Da Panorama del 26/06/2006
Originale su http://www.panorama.it/italia/politica/articolo/ix1-A020001036825

SAVOIAGATE - DOVE NASCE L'INCHIESTA CHE HA PORTATO IN CELLA VITTORIO EMANUELE

La strana connection del signor Pizza

Uno strano personaggio che coordina ex agenti del Sisde, poliziotti, produttori cinematografici, massoni. Che ha traffici in Somalia e che cerca di diventare mercante d'armi e di ricattare. Racconta molte bugie. E qualche verità.

di Giacomo Amadori

«Dicono tutti che sono 'na munnezza. Ma qualche inchiesta l'ho chiusa anche io». Henry John Woodcock, padre inglese e accento napoletano, si aggiusta la cravatta prima di infilarsi nella sua ammaccata Volvo rossa per raggiungere in carcere Vittorio Emanuele di Savoia, con i suoi jeans sostenuti da una cintura di sacchetti di plastica.
Sembrava impossibile cancellare l'appeal mediatico di Calciopoli, ma Woodcock, il pm più discusso del momento, ce l'ha fatta. Un'impresa che poteva essere preconizzata già un mese fa, quando il magistrato ha ottenuto l'arresto di 17 persone per una complicata storia di truffe, detta Somaliagate. Sullo sfondo una serie di intrighi internazionali e il nome principesco di Vittorio Emanuele.

Un mese dopo la seconda puntata: quella sulle macchinette da videopoker truccate, le soubrette da camera e gli affarucci di potenti e potentucci. Insomma, l'arresto del Savoia parte da lontano, dalla storia di una banda formata da un ex agente del Sisde, un ministro somalo, un poliziotto infedele, un imprenditore con la passione per la massoneria, un produttore cinematografico che ama la vita da film.
Compagnia che riporta con la sua storia ai tempi dei servizi deviati. Una macedonia in cui entrano ex presidenti della Repubblica, prelati (uno di loro sarebbe indagato), Licio Gelli, Ustica, omicidi come quello della giornalista Ilaria Alpi e la scomparsa di Emanuela Orlandi...

Anello di congiunzione tra il Somalia e il Savoiagate è il capo di questa squadra di personaggi, dal cognome che più campano non si può: Massimo Pizza. Salernitano, 49 anni, diploma da perito chimico e specializzazione di tre anni in «armi ed esplosivi», Pizza è figura dalle «diverse identità e dai più disparati ruoli (conte, generale, ammiraglio)» scrive il pm Woodcock.
Nel suo curriculum anche la vicepresidenza dell'Associazione musulmana italiana. Una conversione che con i magistrati nega: «Islamico io? Andiamo, su, signor giudice». Preferisce, come risulta da internet, un altro titolo: principe di Shekal con manto verdolino di leopardo.

La verità di Pizza (burocraticamente «spontanee dichiarazioni») è contenuta in un verbale di 326 pagine che il faccendiere rende a un Woodcock quasi confuso il 4 aprile. Esternazioni di un uomo da decenni impegnato in operazioni al confine di molte galassie, conosciute e sconosciute, dietro un nome in codice: Polifemo.
Pizza afferma di aver servito per anni i servizi segreti, i cui vertici però smentiscono. Si propone come ispettore Onu. Di certo dopo l'11 settembre, nel dicembre 2001, partecipò a una missione ufficiale del Palazzo di vetro in Somalia alla ricerca dei legami di Al Qaeda nell'area. Di quell'impresa restano agli archivi un paio di articoli sui giornali italiani.

Successivamente sfrutta i solidi legami con l'Africa orientale per organizzare, secondo gli inquirenti, truffe euromilionarie con la complicità di politici locali, generosamente ricompensati. Il suo passe-partout è inizialmente l'ex ambasciatore a Washington ed ex ministro delle Finanze Abdullahi Ahmed Addow («che probabilmente conosce tramite l'ambasciatore somalo presso la Santa Sede» scrive Woodcock), quindi il figlio di uno dei cosiddetti signori della guerra, leader del clan di Mogadiscio, Hussein Mohammed Aidid, vicepremier e ministro dell'Interno del governo di transizione somalo.

Pizza lo sostiene nel suo esilio dorato in Francia; Aidid, recentemente arrestato (e poi rilasciato) in Kenya per debiti, contraccambia nominandolo suo consigliere presso l'Unione Europea (al pari di Antonio D'Andrea, arrestato insieme con lui nel Somaliagate), un incarico controfirmato (è un atto dovuto) dal ministro degli Esteri Gianfranco Fini, in data 24 novembre 2004.
Grazie a uno degli eroi della battaglia di Mogadiscio (quella raccontata da Ridley Scott nel film Black Hawk down, storia di una delle sconfitte più umilianti degli Usa dopo il Vietnam), Pizza promette affari a molti imprenditori italiani. Secondo l'accusa, favoleggia di una terra di nessuno dove ogni traffico è possibile, dalla droga ai rifiuti tossici. E incassa tangenti euromilionarie per business che poi non conclude.

Sfruttando le sue entrature nel Corno d'Africa, Pizza, che vende abitualmente informazioni, cerca di infilarsi, secondo la ricostruzione dei magistrati, in un altro affare lucroso: il traffico d'armi. Per questo cerca la sponda di Achille De Luca, socio d'affari (nel 2003 finiscono sui giornali per l'inchiesta su un presunto raggiro ai danni di numerosi risparmiatori italiani) e consigliere di Vittorio Emanuele.
Pizza è convinto che il Savoia svolga un'attività di esportatore di tecnologie militari e vuole conoscerne i canali. In particolare in Iran. Chissà, forse vuole sfruttare gli embarghi per diventare miliardario, una specie di Nicolas Cage in Lord of war. Il suo modello? Il centro Scorpione di Trapani: «Era l'aeroporto segreto da cui alla fine degli anni Ottanta praticamente si mandava un aereo ogni sera a rifornire di armi la Somalia» spiega a Woodcock.
Pizza vuole coprirsi le spalle, magari collezionando dossier. Per questo cerca di mettere le mani su quello che giudica un vaso di Pandora: gli archivi di stato di Mogadiscio.
Che secondo lui conterrebbero le risposte a molti misteri italiani: «Per esempio, il traffico dei rifiuti, quello delle mine antiuomo, i brevetti che vengono ceduti dalle fabbriche italiane per la loro costruzione, le false fabbriche di vetro, centinaia e centinaia di cose che avvengono su un territorio grande tre volte l'Italia, dove l'anarchia è assoluta e totale…».

Lì pensa di trovare la soluzione del delitto Alpi, secondo lui legato a un traffico di uranio che partirebbe dalla Basilicata. Pizza coccola Aidid per entrare a Mogadiscio al suo seguito e impossessarsi di quelle carte. «Lui pensa che sarebbe la sua fortuna, ma io credo che sarebbe solo la sua fine» chiosa Woodcock.
Polifemo per tessere la sua rete e lanciare i suoi messaggi utilizza tutti i mezzi di comunicazione. Apre un sito internet, chiuso ora dalla magistratura, che gli serve a lanciare messaggi («Una specie di assicurazione sulla vita» ammette). Sulla rete inserisce il suo particolarissimo album fotografico con immagini e informazioni su alcuni suoi nemici: dall'italoamericano Enzo De Chiara a Francesco Cossiga, al deputato Angelo Sanza.

Nel 2002 figura come «consulente storico» per un film su Ustica, intitolato La spina nel cuore (tra i protagonisti la cognata Valeria Sannino, ora indagata nel Somaliagate): un attacco proprio a Cossiga. L'opera viene presentata alla stampa e poi sparisce dai computer della casa di produzione (l'angloitaliana Ivatt industries limited: tra i soci Pizza e De Luca). Risultato: il grande pubblico se lo perde, ma, per Polifemo, chi doveva capire ha capito.
Nel film il protagonista è uno spione del famigerato e fantasticato Ufficio K (iller) del Servizio segreto militare, quello che doveva riciclare gli agenti filoamericani di Gladio nella lotta alla criminalità organizzata, 007 non ufficiali conosciuti come Ossi (operatori speciali del servizio informazioni).
«Il film su Ustica? È frutto della mia fantasia» si schermisce lui. Peccato che nella biografia di Pizza ci sarebbe pure un passaggio proprio dall'Ufficio K. Con tanto di interrogazione parlamentare sul tema presentata, nel 2000, dal senatore Giovanni Russo Spena.

Nel suo lavoro di (dis)informatore, Pizza collabora anche con alcune procure, per esempio quella di Palermo. Nel 2002, sulla Stampa, Pizza e D'Andrea sono descritti così: «Entrambi sono stati testimoni chiave dell'inchiesta "Sistemi criminali". Pizza, interrogato dai magistrati, ha parlato della "lega meridionale", indicandola come la longa manus della mafia». Una collaborazione preziosa, si disse all'epoca.
Il tempo passa e Polifemo vuole fare il grande salto, per questo aggiorna ai tempi il campo delle sue attività: alla soglia dei cinquant'anni diventa hacker, pirata informatico, un lavoro da ragazzini maniaci.
Quando Vittorio Emanuele scopre che esiste un sito (www.pravdanews. com) dedicato «alla corte del falso re d'Italia» che sbeffeggia il suo entourage, dà mandato al fidato De Luca di «bombardarlo». E Pizza è pronto. A Woodcock spiega sornione la magia: «È sparito».

In una spy story tanto intricata, e che a tratti suona inverosimile, sembra quasi inevitabile un passaggio dal Vaticano e Polifemo nel suo verbale fiume non fa mancare nulla: chiama in causa pure un prelato, amico di casa Savoia. Secondo i magistrati, che stanno verificando le dichiarazioni di Pizza, lui e il monsignore si conoscono da tempo e si sarebbero scambiati alcune informazioni.
Per esempio, Pizza si vanta di aver escogitato insieme con il religioso il corridoio diplomatico che nel 2002 portò i Savoia, allora in esilio, a San Pietro. E poi infanga la tonaca parlando di una guerra di logge massoniche tra San Marino e la Basilicata.

Polifemo tenta di farsi prendere sul serio dai giudici e i magistrati lucani, sebbene lo abbiano fatto arrestare, apprezzano la collaborazione di questo «soggetto indubbiamente dotato di un'intelligenza (criminale) non comune». Per Woodcock le sue parole «meritano un'attentissima e ripetuta lettura: il Pizza infatti, come tutti i grandi truffatori e, soprattutto, come tutti i grandi millantatori, accompagna, nelle sue esternazioni, a una serie indefinita di bugie e di menzogne, la rappresentazione di alcune verità». Resta da capire quali.

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