Da La Repubblica del 01/01/2006
Originale su http://www.repubblica.it/2006/a/sezioni/esteri/churchill/churchill/chu...

Dopo 60 anni rese pubbliche le trascrizioni del premier britannico in guerra

Quando Churchill disse "Che Gandhi muoia pure di fame"

E su Hitler: "Voglio la sedia elettrica come per un criminale comune"

di Cinzia Sasso

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Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniIeri
LONDRA - "Se Hitler cade nelle nostre mani, dobbiamo giustiziarlo. Quell'uomo è il male assoluto e deve morire come un ganster, sulla sedia elettrica". È il dicembre del 1942, Sir Winston Churchill, il sigaro in bocca, i piedi sul tavolo, nel bunker scavato sotto il numero 10 di Downing Street con i ministri, parla alla riunione del Gabinetto di guerra britannico. Norman Brook, il segretario, scrive a mano, secondo la procedura; le sue lettere sono minute. Dopo sessant'anni, quelle parole, conservate negli archivi di Stato e tutelate finora dalla segretezza, sono state rese pubbliche e i National Archives di Kew, sud-ovest di Londra, hanno messo tutti i taccuini che registrano parola per parola i colloqui che si svolgevano negli anni cruciali della Seconda Guerra Mondiale a disposizione degli studiosi.

In Gran Bretagna allora era in vigore la pena di morte ma per impiccagione. Churchill, però, voleva la sedia elettrica, come per i peggiori criminali comuni e ipotizzava di chiederla in prestito agli americani. Altro che Norimberga, Churchill non voleva alcun processo per Adolf Hitler e gli altri gerarchi nazisti: "Quell'uomo è la sorgente del Male". E poi, per contrastare l'opinione degli alleati, "il processo rischierebbe di diventare una farsa, bisogna giustiziarlo come un normale fuorilegge". Solo alla fine, si arrese alla volontà di russi e americani: "Va bene, non possiamo rompere con gli alleati su questo punto, siamo in una posizione troppo debole".

Ma dai taccuini rimasti per tanto tempo segreti, emergono anche altre sconcertanti rivelazioni: Churchill era disposto a far morire di fame in carcere il Mahatma Gandhi dopo il suo arresto avvenuto nel palazzo dell'Aga Khan nell'agosto del 1942, se il leader della lotta non violenta per l'indipendenza dell'India avesse proseguito il suo sciopero della fame.

Nell'accesa discussione tra i membri del Governo si fronteggiarono linee diverse: il vicerè delle Indie Lord Linlithgow si diceva "fortemente in favore dell'idea di lasciare che Ghandi muoia pure di fame"; Lord Halifax, ambasciatore presso la Casa Bianca, sottolineava: "Quali che siano gli svantaggi nel lasciarlo andare, la sua morte in cella sarebbe certamente peggiore". Ma Churchill non aveva alcun dubbio: "Io lo lascerei lì dov'è e gli lascerei fare quello che gli piace".

Sir Brook non omette di scrivere nomi e virgolettati, ed emerge che il premier non aveva alcuna intenzione di accordare a Gandhi alcun trattamento di favore al fine di mantenere integro l'Impero Britannico, di cui l'India era considerato il "gioiello della Corona" e Gandhi era un indipendentista che pubblicamente invitava alla disobbedienza civile. Solo successivamente prevalsero le colombe, guidate anche da Sir Strafford Cripps, ministro della Produzione Aerea, secondo il quale quella di Gandhi era "una figura ammantata talmente tanto di carisma quasi religioso che la sua morte in mano nostra provocherebbe per noi un durissimo colpo".

Ma Churchill minacciò anche di arrestare il generale Charles De Gaulle, che si era rifugiato in Gran Bretagna dopo l'occupazione del paese da parte delle truppe naziste e che divenne il primo presidente francese dopo la guerra. Che tra i due uomini non corresse buon sangue era cosa già nota agli storici, ma gli appunti sulle riunione del Cabinet of War desecretati ieri, rivelano che secondo Churchill il leader francese aveva "ambizioni insensate" e poi, nel 1945, che la sua presenza sulla scena era un impedimento a relazioni "affidabili" tra i due Paesi.

Nel marzo del 1943, quando fu respinta la sua richiesta di recarsi in Francia per visitare le truppe della zona non occupata, De Gaulle si era lamentato di essere un prigioniero politico. La risposta di Churchill fu tagliente e diretta: ordinò di dire a De Gaulle che doveva fare come gli veniva detto, e insistette sulla necessità di non fargli lasciare la Gran Bretagna: "E arrestatelo se tenta di andarsene... mettete in atto misure di sicurezza per impedirglielo".

La posizione di Churchill era motivata dalla necessità di impedire che una visita di de Gaulle in Francia mettesse a rischio i colloqui in corso tra il comando Usa e il generale francese Giraud, che Washington sembrava aver scelto come interlocutore privilegiato.

Dai resoconti risulta anche che Churchill aveva stilato una lista di gerarchi nazisti che dovevano "essere uccisi sul campo" e condivideva la posizione del ministro Cripps che sosteneva: "Catturateli, dategli due settimane per rispondere, poi sparategli". Per vincere l'opposizione interna era pronto a varare una legge che trasferiva dalle corti di giustizia al Parlamento il potere di decidere sulla condanna dei prigionieri. Ma la resa dei tedeschi vanificò quei propositi. Registra Sir Brook: "Ormai sono finiti".

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