Da Corriere della Sera del 16/06/2007

L'operazione «Cold Case», che ha dato il nome alla serie tv, ha incastrato un membro del Ku Klux Klan: massacrò due giovani di colore in Mississippi

Killer razzista preso dopo 40 anni Così l'Fbi risolve i «casi freddi»

Vecchi delitti chiariti dalla tecnologia: la storia dei neri uccisi nel '64

di Guido Olimpio

Thomas Moore potrà tornare sulla tomba del fratello a Jackson, Mississippi, e dire: «Charles, giustizia è fatta ». Una giuria ha infatti condannato James Seale, 71 anni, ex poliziotto e manovale, responsabile del brutale omicidio di due ragazzi di colore nel 1964. Un verdetto atteso 43 anni che non solo attenua il dolore dei familiari ma riempie di soddisfazione i federali dell'Fbi. Pochi mesi fa, il direttore Robert Mueller, aveva annunciato l'operazione Cold Case, i casi freddi. La possibile riapertura di quasi 100 indagini legate a delitti razziali. Uccisioni efferate compiute dai cavalieri bianchi del Ku Klux Klan tra gli anni '50 e '60 in Mississippi, Alabama e in altri Stati dove i segregazionisti compivano le loro scorrerie senza essere chiamati a risponderne.
James Seale è un baldo giovanotto bianco, un irriducibile sudista, affiliato al Klan, quando decide di «dare una lezione» a due poveri ragazzi che avevano osato fare l'autostop. Charles Moore e Henry Dee sono sorpresi dagli incappucciati nel pomeriggio del 2 maggio 1964 mentre si recano ad una festa. La banda li tortura con bastoni e un piccolo scudiscio, poi li trasporta sulle rive del fiume Ole. Legati ad un blocco- motore di una jeep sono gettati, ancora vivi, nelle acque del torrente. I cadaveri sono scoperti mesi dopo durante le indagini sulla scomparsa di tre attivisti di colore. Un caso diventato famoso e raccontato nel film «Mississippi Burning». L'incrociarsi delle storie finisce per allontanare la verità. L'Fbi si dedica alla vicenda dei tre e lascia alla polizia locale il compito di far luce sull'omicidio di Moore e Dee indicando però i presunti colpevoli. Seale e il suo complice, il diacono Marcus Edwards. Ma all'epoca gli sceriffi bianchi non hanno alcuna voglia di dare la caccia al Klan e sono coperti dall'apparato 43 ANNI DOPO
James Ford Seale, 71 anni, condannato: sopra la foto segnaletica del 1964, a destra l'arrivo in tribunale
voce che sia morto. Se la bevono in molti mentre i nomi di Charles ed Eddie vanno ad aggiungersi a quelli di molti altri ragazzi afro-americani le cui vite sono state cancellate da assassini rimasti ignoti.
Passano gli anni, i razzisti del Klan sembrano fantasmi di tempi lontani, i linciaggi si vedono sono nei film. E proprio come in un film, Thomas, il fratello di Charles, «torna in città». È il 2005. Lui è un veterano dell'Us Army, si era arruolato poche settimane prima del delitto e da allora non aveva più messo piede in Mississippi. Al suo fianco un regista della tv canadese, David Ridgen. Con l'aiuto di un giornale locale conducono la loro inchiesta privata. Hanno la determinazione che manca alla polizia. Intervistano persone, mettono alle strette la famiglia di Seale, raccolgono nuovi elementi. Soprattutto aprono una breccia nel muro del silenzio. Scoprono così che Seale non è affatto morto e poi raccolgono dati importanti sul coinvolgimento del Klan. Finalmente il caso è riaperto, il 24 gennaio 2007 Seale è incriminato grazie alle ammissioni — in cambio dell'immunità — del complice Charles Edwards. Ieri il verdetto di colpevolezza che sarà seguito in agosto dalla pena. Probabile l'ergastolo.
La sentenza è una spinta a cercare di far luce su altri delitti. L'Fbi e i Dipartimenti di polizia possono affrontare i «casi freddi» con nuovi strumenti scientifici. Dna, test chimici, macchine che vedono tracce invisibili sono fondamentali quando si scava nel passato. Permettono confronti una volta impensabili. I laboratori dalle luci soffuse raccontati in Csi spesso indicano la pista buona all'investigatore. Che sceso in archivio riporrà lo scatolone con la scritta «il caso è chiuso».

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