Da Corriere della Sera del 01/11/2010

L'attacco ai cristiani di Bagdad. Una comunità che rischia l'esilio

di Andrea Riccardi

Articolo presente nelle categorie:
Il mondo in guerra: ieri, oggi, domani
L'attacco di ieri mostra come nemmeno la preghiera è sicura a Bagdad innanzi a un terrorismo barbaro che vergognosamente usa motivazioni religiose.
Due domeniche fa è finito a Roma il sinodo dei vescovi cattolici mediorientali con un appello ai cristiani per vivere con i musulmani. L’emigrazione cristiana è stato il maggior problema discusso. L’Iraq è la realtà più grave. Dopo tanti attentati, i cristiani si sentono ostaggio di una situazione impossibile. Si consuma una minoranza antica tra paura e sofferenze. Erano intorno a un milione in Iraq e sono calati quasi della metà. Attraverso i giochi perversi dell’immaginario islamista, i cristiani iracheni sono assimilati agli occidentali (nonostante siano lì da prima dell’islam). Colpirli fa notizia. Il tempo porta alla consunzione di questa comunità sotto i nostri occhi.
Dopo la guerra, è stata proposta una homeland cristiana nella piana di Ninive, vicino a Mosul. L’amministrazione Bush la caldeggiava. L’homeland è un’idea ricorrente tra i cristiani d’Oriente, che nel 1918 chiesero invano ai vincitori un loro Stato dopo tante stragi. Vari vescovi cattolici hanno ribadito che i cristiani debbono vivere con i musulmani: la «piana di Ninive», dicono, sarebbe un ghetto tra i più forti curdi e arabi. I politici cristiani sono divisi. I vescovi non brillano per intesa. Manca un sussulto progettuale che provi a individuare una via in una situazione impossibile. Quando si colpisce chi prega e viene uccisa una bambina (così sembra), come pensare un futuro insieme? C’è il martirio dei monaci trappisti di Notre Dame de l’Atlas restati in Algeria (noti per il bel film Uomini di Dio. Ma è diverso per le famiglie e i bambini. La maggioranza musulmana, non ostile ai cristiani, non può proteggerli. Non manca molto all’ultimo ritiro americano e la questione cristiana si pone drammaticamente. Che possono fare la comunità internazionale, la Chiesa, i musulmani, la rissosa politica irachena? Se non possono niente, l’emigrazione resta la triste soluzione. Sarebbe una vera sconfitta, dopo tanto parlare di diritti umani. Una sconfitta di tutti dopo che da due millenni i cristiani vivono in quella terra. Una vittoria del totalitarismo terrorista e islamista.

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