Da La Repubblica del 24/05/1999

Perquisizioni nelle carceri di mezza Italia

Caccia ai reduci delle Br per l'assassinio D'Antona

di Daniele Mastrogiacomo, Liliana Milella

ROMA - A caccia degli "eredi" delle Brigate rosse. Con perquisizioni a raffica nelle carceri, mentre si delineano con sempre maggiori dettagli gli identikit dei cinque uomini del commando. Per scoprire chi ha ucciso - giovedì 20 maggio alle 8,13 in via Salaria con un agguato che si sta rivelando sempre più inappuntabile - il giurista Massimo D'Antona, braccio destro di Antonio Bassolino e uomo di punta del ministero del Lavoro. A caccia degli "eredi" di chi, tra l'85 e l'88, firmò gli omicidi Tarantelli, Conti, Ruffilli. E compì la famosa rapina da un miliardo e mezzo a via Prati di Papa a Roma, dove furono uccisi due poliziotti. Gli inquirenti - il pool dei magistrati antieversione, i funzionari della Digos e i carabinieri del Ros - li chiamano così, gli "eredi". Potrebbero essere le stesse persone di allora, qualcuno degli irriducibili, dei latitanti, ma anche qualche aderente alle Bierre-Partito comunista combattente di matrice ortodossa che fu arrestato dieci anni fa, ma che poi è ritornato libero. Qualche donna forse. Ma "eredi" potrebbe anche voler dire fiancheggiatori, militanti ai margini degli omicidi, che allora avevano 25 anni e che oggi ne hanno una quarantina. Rimaste militarmente in sonno - tranne un paio di significativi attentati a Roma (alla Confindustria nel 1992 e al Defence College due anni dopo) -, oggi le Br-Pcc, in coincidenza con la guerra contro la Serbia e in aperta contestazione del governo riformista di D'Alema, hanno ripreso la lotta contro la "B.I.", la "Borghesia imperialista" e sono ritornati a uccidere. Chi ha letto con attenzione la risoluzione strategica mette tutti in guardia: potrebbero colpire ancora. A tre giorni dal delitto, la caccia agli "eredi" è partita con un fonogramma urgente a tutti gli istituti di pena per ricostruire con esattezza la posizione carceraria dei 171 terroristi detenuti, di cui 80 in semilibertà. Poi ci sono state le numerose perquisizioni: a Roma, Cuneo, Alessandria, Palmi, Trani. A Rebibbia, ad esempio, è stato perquisito Vittorio Antonini, che fu uno dei responsabili del sequestro veronese del generale Usa James Lee Dozier (17 dicembre ' 81-28 gennaio '82). In carcere dall'85, Antonini faceva parte della colonna romana delle Br- Pcc. Che cosa cercano gli investigatori? Documenti, eventuali dossier messi insieme in questi anni, un segno della continuità. L'ipotesi di lavoro è chiara. La spiega una fonte qualificata al lavoro anche di domenica: "Chi ha scritto il documento rivela, e vuole farlo, di aver vissuto la spaccatura, nell'estate del 1984, tra la prima e la seconda posizione delle Brigate rosse. Non solo: dimostra chiaramente di voler riprendere in mano il testimone dei brigatisti che aderirono alla prima posizione, quella ortodossa delle Br-Pcc". Si potrebbe spiegare così la stella a cinque punte disegnata a Firenze, il giorno dopo l'omicidio D'Antona, sulla lapide del sindaco Lando Conti (ucciso nel febbraio ' 86) che suonerebbe, oltre al documento, come una sorta di seconda rivendicazione. Tutti vecchi brigatisti dunque? Non è detto. Gli "eredi" potrebbero anche essere dei ragazzi cresciuti nel mito della lotta armata. E qui il lavoro di analisi si sposa con le risultanze dell'indagine sul campo. I testimoni hanno permesso di risalire a quattro identikit. C'è una donna che avrebbe fatto da palo. C'è un uomo intorno ai 40. Ci sono due persone più giovani. Quelle che avrebbero sparato. Ma ci sarebbe anche un quinto uomo. Più si analizza l'agguato e più ci si rende conto della mancanza di sbavature. Fa notare un investigatore: "Hanno scelto i venti metri giusti di via Salaria. Un muro da una parte e qualche negozio dall'altra, che però era chiuso alle otto di mattina. In più i furgoni e il cartellone pubblicitario. Massima copertura". Anche quello che era stato interpretato, all'inizio, come uno sbaglio - i furgoncini con le targhe originali - potrebbe rispondere a una scelta strategica: le targhe false, in caso di controlli, avrebbero allarmato di più gli investigatori. Una decina di uomini impegnati nell'agguato, una buona scelta della via di fuga, un ottimo impatto nella diffusione del documento. Che resta a tutt'oggi il principale spunto investigativo. Quello che sta spingendo alla caccia degli "eredi" delle Br. Perché più gli esperti dell'Antiterrorismo leggono lo scritto, più si radicalizzano nell'idea che c'è la mano di un militante storico delle Br. E la talpa? Tutto sommato è una pista che starebbe perdendo peso. Per un semplice motivo: è vero che, come dice Bassolino, ci sono riferimenti tecnici molto particolareggiati alle ultime scelte in materia di lavoro, ma non si tratta di notizie in possesso di poche persone. Anche le riunioni del Comitato per la legislazione erano sì ristrette, ma non riservate. Spiega un inquirente: "Ma ci siamo dimenticati che i brigatisti sono degli studiosi? È gente che si è sempre documentata fino alla paranoia sulle vittime. Chi è entrato in uno dei loro covi se lo ricorda benissimo. E stavolta le notizie erano di facile accesso per un lettore attento. Del resto, se D'Antona fosse stato ucciso solo perché voleva ridimensionare il ruolo dei sindacati minori dovremmo pensare a una vendetta e non, come sicuramente è, a un omicidio delle Br".

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