Da mondoacolori.org del 06/09/2006
Originale su http://www.dsonline.it/magazine/documenti/dettaglio.asp?id_doc=36256

Fonte: DSonLine

Il caso di Wilma Montesi, sesso, potere e morte nell'Italia degli anni '50

C’è ancora chi scrive sull’irrisolto giallo della morte di Wilma Montesi, la ragazza trovata cadavere sulla spiaggia di Tor Vajanica nell’aprile del 1953

di Giorgio Frasca Polara

C’è ancora chi scrive sull’irrisolto giallo della morte di Wilma Montesi, la ragazza trovata cadavere sulla spiaggia di Tor Vajanica nell’aprile del 1953. Perché, non bastano le tredicimilanovecento voci sull’affaire reperibili su Google? E neppure bastava, tra tante infime e banali cose, il saggio importante scritto tanti anni fa da Hans Magnus Enzensberger su quella “sorta di sciarada del potere” in Italia? No, e lo dico senza enfasi: ci voleva “il” libro sul caso Montesi. E finalmente questo libro c’è. L’ha scritto un giornalista della Stampa, Francesco Grignetti, e l’ha appena pubblicato Marsilio. Più che una narrazione di fatti noti, e comunque qui narrati bene, con grande efficacia. Più ancora che una fotografia suggestiva di un giallo politico sui generis che spinse già mezzo secolo addietro Pietro Ingrao, allora direttore dell’Unità, a coniare per questo caso la poi spesso usurata definizione di “seria questione morale”. In più di tutto questo, il lavoro di Grignetti è soprattutto una guida preziosa per afferrare il bandolo di una matassa di traffici torbidi in cui si confondevano drammatiche faide nella Dc e festini alla droga, manovre dei servizi segreti e intromissioni clericali (dei gesuiti in primis), lotte tra polizia e carabinieri e uso politico della giustizia.

Intendiamoci, il caso Montesi non era il primo complesso scandalo del secondo dopoguerra: intrecci gravissimi e non meno scandalosi erano per esempio emersi – e ancora oggi ne devono saltar fuori – in seguito alla morte di quel bandito Giuliano che, mentre ammazzava lavoratori e dirigenti popolari, trafficava con gl’ispettori generali di Ps sino a quando non fu ucciso in un finto conflitto a fuoco coi carabinieri (questa è ancora oggi la non-verità di Stato); e in seguito all’avvelenamento in carcere, appena qualche mese dopo la misteriosa morte della Montesi, del vero assassino di Giuliano, suo cugino Gaspare Pisciotta, che minacciava di rivelare i retroscena dell’eliminazione del “re di Montelepre” e soprattutto della strage di Portella.

Eppure la storia della ragazza della piccola borghesia romana presa a pretesto di un affare tanto più grande di lei si sviluppò a gradi sempre più alti e roventi trasformandosi in un evento mediatico (il primo vero evento mediatico, questo sì, e intriso della tipica morbosità dell’Italietta degli anni 50), un evento che, come rullo compressore, travolse un capo della polizia, dimissionò un buon ministro degli Esteri (Attilio Piccioni, “colpevole” di essere il padre di un musicista coinvolto e poi prosciolto nel caso), segnò il lento ma inesorabile tramonto del ministro di polizia Mario Scelba (quelle delle bugie sull’uccisione di Turiddu Giuliano), ma soprattutto rappresentò il trionfo di Amintore Fanfani che in molti indicarono come il vero, essenziale regista del caso Montesi con l’obiettivo dell’eliminazione dalla scena politica della prima generazione dc post-degasperiana.

Ecco, di tutto questo Francesco Grignetti ci narra con ritmo, con rigore, con efficacia, anche con documentazione inedita: le buste dell’Archivio centrale dello Stato sono una miniera inesauribile sol che si sappia coltivarla. Chiuso il suo libro, sono andato a rileggermi il post-scriptum che qualche anno fa H.M. Enzensberger ha steso ad una nuova edizione dei suoi saggi su politica e crimine: “Quando morì la povera Wilma Montesi non si parlava ancora di Moro e di Sofri, di Gelli e di Craxi, eppure la logica surreale dei servizi segreti e della giustizia era già ben visibile solo che si avessero gli occhi per vederla (…) Mi dispiace molto che questo libro non sia diventato superfluo”… Nemmeno questo di Grignetti.

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