Da La Repubblica del 13/06/2006
Originale su http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/cronaca/racket-calabria/calli...

Il presidente degli imprenditori: "Lascio l'impegno prima o poi potrei chiudere le imprese e trasferirmi"

Antiracket, l'addio di Callipo. "La Calabria è persa, mi ritiro"

di Attilio Bolzoni

Articolo presente nelle categorie:
Storia del crimine organizzato in Italia3. 'Ndrangheta
UN ANNO fa aveva scritto a Ciampi e chiedeva l'esercito in campo contro la 'ndrangheta. Ma oggi, esattamente dodici mesi dopo quel suo grido, ha deciso di dimettersi da presidente della Confindustria calabrese. "Basta, entro giugno scade il mio mandato e me ne vado per sempre. Non ce la faccio più, se continuo a denunciare quello che gli altri non vogliono mai denunciare finirà che mi prenderanno per pazzo e mi chiuderanno in una clinica per malattie mentali". Se ne va Filippo Callipo, l'industriale calabrese del tonno che ha provato a ribellarsi al racket e che si è ritrovato solo a combattere contro i boss.

E' una scelta definitiva, presidente?
"Sì, lascio e forse un giorno o l'altro farò un altro passo ancora. Come tanti altri miei colleghi, venderò tutto quello che ho e me ne andrò lontano dalla Calabria".

Perché ha deciso di dimettersi? C'è stato un episodio particolare, è accaduto qualcosa che l'ha spinta a mollare tutto e tutti?
"Qui in Calabria la situazione è come cinque annni fa, è come tre anni fa, è come un anno fa o come la settimana scorsa. O come ieri l'altro, quando a Vibo Valentia hanno prima ucciso e poi dato fuoco a quell'imprenditore agricolo che aveva fatto i nomi dei suoi estorsori. Qui in Calabria non è cambiato nulla, non cambia mai niente".

Neanche dopo il delitto Fortugno, non c'è stato qualche segnale nuovo nemmeno dopo le operazioni di polizia partite dopo l'uccisione del vicepresidente del consiglio regionale?
"Tranne qualche latitante arrestato e un po' di pulizia fatta qua e là, non vedo grandi mutamenti in Calabria. E soprattutto non vedo nascere la fiducia nelle persone che vivono dalle nostre parti. Non voglio essere sempre pessimista ma i fatti sono fatti. E non voglio nemmeno fare polemica, le cose però stanno così".

Non è cambiato proprio niente allora?
"La settimana scorsa ho saputo che gli avvocati della camera penale di Vibo hanno firmato tutti insieme un documento dove chiedono più sicurezza nel loro territorio. Certo, è qualcosa, è importante che anche le categorie professionali facciano sentire la loro voce. Ma della sicurezza del territorio ne parlavo da solo già cinque o sei anni fa e tutti dicevano che ero un pazzo scatenato".

Anche i suoi colleghi imprenditori?
"Alcuni mi battevano la mano sulle spalle e mi dicevano: 'Bravo Filippo, bravo, continua così'. E poi mi lasciavano andare avanti tutto solo. Altri invece mi hanno sempre attaccato, altri dicevano che con le mie denunce pubbliche e con le accuse continue contro la criminalità organizzata stavo rovinando l'economia della Calabria e anche il rapporto tra le imprese e la classe politica locale. E allora che se lo tengano pure quelli lì il loro rapporto con la classe politica locale, se lo tengano a suon di mazzette. Io non ci sto, io mi ritiro".

Non crede che ci siano ancora le condizioni per portare avanti la sua battaglia contro il racket e contro la corruzione nella burocrazia, nelle amministrazioni?
"No, non ci credo più. E oltre a dimettermi, d'ora in poi non concederò più neanche interviste ai giornali. Mi sono scocciato di parlare sempre solo e soltanto io. Questa è l'ultima intervista, non risponderò più neanche ai giornalisti. Sono veramente sconfortato".

Ha mai parlato con Luigi De Sena, lo ha mai incontrato il superprefetto mandato a Reggio nell'autunno scorso?
"Mai. L'ho visto casualmente solo una volta durante un incontro. Non mi ha mai chiamato, non mi ha mai chiesto nulla di tutte le denunce fatte nei mesi e negli anni passati come presidente della Confindustria calabrese".

Dopo il suo appello a Ciampi e dopo le polemiche che sono seguite, da Roma si è fatto sentire qualcuno?
"Silenzio totale. Quel mio sfogo nel giugno del 2005 sulla 'ndrangheta che in Calabria soffocava le imprese e tutto il resto, è caduto nel vuoto. Ecco perché ho deciso di andarmene".

Pentito di avere parlato a voce alta?
"No, sono pentito di avere iniziato altre avventure imprenditoriali in questa regione. L'anno scorso ho avviato un progetto per una fabbrica di gelati a Maierato e un altro progetto per la realizzazione di alcuni impianti turistici. Oggi non lo rifarei più, ho capito che non vale la pena di investire in Calabria. Al contrario, ogni giorno sono tentato di vendere e trasferirmi fuori, nel nord Italia o da qualche altra parte".

Ha ricevuto altre minacce, altre intimidazioni?
"No, in questi ultimi mesi non più".

L'anno scorso mi aveva raccontato che era stato dall'allora ministro degli Interni Pisanu e gli aveva chiesto: ministro, mio figlio studia a Milano e vuole tornare in Calabria, lei mi deve dire se può tornare o no perché io non so cosa rispondergli. Suo figlio è tornato?
"Gli mancano pochi mesi per laurearsi e lui vuole tornare per lavorare nella nostra azienda".

E lei cosa gli ha detto, cosa gli ha consigliato?
"Niente, come un anno fa non so cosa dire a mio figlio".

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