Da La Voce della Campania del 01/01/2008

Il caso Moro visto da Cossiga

di Nicola Biondo

Leggere le interviste dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga è sempre utile. Alcune volte spassoso. Altre ancora imbarazzante. Per lui, per l’intervistatore, per gli italiani che lo hanno avuto come Presidente: del Consiglio, del Senato, della Repubblica. Poche volte però l’utile, lo spasso e l’imbarazzo si sono fusi in un’unica soluzione.
E’accaduto il 14 novembre scorso, quando sul Corriere della Sera, Aldo Cazzullo ha intervistato il Picconatore. Il motivo per cui la Voce se ne occupa, nelle pagine dedicate ai misteri italiani, è semplice: perché si tratta di un’intervista storica, una di quelle che i nostri figli studieranno nelle scuole. E perché l’oggetto è il mistero per eccellenza: il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Chi meglio di Cossiga può raccontare la verità? Mettetevi comodi e che il racconto abbia inizio.
L’incipit del pezzo è di quelli che fanno tremare i polsi. Dice Cossiga: “Sul caso Moro sono state scritte sciocchezze che è il momento di smentire”. E su questo siamo d’accordo. Se non fosse che Cossiga è l’uomo politico italiano che è stato interrogato più di tutti dalle Commissioni Parlamentari d’inchiesta. Le occasioni di fare chiarezza non sono mai mancate al testimone Cossiga. Ma un confronto in una commissione d’inchiesta, si sa, può nascondere qualche insidia. Meglio quindi affidarsi alle cure di un giornale, di un giornalista, a cui interessa di più accendere il registratore che confutare le convinzioni dell’intervistato quando sono prive di aderenza ai fatti. Con buona pace delle istituzioni preposte all’accertamento della verità, commissioni d’inchiesta o magistratura, e del buon giornalismo. Ma tant’è. La parola di un potente vale sempre più della realtà dei fatti.
Il primo vero scoop l’ex-Presidente lo tira fuori al secondo rigo, tanto per fare chiarezza e smentire le sciocchezze: “Moro non fu perduto dagli americani, né dalla P2. Semmai dai comunisti”. Quali fonti attendibili vanta l’ex-ministro dell’interno per affermare ciò?
“Prospero Gallinari mi disse, e io gli credo, che i dirigenti dei sindacati delle fabbriche sapevano dove stavano i brigatisti. Nessuno di loro ha parlato, tranne uno, Guido Rossa; e l’hanno ammazzato. Secondo Gallinari erano mille i militanti di sinistra a conoscere la prigione di Moro”.
Avete sentito bene: mille persone, diconsi mille, conoscevano l’indirizzo della prigione di Moro. Questi mille erano comunisti e sindacalisti. Parola di Prospero Gallinari, una vita da sincero democratico con qualche ergastolo sulle spalle.
Se non fosse che si tratta di una tragedia ci sarebbe da ridere. E’ come immaginare che il Mullah Omar, luogotenente di Bin Laden, confessasse al presidente americano Bush che mille esponenti democratici erano a conoscenza dei piani per abbattere le Twin Towers.
Ora, è pensabile che un segreto come quello della prigione di Moro fosse conosciuto da mille sindacalisti comunisti? Cossiga si guarda bene dal fare nomi e con l’atteggiamento di chi lancia il sasso e poi ritira la mano aggiunge: “Certo non Berlinguer e Pecchioli [sapevano n.d.r.], non i vertici del partito”. Altra incredibile novità, secondo Cossiga, sarebbe il movente che porta le BR all’infame decisione di uccidere il sindacalista della CGIL Guido Rossa: l’aver conosciuto il luogo dove era prigioniero Moro. Un mutamento di prospettiva notevole. Per anni infatti Cossiga ha affermato che non c’erano misteri sul caso Moro, accusando chi sosteneva e sostiene il contrario, di dietrologia. Oggi invece ci fa dono dell’ennesima verità così a lungo taciuta.
Che la vicenda Moro scuota la memoria dell’uomo politico sardo, è noto. Ma si tratta di una memoria a corrente alternata.
In vena di novità Cossiga riprende:“Prodi ci indicò il covo di Moretti”. Il riferimento è alla famosa seduta spiritica a cui partecipò il futuro presidente del Consiglio durante la quale venne fuori il nome Gradoli. Poche ore dopo, la segnalazione pervenne alla segreteria dell’allora Ministro dell’Interno che per non saper né leggere né scrivere mandò qualche centinaio di poliziotti a coprirsi di ridicolo nel paesino di Gradoli invece che nell’omonima via di Roma già posta sotto osservazione dalla polizia. A nessuno venne in mente di fare due più due. Alcuni anni dopo la signora Eleonora Moro, moglie del Presidente della DC, raccontò in un aula di tribunale che un dirigente del Viminale le disse che a Roma non esisteva una via Gradoli.
Quindi non è che Prodi indicò – come dice Cossiga – il covo di Moretti, ma fu la segreteria del Ministro a decidere di andare in uno sperduto paesino e non in una via già segnalata. Ma bisogna capire, comprendere: non era facile collegare la prima segnalazione con l’indicazione di Prodi.
Nel 1981 in Commissione Moro, Cossiga, non ancora in versione Picconatore, dirà: “Non mi sentirei di fare una colpa né ai servizi di sicurezza, né alle forze di polizia, se non hanno avuto capacità di immaginazione di legare Gradoli a via Gradoli…forse in una organizzazione estremamente sofisticata dove, con tecniche sofisticate, si facciano tutte le ipotesi si sarebbe potuto giungere anche a questo …”.
Alcuni anni dopo con il piccone in mano e ormai riparato dalle mura del Quirinale Cossiga affermerà:"Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga". Quali esami, verrebbe da dire, dovrebbe fare allora un aspirante Ministro dell’Interno che non riesce a legare il nome Gradoli ad una via? Un paese di giudici ragazzini e Ministri Competenti, il nostro.
Ma andiamo avanti in questa cossigheide targata Corsera.
Ricordiamo tutti il falso comunicato della Duchessa, che annunciava la morte di Moro. Quel comunicato venne scritto, sotto dettatura, da un falsario romano legato alla Banda della Magliana, coinvolto nell’omicidio Pecorelli e autore della rapina del secolo nel 1984, con oltre 35 miliardi di bottino. Tony Chichiarelli, questo il nome del falsario, era conosciuto come autore del falso comunicato dai Carabinieri, dalla Criminalpol e dal Sisde che nulla fanno per assicurarlo alla giustizia. Per anni, fino alla sua morte avvenuta nel settembre ‘84, Chichiarelli si spacciava per brigatista e compilava comunicati con la stella a cinque punte. Cossiga ha sempre affermato che quel comunicato era autentico, che proveniva dalle BR. Nell’intervista al Corriere l’ex-ministro dell’interno, invece, afferma: “Il falso comunicato era una mossa per salvarlo”.
Su quali basi Cossiga afferma questo non è dato sapere. Che il falsario Chichiarelli agisse su mandato di qualcuno non c’è alcun dubbio. Ma quello che in modo sibillino dice Cossiga significa una cosa sola: che quell’incarico al sedicente brigatista Chichiarelli venne dato da uomini dello Stato. Ma ancora una volta si conferma il dato di fondo: informazioni importanti sono state taciute a chi indagava. Che poi quel comunicato fosse fatto a fin di bene rimane tutto da dimostrare. Le BR infatti solo dopo quel falso comunicato resero pubblica la loro volontà di trattare ma nessuno volle recepire quell’apertura. Recentemente poi, uno dei consiglieri di Cossiga durante il sequestro, l’americano Steve Pieczenick, ha rivelato di essere stato lui ad aver ideato quel comunicato, con il pieno avallo di Cossiga: “l’obiettivo era che Moro morisse con le sue rivelazioni”. Era questa “la mossa fatta a fin di bene?”.
Ma perché il governo non trattò per la vita di Moro, come invece successe per altri ostaggi in mano alle BR?
Cossiga risponde: “E’ vero quanto racconta Andreotti che una vedova di via Fani minacciò di darsi fuoco se avessimo trattato con le BR”. L’ineffabile Cazzullo timidamente segnala che la vicenda è stata smentita dal figlio di Aldo Moro, Giovanni. “Andreotti non mente” – ribatte Cossiga. E il giornalista che si trova lì per scrivere e non per fare domande si blocca. Peccato però che agli atti della Commissione Moro, è presente il testo di un’intercettazione telefonica tra la signora Moro e la vedova del capo scorta maresciallo Leonardi in cui quest’ultima afferma: “Questa mattina mi hanno telefonato dal Corriere della Sera di Milano dicendomi che sul Corriere della Sera di Roma c’è un articolo di una vedova di via Fani che diceva: «Se lo liberate, mi do fuoco davanti, non so, a Montecitorio, o qualcosa del genere». Io volevo che fosse chiaro che non ho detto queste cose”. Eleonora Moro rispose: “Ma senta, signora, anche se lo scrivessero cento giornali! Io la conosco abbastanza per sapere che non è vero”.
La smentita a Cossiga e ad Andreotti arriva anche da Maria Laura Rocchetti, vedova dell’appuntato Domenico Ricci che, in un’intervista rilasciata al quotidiano l’Avvenire il 16 marzo del 2003, afferma: “Sul Corriere della Sera scrissero che una moglie avrebbe detto “se liberate i tredici terroristi noi ci diamo fuoco in piazza”. Non era vero, né io né la signora Leonardi lo avevamo detto. Fu un gesto vigliacco. Invece noi volevamo che si trattasse. Non ci voleva un morto in più”.
Il morto in più è la verità, verrebbe da dire. Ma non è finita. Perché l’ex-Presidente sente il bisogno di andare controcorrente, ribaltare le nostre fatue conoscenze della storia patria. E infatti, dopo aver risolto il caso Moro, Cossiga aggiunge pure che, “il mito oscuro della P2 fu creato dal KGB”. L’obiettivo, raggiunto, fu quello di disarticolare i nostri servizi segreti. Che notoriamente, aggiungiamo, erano composti solo ed esclusivamente da persone perbene. Un paese meraviglioso quello di Cossiga. E noi che ci lamentiamo ancora per sapere chi ha messo le bombe, chi sono stati i mandanti e chi li ha protetti.

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