Da Famiglia cristiana del 02/03/2004

Caso Alpi

Dieci anni senza Ilaria

Il ricordo dei genitori nel decennale della morte

Il pm di Asti ha chiuso l’inchiesta sui rifiuti perché non si può indagare in Somalia, ma la Commissione parlamentare ha ordinato una nuova perizia sulle salme. «Speriamo che faccia giustizia», dicono papà Giorgio e mamma Luciana.

di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari

Cara Ilaria, nel 1999 ti scrivemmo questa lettera: «Non sappiamo se ti farà piacere questa cronistoria di quattro anni di avvenimenti, di lotta e di inchieste per conoscere la verità di questo orrendo delitto che ha troncato la tua gioia di vivere.

Ci pare di ascoltare, a volte, la risata con cui sdrammatizzavi certe situazioni ma, d’altra parte, non possiamo dimenticare la tua rabbia di fronte a tante ingiustizie che hai dovuto affrontare. Ti chiediamo di capirci. Per noi questa lotta è ragione di vita, nel tentativo, forse illusorio, di portare a termine il tuo impegno. Non sarà facile tratteggiare questo lungo periodo di speranze, illusioni e grandi amarezze. Sappi, tesoro, che tante persone ti hanno tradito, hanno cercato di rendere difficile ogni ricerca della verità. Un bacio. Mamma e papà».

Cara Ilaria, ora sono trascorsi altri cinque anni e forse si è aperto uno spiraglio per ottenere verità.

È cominciato il lavoro della Commissione parlamentare di inchiesta richiesta dall’onorevole Valerio Calzolaio e presieduta dall’onorevole Carlo Taormina.

I componenti della Commissione militano in partiti diversi, con diversi orientamenti politici, ma crediamo siano uniti dalla volontà di rendere giustizia a te e a Miran. Si tenta di abbattere un muro di indifferenza, omissioni, depistaggi e segreti inconfessabili che ci hanno accompagnato in questi dieci, lunghissimi e tristissimi anni. Vogliamo tu sappia che in questo lungo percorso siamo stati accompagnati da alcuni giornalisti e, soprattutto, dai tanti lettori di questo settimanale, persone che hanno continuato insieme a noi a chiedere verità e giustizia. A tutti loro, grazie. Un bacio.

Mamma e papà


Una conferma. Diventata ufficiale pochi giorni fa. Marcello Giannoni era titolare e socio della Progresso Srl di Livorno che si occupava di smaltire rifiuti tossico-nocivi. Interrogato dagli investigatori della Procura di Asti, impegnati a indagare su traffici illeciti con il Corno d’Africa, rivelò: «In Somalia sono arrivati sicuramente rifiuti tossici di tipo industriale e, forse, di tipo sanitario. Dove? Nella zona di Bosaso. Lo so con certezza. Sono stati impiegati, come materiale di riempimento, durante i lavori di realizzazione del porto e della strada che va a Garoe».

Su richiesta di Luciano Tarditi, il pubblico ministero che l’aveva condotta, l’inchiesta è stata archiviata perché – come scrive il magistrato –, pur avendo diversi indizi, alcuni dei quali molto interessanti, mancava e manca «la possibilità di constatare e provare in loco l’avvenuto "intombamento" delle sostanze tossiche». La Somalia continua a essere dilaniata dalla guerra civile.

Una redditizia "pattumiera"

Pur non riguardando direttamente la morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, uccisi 10 anni fa a Mogadiscio, l’inchiesta di Asti avalla quanto sostenuto in alcuni reportage giornalistici. La Somalia era una redditizia "pattumiera": arrivava di tutto, dalle armi alle scorie nucleari. Curiosare poteva essere molto rischioso. Ilaria e Miran, quando furono assassinati, tornavano proprio da Bosaso.

Da queste notizie, da una loro lettura più attenta, dall’acquisizione di elementi nuovi, è partita la Commissione parlamentare d’inchiesta voluta dalla Camera e presieduta dall’onorevole Carlo Taormina. In pochi giorni ha ascoltato i magistrati che si sono occupati del duplice omicidio o degli scenari che avrebbero potuto costituirne il movente.

Tra questi, anche Luciano Tarditi, che il 18 novembre 2003, davanti a un’altra Commissione parlamentare d’inchiesta, quella sul ciclo dei rifiuti, aveva raccontato un episodio a sua volta inquietante. «Indagavamo su Giancarlo Marocchino, sospettato di trafficare rifiuti tossici», spiegò Tarditi. «Nel corso di una telefonata da noi intercettata, Marocchino espresse dubbi al suo interlocutore circa la colpevolezza del somalo arrestato a Roma (e poi definitivamente condannato come membro del commando che uccise Alpi e Hrovatin, ndr). Giudicava la cosa una "bufala" assurda, una provocazione architettata. Diceva che lui aveva le prove o stava per averle».

Il primo referto medico

«Per competenza», proseguì Tarditi, «mandammo allora a Roma lo stralcio dell’intercettazione telefonica, omettendo le generalità dell’interlocutore di Marocchino, ma evidenziando il nome di quest’ultimo. Purtroppo, dopo pochissimi giorni ricevemmo il colpo che fece naufragare la nostra indagine. Sull’utenza intercettata, che avrebbe dovuto rimanere segreta, sentimmo colui che risultò essere il legale di Marocchino: telefonava alla persona che stavamo intercettando (di cui, ripeto, avevamo taciuto l’identità) dicendogli che aveva letto degli atti provenienti dalla Procura di Asti che lo riguardavano. Il legale si dichiarava disponibile a difendere l’uomo in questione. Come poteva, però, l’avvocato sapere tutte quelle cose?».

La Commissione d’inchiesta sulla morte di Alpi e Hrovatin, dal canto suo, un risultato importante l’ha già ottenuto. Il presidente Taormina ha esibito un documento che sembrava scomparso da anni: il referto medico del primo esame esterno delle salme, effettuato sulla nave militare Garibaldi.

Viste le successive perizie presentate ai processi, contraddittorie tra loro (colpo di pistola o di kalashnikov? Da vicino o da lontano?), la Commissione ha affidato al professor Vincenzo Pascali, direttore dell’Istituto di Medicina legale dell’Università Cattolica di Roma, il compito di farne una nuova, che accerti senza più ombra di dubbio la dinamica dell’agguato, le armi usate e la distanza da cui si è aperto il fuoco.

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