Da Pagine di Difesa del 07/09/2005
Originale su http://www.paginedidifesa.it/2005/londei_050907.html

Iraq, c’è una via italiana per rimediare agli errori

di Franco Londei

Baghdad 31 agosto 2005: l’ennesima strage di innocenti si abbatte sulla nazione. Un colpo di mortaio colpisce una moschea sciita. Il panico che ne segue accompagnato dalla voce della presenza di kamikaze pronti a farsi esplodere tra la folla fa il resto. Centinaia di morti schiacciati per il crollo di un ponte sull’Eufrate si vanno ad aggiungere alle migliaia di vittime di una guerra che appare sempre più come un terribile errore di valutazione politica e militare.
Le ragioni della guerra sono ormai conosciute da tutti: lotta al terrorismo, esportazione della democrazia, abbattimento di un regime violento e totalitario e quindi difesa di un popolo, impedire all’estremismo islamico di allargare i propri orizzonti oltre le terre che già lo supportano, lotta alla diffusione delle armi di distruzione di massa.

Le due linee di pensiero - quella interventista e quella decisamente contraria alla guerra - nel corso degli ultimi due anni, da quando cioè gli anglo-americani hanno sferrato l’attacco contro l’Iraq di Saddam Hussein, si sono quotidianamente scontrate senza esclusione di colpi, ognuna convinta delle proprie ragioni e delle proprie linee politiche producendo, nel farlo, una netta spaccatura nell’opinione pubblica mondiale tra chi era pro e tra chi era contro la guerra.

In questo contesto di spaccatura epocale, dove ogni linea di pensiero è impegnata a far valere le proprie opinioni anche per ricavarne ritorni politici, nessuno ha mai considerato il terzo fattore: quello legato al popolo iracheno e al suo immediato futuro.

E’ indiscutibile che da ambo le parti si sia politicamente strumentalizzata la guerra in Iraq, cercando di evidenziare i vari errori compiuti da un lato e quello che non si è fatto dall’altro. Mentre vengono a mancare alcune delle ragioni principali per cui la guerra è stata iniziata (evidenziati dai contrari all’intervento) contemporaneamente non vengono proposte valide alternative all’occupazione militare e una strategia di uscita che non lasci gli iracheni in mano ai terroristi.

Ed è forse proprio questo il problema: la mancata convergenza di idee sulle reali necessità del popolo iracheno, cioè una strategia che tenga in posizione di primaria importanza i bisogni immediati e futuri delle popolazioni che abitano la terra dei due fiumi, senza pretendere di imporre ideologie e normalizzazioni consone all’Occidente ma in netto contrasto con lo stile di vita di quelle genti.

Nella quotidiana dialettica politica vengono rimarcati gli errori commessi dalla coalizione che ha iniziato la guerra (errori purtroppo evidenti), che però vengono associati troppo spesso e per fini di politica interna, agli interventi (vedi quello italiano) seguiti alla guerra e nati con scopi ben diversi, scopi ricollegabili proprio al limitare i danni causati dagli errori degli altri.

Dato quindi per scontato che errori ci sono stati, la priorità attuale è quella di normalizzare il territorio, dove per normalizzare si intende pacificare e sviluppare, tenendo ben presenti i parametri del luogo dove si interviene, quindi contesto ambientale, storico e religioso.

Escludendo a priori che tale tipo di normalizzazione possa essere messa in atto dalle forze anglo-americane in quanto da troppi visti come occupanti, escludendo pure di affidare l’operazione esclusivamente alle neonate forze irachene, in quanto non ancora preparate a sostenere una simile responsabilità da sole, non resta altro che affidare l’arduo compito a chi (come l’Italia) non ha partecipato alla guerra, ma ha schierato i propri uomini in seguito e solo con scopi di peace-keeping.

Certo, gli anti-interventisti o chi ha cavalcato politicamente l’onda dei movimenti contrari alla guerra potrà non essere d’accordo con questa teoria, tuttavia se si guarda solo ed esclusivamente al futuro benessere del popolo iracheno e non a ritorni elettorali, non esiste nessun’altra alternativa se non quella di abbandonarli a loro stessi e quindi ripetere errori poi pagati a caro prezzo (vedi Somalia).

Questa guerra è stata combattuta per ragioni poi risultate false. Si è continuato con lo specchietto per le allodole di una democratizzazione dell’Iraq, questo è indiscutibile. Però, in questa centrifuga di interessi che è l’Iraq odierno, ci sono milioni di persone, di cui tantissime laureate, che aspettano una svolta positiva e un rimedio all’attuale situazione.

Quindi, bando alle strumentalizzazioni, l’errore lo hanno fatto, cerchiamo di porvi rimedio come solo noi (italiani) sappiamo fare. Gli iracheni sono le prime e uniche vittime di questi errori e non se lo meritano, come non si meritano che a loro nome scaltri politici ottengano qualche voto in più o il favore di masse spesso fuorviate da sterili proclami.

Oggi è il momento di intervenire in Iraq senza indugi, con programmi di sviluppo a medio e lungo termine, con una coerente ricostruzione, rispettando i loro canoni senza imporre i nostri nel nome di una normalizzazione troppo spesso occidentale e guidata da meri interessi, ma lontana dal loro concetto di normalità.

Questo è ciò che vuole la maggioranza degli iracheni e se per ottenerlo ci devono essere soldati stranieri a protezione dei graduali miglioramenti, nessuno di loro - che non sia implicato con frange terroristiche - protesterà se saranno i militari italiani o di altro paese a proteggere gli operatori (oggi assenti) che vorranno andare a implementare i programmi di sviluppo.

Gli iracheni non vogliono il ritiro delle truppe italiane. Vorrebbero il ritiro delle truppe di occupazione, sostituite da truppe di peace-keeping che garantiscano agli operatori la giusta protezione dai terroristi stranieri, che nel nome del popolo iracheno (anche loro) uccidono e massacrano quotidianamente. Gli iracheni sanno parlare da soli, sono stanchi di dubbi individui che parlano in loro nome.

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