per il primato della memoria e per il riconoscimento dell' identità di vittima più vittima di ogni altra finisce per riproporre nuove crociate sulla rappresentazione retrospettiva della realtà. Come non capire che questo balletto sinistro e atroce su una targa negata rischia di diventare infinitamente più empio, insensato e senza speranza di un colpo di pistola?».

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