Da Corriere della Sera del 27/02/2007

IL BILANCIO DEL MINISTERO

Stop al carcere duro per il boss Madonia Record di annullamenti, 89 in un anno

di Giovanni Bianconi

Articolo presente nelle categorie:
Storia del crimine organizzato in Italia1. Mafia
ROMA Gli ultimi annullamenti sono stati comunicati ieri. Cinque ergastolani appartenenti ad «associazioni di stampo mafioso», quattro siciliani di Cosa nostra e un napoletano affiliato alla camorra, sono usciti dal «41 bis», il regime di carcere duro riservato ai boss per impedire i contatti con l'esterno. Tra questi il nome più noto è quello di Antonino Madonia, figlio di Francesco, considerato uno dei più pericolosi esponenti della famiglia mafiosa palermitana che porta quel nome e che ha contribuito a insanguinare la città negli anni delle stragi e degli «omicidi eccellenti».
A prendere la decisione è stato il tribunale di sorveglianza di Torino, competente sul carcere di Novara dove i cinque sono detenuti. La scorsa settimana s'è saputo che ad altri tre condannati per mafia, coinvolti nella strage di via D'Amelio in cui morì il giudice Borsellino, era stato annullato il «41 bis»; e prima avevano lasciato il «carcere duro» due detenuti condannati per la bomba di via dei Georgofili, Firenze 1993, 5 morti e 48 feriti per mano di Cosa nostra.
Ogni volta si riaccendono le polemiche, ma per gli addetti ai lavori questa sorta di emorragia dalla stretta penitenziaria decisa nel '92 in risposta al terrorismo mafioso non è una novità. Negli ultimi anni gli annullamenti sono aumentati in misura costante, tranne una riduzione nel 2003 dovuta a due sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale. Poi la curva ha ricominciato a salire. Nel 2006 gli accoglimenti dei ricorsi decisi dai tribunali di sorveglianza sono arrivati a 89, praticamente il doppio dei 45 del 2005. E il numero totale dei detenuti sottoposti al regime speciale alla fine dello scorso anno era sceso a 526, rispetto ai 577 del 2005.
A parte gli aggiornamenti per il 2006, i numeri sull'evoluzione del trattamento carcerario riservato a capi e gregari delle associazioni criminali ritenuti più pericolosi sono contenuti nella relazione sul triennio 2003-2005 che il Dap, la Direzione dell'amministrazione penitenziaria, ha predisposto per il Parlamento. In quelle pagine c'è la spiegazione di come e perché l'applicazione del «carcere duro» è diventata oggi più complicata rispetto al periodo iniziale. Il primo motivo sta nella legge che nel 2002 ha reso stabile la possibilità di infliggere il trattamento, e che ha allungato da sei mesi a un anno la durata dei decreti con cui il ministro della Giustizia impone le regole del «41 bis» ai singoli detenuti. Novità di non poco conto. Perché in sei mesi, prima, non c'era quasi mai il tempo di fare un ricorso e ottenere la pronuncia del tribunale di sorveglianza e della Cassazione prima che il decreto scadesse e ne arrivasse uno nuovo, contro il quale bisognava ricominciare la trafila. Adesso il tempo c'è, con annullamenti sempre più frequenti.
Inoltre la riforma prevede la possibilità di non prorogare il regime speciale se «è venuta meno la capacità del detenuto di mantenere contatti con le associazioni criminali». Con la conseguenza, spiega la relazione, che il «41 bis» è stato tolto anche ad alcuni «storici boss di Cosa Nostra, rispetto ai quali il consistente numero di anni trascorso in stato di carcerazione è stato valutato come elemento per sostenere il non più attuale collegamento con l'associazione malavitosa di appartenenza». In pratica, «la corretta gestione dello strumento penitenziario e il raggiungimento delle finalità preventive che si propone ha finito a volte per essere utilizzato per sostenere
a contrario la sua caducazione». Il buon funzionamento del «carcere duro» insomma, cioè l'interruzione dei rapporti con la mafia, diventa un motivo per eliminarlo. Ma secondo la relazione del Dap, che richiama due sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale, la «presunzione di pericolosità del detenuto» va valutata in relazione alle attività dell'organizzazione cui appartiene, e i legami vanno considerati «persistenti» a meno di una «rottura mediane condotta collaborativa o comunque evidenziante la dissociazione». Bisognerebbe insomma dimostrare di non essere più mafiosi, non soltanto che il «41 bis» ha tagliato i contatti di un tempo. La relazione ministeriale lamenta che i tribunali di sorveglianza non si adeguano a questo principio, fissandosi solo sulla «necessità di dare adeguata e completa motivazione» alle proroghe, «problema diverso rispetto alla definizione dei presupposti su cui fondare la proroga».
Altre questioni interpretative si sommano ad istruttorie per dimostrare l'attualità dei rapporti di mafia a volte un po' troppo sbrigative. Di qui la pioggia di annullamenti, giudicati dannosi anche quando il «41 bis» viene ripristinato, com'è avvenuto in più occasioni. Perché nel frattempo i mafiosi vengono trasferiti in istituti «normali» dove hanno la possibilità di riallacciare contatti con le cosche. Ulteriore pericolo segnalato: chi dovesse tornare al «carcere duro» dopo un periodo trascorso nelle prigioni ordinarie «potrebbe disporre di nuove e recenti informazioni e direttive che possono essere divulgate nelle sezioni "41 bis"». Il Dap rivendica di aver evitato un numero di annullamenti ancora maggiore grazie a specifiche direttive e alla collaborazione con la Procura nazionale antimafia, che la relazione suggerisce di «istituzionalizzare e rendere obbligatoria» con una riforma delle legge riformata quattro anni fa.

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