Da Famiglia cristiana del 09/09/2005
Originale su http://www.sanpaolo.org/fc/0536fc/0536fc03.htm

LE CRITICHE DI MARCELLO PERA VERSO UN’EUROPA MULTICULTURALE

Ma la storia lo dimostra: siamo tutti meticci

di Andrea Riccardi

«L’avvenire è meticcio!», dichiarava il generale De Gaulle, negli anni ’50, sognando una comunità franco-africana al posto delle colonie. Il poeta-presidente del Senegal, Sénghor, vedeva una futura civiltà meticcia. Lui si sentiva un letterato meticcio: il cuore africano e la scrittura francese.

Negli anni ’80, un prete messicano, Virgil Elizondo, sosteneva in un libro che il futuro è meticcio. Per lui, figlio di una cultura meticcia, quella messicana (di cui è espressione la Vergine di Guadalupe), il contributo del meticcio è decisivo perché identità e differenze vivano insieme. In realtà la cultura messicana, nata da quella prima globalizzazione che fu la conquista delle Americhe nel Cinquecento, è l’espressione di un meticciato culturale di grande livello. D’altra parte, queste posizioni di simpatia per il meticciato segnavano il distacco da un’idea di identità nazionale che aveva alle sue spalle la "purezza" della razza, frutto dell’impazzimento del razzismo e del nazismo. Si sa poco che in Italia, a monte delle leggi razziste del 1938, non c’era solo la volontà di imitare il razzismo dei nazisti e le leggi di Norimberga del 1935, ma anche di impedire il meticciato che stava avvenendo tra italiani e donne africane dopo la conquista dell’Etiopia, nel 1936.

Questo sfondo culturale è stato dimenticato quando si è discusso, nei giorni scorsi, di meticciato sulla scia delle polemiche alimentate da un intervento del presidente del Senato Marcello Pera al Meeting di Rimini, cui ha replicato, nello stesso scenario, il ministro dell’Interno Pisanu.

Nella storia dei popoli non esistono formule create in laboratorio: la purezza identitaria o il meticciato. La storia è complessa e crea non solo meticci, ma culture meticce.

La realtà odierna tende in parte alla mescolanza di popolazioni. A Roma, con il 7 per cento degli stranieri, nel 2003 ci sono stati 1.342 matrimoni misti (un coniuge italiano e uno non) a fronte di 9.590 matrimoni tra italiani e 1.069 matrimoni fra stranieri. Quasi una famiglia su dieci, nata nel 2003, è meticcia e i loro figli saranno "misti". In un certo senso, risalendo più o meno lontano, siamo tutti meticci.

Ma il problema non sono le formule. Quelle della purezza mi fanno paura: quella razziale o quella religiosa dei fondamentalisti. La globalizzazione, a suo modo, rende un po’ più meticce tutte le culture. Ma non dobbiamo dimenticare che, nell’età della globalizzazione, le identità (nazionali, religiose, culturali) riprendono coscienza di sé.

Qui si collocano anche le reazioni fondamentaliste e nazionaliste. Tutti, oggi, abbiamo bisogno di ridire la nostra identità in questo mondo globalizzato. Forse siamo tutti più simili e per questo sentiamo la necessità di ridefinirci. ب un processo positivo del nostro tempo, che perٍ non avviene senza scosse.

La globalizzazione non crea un’unica civiltà e una sola cultura. Il mondo non diventa cosmopolita. L’idea di una religione universale (coltivata in laboratorio dagli scienziati) non esiste. Restano culture, civiltà, religioni, nazioni. Sono diverse (e di peso diverso), ma si avvicinano, si sovrappongono, abitano insieme. Questo crea innesti e scambi.

Ma anche – come si sa – conflitti. Il problema del nostro tempo non è trovare la formula giusta per il futuro, ma realizzare, a partire dalla situazione in cui viviamo, quella "civiltà del convivere", di cui abbiamo bisogno, fatta di identità ma pure di rispetto per l’altrui differenza, consapevole che anche il mondo globalizzato non sarà egemonizzato da nessuno.

Benedetto XVI, parlando a Colonia, ha tracciato con molta lucidità il quadro di questa civiltà del vivere insieme, che ha come fondamento il «riconoscimento della centralità della persona»: «Noi vogliamo ricercare le vie della riconciliazione – ha detto – e imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro. La difesa della libertà religiosa, in questo senso, è un imperativo costante e il rispetto delle minoranze un segno indiscutibile di vera civiltà».

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