Da Corriere della Sera del 31/01/2007

I verbali sul covo raccontano una latitanza dorata

Cachemire e giacca di seta l´inventario di Provenzano

Dai beauty case alle posate, smentita l´immagine del bandito-pastore

di Attilio Bolzoni

PALERMO - E´ l´altro volto del Padrino, quello che ancora non conoscevamo. Quello che forse non conoscevano neanche i suoi amici più fedeli, i boss delle campagne siciliane. Anche loro lo vedevano solo come un vecchio contadino di Corleone, uno all´antica che campava di cicoria e di ricotta, un semi analfabeta che scarabocchiava ordini su quei leggendari pizzini. E invece le cose trovate nel suo covo - gli oggetti, gli abiti, il cibo - scoprono un altro Bernardo Provenzano. Il suo covo parla. E disvela la doppiezza del mafioso più famoso del mondo.
Siamo entrati in possesso di 50 pagine depositate qualche giorno fa nelle cancellerie della Procura della repubblica di Palermo, l´elenco del materiale inventariato «in occasione dell´arresto di Provenzano Bernardo e rinvenuto nell´abitazione sita in Corleone alla contrada Montagna dei Cavalli». In apparenza potrebbe sembrare una semplice e burocratica catalogazione, un verbale come tanti, in realtà è un documento che rimescola teorie e convinzioni sulla figura dell´ultimo dei Corleonesi. E´ un inventario che apre scenari investigativi, che orienterà probabilmente le prossime inchieste sulle protezioni eccellenti del boss.
Non era rimasto quel «peri incritati» che tutti credevamo, non era più solo uno di quelli scesi dalle colline con le scarpe sporche di fango per conquistare la città. Restando però sempre lui, il «viddano» cresciuto nel feudo, attaccato alla terra, incapace di cogliere cambiamenti e cambiare lui stesso. Al contrario, era già diventato un altro.
E prima di trovare riparo in quell´ultimo rifugio dove fu arrestato l´11 aprile del 2006, probabilmente abitava in ben altra casa e godeva di ben altre comodità. Forse a Palermo, nel centro di Palermo. Era un´altra la vita che faceva il vecchio Bernardo.
Non era quella del sorcio nascosto sempre in miserabili casolari, come sulla Montagna dei Cavalli. Lì c´è arrivato alla fine. Quando non aveva più dove andare. Quando era l´unica tana che gli era rimasta.
Il covo di Corleone parla con la mezza dozzina di maglioni di cachemire ritrovati in due armadi, maglioni che (alcuni) vengono da un noto negozio che si affaccia sulla via Ruggiero Settimo, il «salotto» di Palermo. Il covo parla con quei suoi quattro beauty case, i porta cipria, le cuffie per lo stereo, la giacca di seta, le camicie firmate, il dopobarba Armani. «Attraverso piccole e grandi tracce stiamo ricostruendo l´altra vita di Provenzano, attraverso l´esame degli oggetti indaghiamo sulla loro provenienza e su quelle che possono essere state le sue frequentazioni», spiega Michele Prestipino, il magistrato che con il poliziotto Renato Cortese gli ha dato la caccia per quasi 8 anni.
Hanno avuto tutti una sorpresa arrivati lassù, alla Montagna dei Cavalli.
Dietro l´odore di pecorino e della stalla, c´era l´esistenza di un uomo che aveva vissuto altrove. In un posto lontano da quella campagna, un posto diverso. E anche il Padrino era diverso. Niente a che vedere con l´immagine rimandata dai pochissimi pentiti che l´avevano descritto, collaboratori verosimilmente anche sinceri ma - anche loro - ignari di quell´altra faccia del capo della Cosa Nostra.
Parlano gli oggetti, parlano i suoi gusti alimentari. La linea completa dei prodotti della Mulino Bianco nella credenza della sua cucina, l´attenzione per la sua dieta testimoniata da quel libro trovato sul comodino della stanza da letto: «La Salute in tavola».
Ma poi ci sono le caramelle sparse in tutto il covo, alla menta e alla carruba. Il cioccolato. Quello senza zucchero e l´altro, al latte e zuccheratissimo. Tracce ambigue, incerte, opposte. Come lui.
C´è tanto di antico e tanto di moderno fra le pareti dell´ultimo indirizzo conosciuto di Bernardo Provenzano. Come d´altronde in quei suoi pizzini, sistema arcaico di comunicazione, tanto arcaico da non farsi intercettare dalla più sofisticata tecnologia. Lui che «ringrazia il nostro Signore» ogni due righe sui biglietti di carta e intanto tratta grandi business di gas con un altro latitante come Matteo Messina Denaro, si lamenta del «figlio del paesano» - il giovane Massimo Ciancimino - che si muove con troppa disinvoltura negli affari. Fogli sbiaditi e nascosti in vasetti di vetro e milioni di euro.
Non era la sua casa quella. Non era più il suo mondo la Montagna dei Cavalli. Era diventato il luogo delle ossessioni quel covo, per il Padrino.
Ricopiava con maniacale cura ogni voce delle sue malattie da un´Enciclopedia medica, ricopiava gli esiti delle sue ultime analisi del sangue, prendeva nota delle medicine che ingeriva. Una prigione. Solo allora si sarà sentito davvero un latitante. Solo allora e mai prima, in quei 43 anni alla macchia, mezzo secolo ricercato e comunque libero.
Era diventato anche un tempio quel covo sopra Corleone. Un grande quadro di Cristo che divide la comunione con gli Apostoli, uno più piccolo della Madonna delle Lacrime di Siracusa, una settantina di santini «Gesù confido in Te» e altre montagne di immagini sacre.
Una collezione di Madonne, di Santuari, di Beati e di cardinali e di frati cappuccini. E quella Bibbia che si portarono via i poliziotti quell´11 aprile quando lo catturarono: speravano di trovarci messaggi cifrati, codici.
Chi è stato Bernardo Provenzano? Il primo che abbiamo conosciuto o quest´altro che ci viene riconsegnato dal suo covo? Che cosa ha addosso? La giacca di fustagno o quel pullover Ballantyne di cachemire color amaranto? Lo immaginavamo ancora con la coppola e invece si è presentato con una collezione di cappellini di stoffa.
Sulla visiera del suo preferito c´è una scritta che sa di beffa: «Clan Bassotti».

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