Da La Stampa del 04/08/2005

60 anni dopo, lo storico Alperovitz: una scelta non motivata sul piano strategico

Hiroshima l’arma immorale

di Paolo Mastrolilli

NEW YORK - Terrorismo di stato no: Gar Alperovitz chiede espressamente di non attribuirgli questa accusa, perché non può accettarla per ragioni ideali e personali. Poi, però, ci va il più vicino possibile: «Il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki fu l'uso di un'arma del terrore, finalizzato ad ottenere un effetto psicologico uccidendo civili. Un atto non necessario sul piano strategico, e immorale sul piano etico». Il professore della University of Maryland è il decano degli storici revisionisti americani, che hanno cercato di condannare i bombardamenti sul Giappone e sgretolare i miti delle armi nucleari.

Ne scrisse per la prima volta nel 1965, quando le sue ricerche per la tesi di dottorato si trasformarono nel libro Atomic Diplomacy: Hiroshima and Potsdam. Poi ha continuato a studiare queste vicende per trent'anni e nel 1995 ha pubblicato The Decision to Use the Atomic Bomb, che è diventato la Bibbia dei revisionisti.

Perché l'arma nucleare non era necessaria?
«Due ragioni. Primo, perché sapevamo che Tokyo era pronta alla resa. Eravamo riusciti a decriptare i codici segreti dei giapponesi, i famosi “Magic codes”, e quindi da mesi leggevamo tutte le loro comunicazioni. Secondo, perche' nell'aprile del 1945 la nostra intelligence aveva avvertito il presidente Truman che l'ingresso in guerra dell'Urss, previsto per agosto, sarebbe stato il colpo che avrebbe spezzato la resistenza di Tokyo. Anche l'imperatore avrebbe ceduto».

I suoi avversari sostengono che l'atomica era indispensabile per evitare i costi umani dell'invasione finale.
«Sul piano morale questo argomento è discutibile, perché 300.000 civili giapponesi hanno pagato il costo umano dei bombardamenti nucleari. Loro se lo meritavano e noi no? Comunque, il punto non regge neppure sul piano strategico. L'ingresso in guerra dell'Urss era previsto ad agosto, ma l'invasione per conquistare Tokyo non sarebbe cominciata prima di novembre: c'era tutto il tempo per verificare se le notizie dell'intelligence sulla resa imminente erano fondate».

Allora perché Truman ordinò di lanciare la bomba?
«Per motivi politici. Non volevamo che l'Urss conquistasse territori e peso nella regione, e intendevamo usare l'atomica come un ammonimento. Le prove sono solo circostanziali, legate a conversazioni sfuggenti, ma il segretario di Stato Byrnes aveva convinto Truman che la dimostrazione della potenza nucleare avrebbe reso Mosca più maneggevole nel dopoguerra».

Come fa ad essere così sicuro della natura politica della scelta?
«I nostri diplomatici sapevano che c'era una via per concludere la guerra senza l'invasione: bastava ritoccare la richiesta di resa incondizionata, consentendo ai giapponesi di preservare l'imperatore. Fino al 16 luglio del 1945, poi, la bomba atomica era solo una teoria, una fantasia a cui lavorava un gruppo di scienziati. La nostra politica non si basava su quest'arma improbabile, ma cambiò direzione dopo la riuscita del primo test».

Cosa pensa degli scienziati del Manhattan Project, come Oppenheimer e Fermi?
«All'inizio la loro partecipazione al progetto era giustificata dal timore che Hitler costruisse l'atomica. Ma quando divenne chiaro che la Germania non l'avrebbe mai avuta, non fecero abbastanza per evidenziare i pericoli e tenere il genio nella bottiglia».

A spingere in favore dell'arma nucleare non c'era anche quello che l'ex generale e presidente Eisenhower avrebbe definito il «complesso militare-industriale»?
«In un secondo momento sì, ma nel 1945 no. Tutti i grandi capi militari della Seconda Guerra Mondiale, da Eisenhower a Nimitz, si erano espressi pubblicamente contro l'atomica, perché temevano che li avrebbe marginalizzati. I soldati non la consideravano una vera arma, ma uno strumento psicologico di shock e terrore. Dopo la riuscita del primo test, il generale Marshall aveva suggerito di dimostrare la potenza dell'ordigno su una base navale militare. Se non fosse bastato, Washington avrebbe dovuto intimare a Tokyo di sgomberare una città, per far vedere i potenziali effetti sulla popolazione civile. I politici invece decisero che l'ultima opzione, cioé il bombardamento di un centro abitato, sarebbe diventata la prima e l'unica».

Fu terrorismo di stato?
«Io non uso questa terminologia, perché negli anni ha assunto dei significati troppo controversi. Ma il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki fu un atto immorale perché non era un'operazione militare. I politici decisero di usare uno strumento di terrore per provocare un effetto psicologico, uccidendo 300.000 civili».

Non hanno avuto ragione? In fondo la guerra fredda è rimasta fredda grazie alla deterrenza delle armi nucleari, e alla fine gli Stati Uniti hanno vinto quasi senza sparare un colpo.
«Anche questo è un argomento puramente speculativo. Ci sono documenti che provano l'esistenza di strategie politiche e diplomatiche, suggerite al presidente Roosevelt, per trovare un accordo di reciproca utilità con l'Urss. Non sapremo mai se la guerra fredda fosse davvero inevitabile e se la deterrenza nucleare era l'unica opzione per vincerla».

Ma non esistono neppure prove del contrario.
«Anche se fosse così, consideriamo gli effetti inoppugnabili della decisione presa da Truman. L'uso dell'atomica su Hiroshima e Nagasaki ha scatenato una corsa al riarmo con Mosca, che alla fine ha danneggiato noi stessi, nonostante abbiamo vinto la guerra fredda. Prima del 1945, gli Stati Uniti erano un paese protetto da due oceani e praticamente non conquistabile. L'attaco di Pearl Harbor ci aveva colpiti, ma chiaramente non era bastato a piegarci. L'arma nucleare era la sola che poteva renderci davvero vulnerabili, perché i nemici avrebbero potuto lanciarla sulle nostre città da grandi distanze. Oggi infatti siamo un paese vulnerabile, e non solo per gli attentati dell'11 settembre: pensate cosa succederà, se i terroristi metteranno le mani sull'atomica".

Qualcuno non l'avrebbe costruita comunque, se non l'avessero fatto gli americani?
«Impossibile dirlo con certezza. Cosa sarebbe successo, se invece ci fossimo impegnati dal principio nella non proliferazione?»

Le sembra ancora possibile tornare indietro?
«Sarebbe necessario un cambio radicale della nostra politica, e anche di quella di tutti gli altri paesi che nel frattempo hanno sviluppato le armi nucleari. Ma non è un proposito impossibile, visto che gli stessi falchi della guerra fredda come McNamara e Paul Nitze hanno detto che ormai l'atomica non ha più senso strategico. Ad esempio, se avessimo investito i 500 miliardi di dollari spesi in Iraq nel controllo degli armamenti, avremmo raggiunto risultati utili all'America e a tutta l'umanità».

Documenti


6 agosto 1945, Hiroshima. 9 agosto 1945, Nagasaki
La puntualità del male

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Un report del 1985 (ora classificato) valuta danni e potenza delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki del 6 e 9 agosto 1945. Sessant'anni fa
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