Da La Repubblica del 18/11/2005

La lunga agonia del dittatore

Trent´anni fa la scomparsa del caudillo

Che posto occupa nel Novecento quest´uomo che è stato scaltro, longevo e spietato. Il 20 novembre 1975 moriva il generalissimo, la Spagna usciva dall´isolamento

di Sandro Viola

Nell´ultimo paio d´anni della sua vita, Francisco Franco y Bahamonde aveva un po´ mollato le redini del potere.
Ancora presiedeva le riunioni del governo, dove però gli accadeva sovente d´appisolarsi; e continuava a ricevere - di mattina, quand´era più lucido e vigile - personalità e comitati. Ma la maggior parte del tempo la trascorreva come un ricco ottantenne in pensione. Qualche buca al golf, la pesca a bordo dello yacht "Azor", le discussioni con la moglie e col medico personale, Vicente Gil, per ottenere di tanto in tanto un trancio di foie gras. E soprattutto il football: ore ed ore in poltrona a seguire sul televisore le partite della Liga, il campionato spagnolo, e quelle più importanti degli altri campionati europei.
Al punto che quando nell´estate del 1974 gli si palesò una flebite della gamba destra, il dottor Gil ne attribuì la causa proprio all´immobilità dei lunghi pomeriggi dinanzi alla Tv.
Che il Caudillo fosse fisicamente debilitato, ormai al tramonto, era chiaro dalle reazioni senili che manifestava in ogni circostanza difficile. La vigilia di Natale del ´73, quando aveva partecipato nella chiesa di San Francisco el Grande ai funerali del suo primo ministro, l´ammiraglio Carrero Blanco (la cui automobile era stata fatta saltare in aria da un commando dell´Eta), aveva pianto a lungo nel modo silenzioso, desolato, in cui piangono i vegliardi. E inutile era stato il tentativo della moglie d´indurlo, scuotendogli più volte il braccio, a controllarsi.
Aveva pianto in modo irrefrenabile anche durante la sua ultima apparizione sulla balconata del Palazzo reale nella plaza de Oriente, il primo ottobre del ´75. Pochi giorni prima aveva apposto la sua firma alla condanna a morte di cinque terroristi dell´Eta, e quelle esecuzioni erano state seguite da vaste e violente reazioni internazionali. La destra del regime, il cosiddetto "bunker", aveva perciò organizzato una manifestazione di massa in favore del Caudillo. Nella piazza, parecchie decine di migliaia di persone scandivano uno dei vecchi slogan del franchismo: «Franco, siempre contigo». Franco parlò pochissimo, tre o quattro minuti, con voce quasi incomprensibile. Al suo fianco sul balcone, il principe Juan Carlos e la moglie Sofia apparivano imbarazzati, gli unici a non tendere il braccio nel saluto che la Falange spagnola aveva copiato dal saluto fascista. Il Caudillo piangeva, e pianse ancora, dopo essersi ritirato dal balcone, tra le braccia del Cardinal primate Marcelo Gonzalez.
Per chi non ne avesse conosciuto la vicenda umana e politica, sarebbe stato insomma assai difficile credere che quel vecchio in lacrime, pingue, il passo incerto e la voce flebile, era stato in gioventù un eroe di guerra. Un giovane che le fotografie del tempo mostrano asciutto ma muscoloso, il volto scurito dal sole e i corti baffi neri, in testa la bustina del Tercio Extranjero, la legione straniera spagnola. Erano gli anni marocchini di Franco, tra il 1912 e il ´22, quando il suo coraggio leggendario, le terribili ferite riportate nelle guerre del Rif, e la sua popolarità tra i soldati, gli fecero scalare rapidamente i gradi della carriera militare. Conducendolo ad essere, a 42 anni, il più giovane generale in Europa.
Né sarebbe stato facile intravedere nell´ottantenne querulo e rammollito dei primi anni Settanta, goloso di foie gras e di football, quello che era stato uno dei protagonisti della storia del Novecento. Il più scaltro, il più accorto, e il più acuto conoscitore d´uomini, tra tutti i politici della sua generazione.
Oltre che uno dei più duraturi, visto che soltanto Antonio de Oliveira Salazar riuscì infatti a sottomettere il Portogallo per più anni - quarantadue - dei trentanove in cui Francisco Franco y Bahamonde esercitò la sua dittatura sulla Spagna. Dal 1936, quando a pochi mesi dallo scoppio della guerra civile emerse come il capo indiscusso dell´alzamiento, la rivolta dei vertici militari contro la Repubblica, sino alla morte nella clinica La Paz di Madrid (con a fianco del letto reliquie di santi e una muta di medici che litigavano tra loro sul da farsi col malato) il 20 novembre del 1975.
Le ideologie del secolo lo avevano sfiorato soltanto da giovane, appunto negli anni marocchini, quand´era stato molto vicino al colonnello José Millàn Astray, il fondatore del Tercio Extranjero. Privo d´un occhio e d´un braccio perduti in battaglia, Millàn Astray leggeva Jaurés, Sorel e Le Bon, aveva guardato con ammirazione al sorgere dei fascismi europei, e alla mensa ufficiali di scagliava ogni sera contro la "borghesia decadente" e "l´insulso parlamentarismo", esaltando invece il culto della forza, dell´obbedienza, del comando. Ma se il bagaglio fascistoide aveva avuto un qualche peso nella formazione giovanile di Franco, esso era già dimenticato alla fine della guerra civile.
Certo, i generali dell´alzamiento si collegarono subito con la Falange spagnola, il solo partito d´estrema destra ad avere, nel ´36, un´organizzazione e un profilo ideologico. Ma l´avvicinamento di Franco alla Falange fu tutto sommato strumentale. Il franchismo non fu altro, infatti, che un regime militare sostenuto dalla Chiesa e dal capitalismo industriale e finanziario. Dalla Chiesa soprattutto, che inneggiò a Franco come "Caudillo de España para gracia de Diós», lo fece - come Filippo IV - canonico di San Liberato, ne condivise pienamente per più di due decenni il rifiuto d´una riconciliazione tra "le due Spagne", e restò infatti muta di fronte alle migliaia di fucilazioni che seguirono la vittoria franchista nel ´39.
Ma la Chiesa e il modesto capitalismo spagnolo non furono più sufficienti a puntellare il regime nei primi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando le potenze vincitrici decisero un rigoroso isolamento della Spagna. Per un lungo momento, Franco parve pericolante. E fu allora che la sua abilità tattica, il suo cinismo, la sua formidabile scaltrezza (già in parte affiorati quando al profilarsi della sconfitta nazifascista s´era sganciato da Hitler e da Mussolini, i suoi alleati nella guerra civile) gli permisero di sopravvivere. Il Caudillo intuì infatti che la storia gli stava levando le castagne dal fuoco, che la situazione internazionale stava volgendo a suo favore. E così fu: prima la sua promessa d´una restaurazione monarchica - che implicava una temporaneità del franchismo-, e poi le vicende della guerra fredda, ruppero l´isolamento spagnolo.
Come campione della "crociata" anticomunista del ´36, Franco non poteva essere più emarginato ora che l´Occidente fronteggiava in armi il blocco sovietico. Nel ´53, con l´accordo sulle basi americane in Spagna, era ormai un alleato di Washington.
Nel ´55, la Spagna fu ammessa all´Onu. Le fondamenta del regime s´erano consolidate, e il Caudillo non era mai stato tanto sicuro di sé stesso. Il tutto grazie al suo tempismo, alla sua arte della cautela, alla spietatezza verso gli avversari.
All´ingrosso, è così che si spiegano i quasi quarant´anni della dittatura franchista.
Prima di rammollirsi, l´uomo aveva avuto cervello fino e nervi d´acciaio. Finì male, questo sì, perché quando agli inizi di novembre del ´75 le sue condizioni s´aggravarono, il "bunker" (gli ultra franchisti capeggiati dalla moglie di Franco, Carmen Polo) non era pronto alla successione. Venne quindi deciso un accanimento terapeutico insieme macabro e grottesco, compresa l´ipotermia per mantenere il corpo del morente a una temperatura di 33 gradi, in modo da ritardare il più possibile la successione.
E in un estremo soprassalto d´obbedienza alla disciplina, la carcassa del Caudillo, ormai tutta un´emorragia, assecondò i suoi fedelissimi. Sopportò la lunga e dolorosa agonia con indubbia dignità, solo ogni tanto mormorando: «Qué duro es esto», com´è penoso tutto questo.

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