Da Corriere della Sera del 08/03/2007

Relazioni occulte dietro i delitti I segreti del «codice Provenzano»

L'analisi dei pizzini del boss in un libro del pm Prestipino «Ma c'è un mondo sommerso ancora tutto da scoprire»

di Giovanni Bianconi

PALERMO — Undici mesi fa, la cattura che segnò la svolta. Quando il pubblico ministero Michele Prestipino varcò la soglia del covo di Montagna dei Cavalli, alle porte di Corleone, dove era stato appena arrestato Bernardo Provenzano, ebbe la sensazione di entrare nel cuore di Cosa Nostra: «C'era l'archivio della mafia. La casa dove viveva il capo, il tavolo del comando». La svolta, appunto. Perché non solo era stato preso Provenzano dopo 43 anni di latitanza, ma pure la sua corrispondenza «in entrata e in uscita». I famosi
pizzini, termine divenuto da allora di uso corrente, che insieme a quelli sequestrati quattro anni prima al suo braccio destro Nino Giuffrè fornivano il quadro d'insieme dell'attività quotidiana della mafia: «Non solo quella più nota delle estorsioni e degli appalti, ma pure quella meno nota come le raccomandazioni, le relazioni tra capi e sottocapi, i rapporti familiari».
Undici mesi dopo l'analisi di quelle lettere scritte e ricevute dal capo di Cosa Nostra è diventata un libro firmato da Prestipino, il pm che coordinò le indagini per arrivare al boss e al suo archivio, e dal giornalista Salvo Palazzolo. «Un'analisi e un tentativo di riflessione che le inchieste giudiziarie non consentono», spiega il magistrato. Ne è venuto fuori Il codice Provenzano,
edito da Laterza, trecento pagine per capire il contenuto di ciò che s'è scoperto e quello che c'è ancora da scoprire. Perché proprio quei pizzini confermano i lati oscuri dell'attività mafiosa su cui nemmeno la cattura di Provenzano ha permesso di fare luce. «Quel sistema di comunicazione è arcaico ma sicuro, però non è l'unico», dice Prestipino ricordando la lettera inviata a Provenzano da Matteo Messina Denaro — boss trapanese tuttora latitante — che «indicava "l'altra via", ovvero un altro pizzino
ancora rispetto a quello della risposta ordinaria, per l'indicazione del nome del politico desiderato. Come se esistesse un livello di trasmissione dei messaggi con un codice di sicurezza più elevato. E con postini ancora più riservati».
E' uno dei segreti che resistono all'arresto di Provenzano. L'altro è quello delle relazioni esterne e occulte di Cosa Nostra. «Sono rapporti tenuti e gestititi direttamente dai capi — spiega Prestipino —, prima Riina e poi Provenzano, in alcuni momenti decisivi della vita dell'organizzazione e del Paese. Momenti che coincidono con le stragi e gli omicidi eccellenti». Non si tratta di illazioni, ma di considerazioni degli stessi capimafia scritte nei pizzini o incise sui nastri delle intercettazioni ambientali. Come le considerazioni del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, che a vent'anni di distanza dell'omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, 1982, ancora si dannava: «Ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa... Perché glielo ha fatto questo favore?». Un delitto non solo di mafia, dunque, come ebbe a dire Tommaso Buscetta e come confidò il killer di Cosa Nostra Pino Greco all'altro pentito Tullio Cannella: «Io ho avuto uno scherzetto in questo omicidio, e
'stu scherzetto me lo fece u ragioniere », cioè Bernardo Provenzano.
Dietro i delitti eccellenti, insomma, si nascondono le relazioni occulte del boss che inquietano gli stessi mafiosi. Poi, dopo le stragi del '92 e del '93, ha intrapreso la strada della sommersione. Per meglio condurre i suoi affari e per accumulare ricchezze con maggiore tranquillità. «Anche in questo settore — dice Prestipino — rimane un segreto: il resto delle ricchezze di Provenzano. Noi abbiamo sequestrato e confiscato beni a lui direttamente o indirettamente riferibili per milioni di euro, da negozi e magazzini, residence e appartamenti fino a un negozio nella via "salotto buono" di Palermo. Ma ce ne sono certamente altre, di valore ancora maggiore. E il fatto di averlo preso in una masseria, tra la ricotta e la cicoria, non deve ingannare. A parte che stava lì da un anno e mezzo, e per i quaranta precedenti non sappiamo dove ha vissuto, lo stile di vita sobrio ma comunque ricercato, come dimostrano e i maglioni di cachemire e i pantaloni di marca, non contrasta con l'accumulo di una smisurata ricchezza».
La caccia al tesoro di Provenzano, insomma, continua. Così come continuano le indagini per scoperchiare il mondo sommerso delle collusioni della cosiddetta «borghesia mafiosa» con il capo di Cosa Nostra. «Una zona grigia — spiega il magistrato — che è cosa diversa dall'organizzazione, ma che ha degli interessi in comune da cui nascono complicità e coperture». Inchieste sui «colletti bianchi» collegati a Cosa Nostra negli ultimi anni ce ne sono state, dai medici agli imprenditori. Ma dai pizzini emergono numeri riferiti a persone non ancora identificate. E chissà che significato hanno, secondo Il Codice Provenzano, i continui riferimenti a Nostro Signore Gesù Cristo, ringraziato anche quando il boss metteva in guardia Giuffrè da telecamere e microfoni: «Difficile pensare al privilegio di una visione divina che gli aveva rivelato l'esistenza di una telecamera dei carabinieri nel casolare di Vicari dove si svolgevano incontri e summit. Eppure, di certo, nel marzo 2002 una manina ben informata la spostò verso il basso. Da quel momento si videro solo piedi, e non si sentirono più voci».
Ma se l'arresto del boss non ha svelato tutti i misteri, sono almeno scongiurati i misteri sull'arresto? Il pm che per anni ha diretto le indagini sfociate nella storica cattura garantisce: «I fatti sono andate esattamente come risulta dagli atti depositati e utilizzati nel libro. Del resto nessun capo si fa prendere a casa sua, con i suoi effetti personali, l'archivio, né fa arrestare chi gli stava facendo il favore di garantirgli la latitanza. Non ci sono misteri né trattative segrete. C'è solo la consapevolezza che quell'arresto non ha chiuso la partita. E' una tappa importante, la dimostrazione che Provenzano non era un vecchio vessillo bensì un capo in piena attività, dentro la mafia e nelle relazioni esterne dell'organizzazione. Ma non è il traguardo finale. C'è molto altro da scoprire, ed è proprio questo il momento in cui rafforzare e rendere ancora più incisiva l'azione antimafia».

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