Da Corriere della Sera del 20/10/2006

Un piano per mettere al sicuro la città ora c'è. Ma servono dieci anni. E 200 milioni di euro

Firenze 40 anni dopo: l'Arno la sommergerebbe ancora

Firenze: muri di sponda più alti, centro sicuro. «Ma non basta» «La piena del 1966? Oggi ci costerebbe come una Finanziaria»

A 40 anni dall'alluvione del 1966, Firenze non può stare tranquilla. Molto è stato fatto per evitare una nuova catastrofe (oggi costerebbe 30 miliardi di euro), molto è ancora da fare. L'Autorità di bacino dell'Arno ha un piano per fronteggiare una nuova emergenza: ma occorreranno 10 anni (e 200 milioni di euro) per completarlo.

di Paolo Conti

FIRENZE — «Un'altra alluvione come quella del 1966 rappresenterebbe un costo sconvolgente per il sistema-Paese: trenta miliardi di euro. Una intera Finanziaria, insomma». Piero Baronti, presidente di Legambiente della Toscana, non si affida alle emozioni ma ai dati contenuti nel recentissimo dossier «Operazione Arno» realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile: «Prendiamo la provincia di Firenze. Tutti i comuni restano classificati "ad alto pericolo" di alluvioni e di frane. L'89% ha abitazioni in aree di rischio idrogeologico, nella metà dei casi proprio lì sono nati interi nuovi quartieri, il 70% ha lasciato costruire in zone pericolose le fabbriche a ridosso d'Arno». Baronti non riesce a nascondere un sorriso: «Per citare un paradosso, il distaccamento dei pompieri di Firenze Ovest all'Argingrosso, sulla riva sinistra, è stato realizzato in una zona fortemente alluvionale». L'inaugurazione risale al 1987, quando la memoria dell'alluvione era ancora fresca.
Case e fabbriche intorno all'Arno sono assai più in pericolo rispetto al 1966. Semplicemente perché sono almeno decuplicate. Nella piana del fiume, lontano dalle colline, si produce sempre più alta moda, pelletterie e carta di grande qualità. Crescono i discount delle griffe più famose nel mondo. Numerosi insediamenti risalgono ai primi anni '70 e sono il frutto dei finanziamenti del dopo-alluvione: soldi investiti senza un piano economico né tantomeno urbanistico. Non si contano poi i cantieri della nuova Toscana degli anni Duemila. E della stessa nuova Firenze, immaginata dal Piano strutturale a ridosso del centro storico, da Novoli in giù. Una realtà che nel 1966 era solo un sogno da futurologi e oggi concretamente riguarda, nell'intero bacino, tre milioni di toscani.
Un'espansione a macchia d'olio, nonostante ben 2.360 chilometri quadrati del bacino dell'Arno siano inseriti in una area di pericolosità valutata tra media e molto elevata. Secondo gli ambientalisti (ma l'allarme è fortemente contestato dal Comune di Firenze) anche l'area di Castello sarebbe «alluvionabile»: lì dovrebbero sorgere entro dieci anni 1.500 abitazioni, la scuola marescialli dei carabinieri, forse la nuova sede della Provincia. Ecco perché un ipotetico 1966-bis costerebbe quanto una Finanziaria.
Torniamo a quel 4 novembre 1966. Affidiamoci ancora ai numeri, come puntigliosamente li elenca Giovanni Menduni, ingegnere idraulico, dal 2000 segretario dell'Autorità di bacino del fiume Arno:


Case e fabbriche decuplicate e costruite in zone pericolose. «Anche una caserma dei pompieri è su un terreno alluvionale»



Il piano di allagamenti controllati per mettere in sicurezza tutto il bacino del fiume. Costo previsto: 200 milioni di euro

Sestini
«Piovve dalle 5 del 3 novembre e andò avanti per 18 ore. Caddero venti centimetri di pioggia su 9.000 chilometri quadrati e di questi 1.500 furono inondati. In ventiquattr'ore, sotto Ponte Vecchio, passarono 400 milioni di metri cubi d'acqua e 70 si riversarono in città. Una catastrofe straordinaria. Difficilmente ripetibile, vorrei aggiungere». Straordinaria soprattutto per il cuore antico della città, per la strettoia di Ponte Vecchio, capace allora di smaltire solo fino a 2.500 metri cubi d'acqua al secondo.
Quella passerella sull'acqua che piaceva a Hitler, e per questo fu risparmiata dalla distruzione nazista dei ponti fiorentini nell'agosto 1944, riuscì a contenerne 3.000. Ma la foga del fiume ne riversò 4.100 per dodici ore. Roba da portata del Nilo. Una pressione che lasciò in città 600 mila metri cubi di fango misti alla nafta dei depositi di carburante saltati nel disastro.
Quel 1966 potrebbe ripetersi? Menduni sostiene, in questi giorni di ricorrenze, che il 4 novembre 2006 non sarà solo il quarantennale del 1966 ma anche l'occasione per fare il punto su quasi mille anni di alluvioni raccolte nelle cronache. Nel suo dettagliato «Dizionario dell'Arno» (edizioni Aida) si legge che dal 1177 Firenze ha subito 56 piene di cui otto rovinose: 1333, 1547, 1557, 1589, 1740, 1758, 1844 e 1966. La regola della «piena centennale», basta scorrere le date per capirlo, difficilmente viene rispettata. Quindi la possibilità di un 1966 bis non è materia da odiosi menagrami. Ma da accorti realisti, calcolando la tendenza «torrenziale» del nuovo clima italiano.
Infatti anche Claudio Del Lungo, assessore all'Ambiente a Palazzo Vecchio, si dichiara «né ottimista né pessimista, ma ragionevolmente realista» rispetto all'ipotesi di un'altra alluvione: «Molti traguardi sono stati raggiunti, la situazione a Firenze è migliorata e lo stesso rapporto tra i fiorentini e il fiume non è più improntato alla paura. Però molto resta da fare». E cita una definizione popolare dell'Arno: «Un torrente con ambizioni di fiume, capace di aumentare la propria portata fino a 16.000 volte di più».
Cominciamo da cosa è stato realizzato in quarant'anni. Prima di tutto l'invaso di Bilancino nel Mugello, che con la sua diga controlla dal 2001 il regime del fiume Sieve, il maggior contribuente alle piene d'Arno (« Arno non cresce se Sieve non mesce» ), tragico coprotagonista della piena di quarant'anni fa. Poi c'è il diverso regime delle dighe Enel nell'aretino, La Penna e Levane. Si discusse molto, nel 1966, sul ruolo che ebbero nell'alluvione per le operazioni di scarico decise dai tecnici sotto il temporale. Sostiene Menduni: «In realtà la decisione fu giusta, evitò una tragedia peggiore. E comunque il complessivo volume d'acqua delle dighe non supera i 20 milioni di metri cubi». Di diverso avviso è Del Lungo: «Ricordo bene le foto, le dighe furono completamente svuotate e l'acqua contribuì al disastro». Mettiamo da parte le polemiche d'annata. Oggi le dighe sono sottoposte a una «gestione attiva», vengono scolmate non appena la lunga catena di controllo segnala pericolo. Altro risultato: l'Arno è monitorato da un sensore di pioggia ogni otto chilometri. I dati sono distribuiti in rete e via radio e sono a disposizione di tutti: Autorità di bacino, Protezione civile, Regione, Comune e Province interessate. Stefano Giorgetti, assessore alla Difesa del suolo della Provincia di Firenze, dice che ormai «il margine di previsione di una ipotetica catastrofe è prossimo alle 24 ore».
E arriviamo a Firenze, all'innalzamento dei muri di sponda e all'abbassamento delle platee di Ponte Vecchio e Santa Trinita, cioè di quelle solide soglie di pietra che attraversano la larghezza dell'alveo sotto le arcate. I lavori finiti nel 1980 ora mettono in maggiore sicurezza il centro storico: Ponte Vecchio è passato da 2.500 a 3.500 metri cubi di portata al secondo. «Ciò significa che a parità di evento rispetto al 1966 oggi il volume di inondazione a Firenze sarebbe ridotto di un terzo», riconosce Menduni. Gli altri due terzi restano lì dove sono, in area allarme rosso. E comunque ogni cura ha il suo contraccolpo. Nel caso di un fiume che si contenga a monte, la piena si riverserà fatalmente a valle, quindi a Ovest di Firenze, in quella piana sempre più ricca di insediamenti e di fabbriche. Menduni è molto diplomatico: «Non mi metto a contestare la scelta di allora. Ma l'abbassamento delle platee a Firenze non rientra in un'ottica da bacino. Anche Leonardo, quando pensava a risolvere i problemi di Firenze, studiava l'intero comparto idrogeologico dell'Arno».
Ed eccola qui, la cura per l'intero bacino così come l'ha proposta l'Autorità in un accordo di programma il 18 febbraio 2005 e sottoscritto dal presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, Ds,


Il centro storico di Firenze finì sott'acqua, insieme ai gioielli del Rinascimento e ai simboli della città. Il fango raggiunse il Duomo e il Battistero, oltre mille i dipinti danneggiati tra chiese e musei e dall'allora ministro dell'Ambiente, Altero Matteoli, uomo An. Primo punto: costruzione di grandi casse di espansione a Poppi, Bibbiena, Montevarchi, Figline, Incisa, San Miniato, Montopoli e per i fiumi Ombrone ed Era. Cos'è una cassa di espansione? Una zona prossima all'Arno, non edificata e solo coltivata, che si può alluvionare in caso di emergenza con precisi accorgimenti (la tutela delle abitazioni vicine). Autentiche «piscine» che, in caso di pericolo, si riempiono e salvano via via il territorio dal pericolo di un'alluvione.
L'Autorità di bacino conterebbe di costruirne per 2.200 ettari, che si aggiungerebbero ai 300 ettari di casse già attive di Renai e Fibbiana: uno strumento capace di smaltire 90 milioni di metri cubi d'acqua. Infine potenziamento dello scolmatore d'Arno a Pontedera, che «salva» Pisa. Costo complessivo: 200 milioni di euro.
Avverte Menduni: «Per procedere occorre certezza di finanziamenti. Solo così potremo essere sicuri di poter festeggiare tra dieci anni il cinquantesimo anniversario del 1966 con Firenze e l'intero bacino messi in totale sicurezza, capaci di fronteggiare qualsiasi alluvione». E tocca a lui, un cuore da ambientalista, sollecitare al governo dell'Unione di «proseguire nel solco della lungimirante decisione adottata da Altero Matteoli con la firma dell'accordo. Per ora ho trovato il nuovo ministro Alfonso Pecoraro Scanio molto attento e sensibile».
L'assessore Claudio Del Lungo cerca nel frattempo di seminare ottimismo: «Anche adesso l'Arno è ben controllato. Funziona, per esempio, una efficientissima rete di Protezione civile. Il Quadrifoglio, l'azienda fiorentina dei rifiuti, provvede a ripulire almeno due volte l'anno gli argini e il letto del fiume». Conclude invece Piero Baronti, Legambiente: «Si parla tanto di grandi opere vistose e spettacolari. Ma in Italia non esiste un'opera tanto "grande" come la messa in sicurezza del bacino dell'Arno, di tanta Toscana. A meno che non si sia pronti a sborsare trenta miliardi di euro da un giorno all'altro».
 
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