Da Narcomafie del 01/05/2007

I cugini Salvo, il sequestro Corleo, il rapporto Peri

di Nicola Biondo, Rino Giacalone

Articolo presente nelle categorie:
Storia del crimine organizzato in Italia1. Mafia
I cugini Salvo erano tra gli uomini più ricchi della Sicilia, entrambi uomini d'onore. Il padre di Ignazio, Luigi, fu il capomafia di Salemi.
La loro ricchezza proveniva dalla gestione delle esattorie di cui avevano il monopolio e grazie allo statuto siciliano gli permetteva di praticare un aggio del 10 % circa. Di sospetti sui Salvo si iniziò a parlare a metà degli anni '60 ma i CC di Marsala e Trapani a richiesta di informazioni rispondevano sempre che nulla di certo era accertato.
Pio La Torre e Cesare Terranova scrissero nella relazione di minoranza in Commissione Antimafia nel 1976 che la DC trapanese è totalmente nelle mani dei due cugini e che il rapporto tra gruppi mafiosi e potere politico andava ricercato in questa posizione di potere primo esempio di impegno imprenditoriale dei gruppi mafiosi, le cui scelte si rivolgono non solo alla speculazione edilizia ma anche a quella finanziaria.
Con molto anticipo veniva scattata la foto di gruppo di un sistema di potere che vedeva allineati i Salvo, Lima e il capo della Cupola Stefano Bontade. Ma il rapporto tra i Salvo e Cosa Nostra non fu sempre sereno.
Nel 1975, andando contro la tradizione di non operare sequestri in Sicilia, i corleonesi fanno rapire Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo a cui vengono richiesti svariati miliardi per la liberazione. Parte dei quali saranno effettivamente pagati ma il sequestrato non tornerà mai più e lo stesso corpo fu fatto sparire. Secondo l'interpretazione corrente il sequestro è stato uno dei primi atti di guerra dei corleonesi di Riina contro i palermitani di Bontade con cui i Salvo avevano un rapporto privilegiato. Il messaggio era duplice: far fare una brutta figura agli alleati dei Salvo e fare capire a tutti che gli affari, quelli grossi, dovevano anche passare per le mani dei nuovi boss emergenti di corleone. Da quel momento la banda Riina invadeva la provincia di Trapani e si sedeva al tavolino degli affari, quelli veri, e della politica.
Sulla base delle testimonianze di Calderone e Contorno, Giovanni Falcone chiese e ottenne, alla vigilia del maxiprocesso l'arresto dei Salvo: era il 12 novembre del 1984. Il santuario del gruppo di potere più forte della Sicilia veniva toccato per la prima volta e si iniziò a parlare di terzo livello. Nino Salvo morì prima della fine del processo, Ignazio invece venne condannato, prima a sette anni, poi a tre per associazione mafiosa. I grandi elemosinieri della DC erano uomini d'onore. Ignazio Salvo muore invece nel fatidico anno 1992, per ultimo, dopo Lima, Falcone e Borsellino. Il 27 settembre ritorna a casa e trova ad attenderlo un gruppo di killer, tra cui Bagarella, che lo uccide. Il movente, come quello per Lima, era non aver saputo garantire il patto di impunità tra Cosa Nostra e la politica. Nino, il meno diplomatico dei due cugini, era addirittura uomo d'onore e da tempo finanziava grandi traffici illegali, quelli di Salvatore Zizzo che abbiamo già visto, e le sontuose campagne elettorali di alcuni big della DC, godendo di un rapporto privilegiato con Andreotti, come è stato affermato dai giudici della Cassazione secondo i quali il politico fino al 1980 intratteneva rapporti con loro e con il capo Stefano Bontade, reato questo non più punibile per il tempo trascorso.
Sul sequestro Corleo, invece, indagò a lungo un dirigente di Polizia, il vicequestore di Trapani Giuseppe Peri, che stilò un rapporto; secondo Peri, dietro il sequestro, ed altri rapimenti, c'era un preciso disegno politico-eversivo che legava Cosa nostra all'estrema destra. Peri venne allontanato dal suo posto, isolato e le sue indagini ridicolizzate. Morirà pochi anni solo e dimenticato.

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