Da Antimafia200 del 23/06/2008

Omicidio Rostagno, l'ultimo mistero corre dalla mafia alla Somalia

di Saverio Lodato

Palermo. Chi ha ucciso Mauro Rostagno? E perché? Venti anni dopo, uno dei delitti eccellenti in Sicilia negli anni ottanta trova una sua, sia pur parzialissima, risposta: fu la mafia del trapanese ad eliminare con quattro colpi di fucile calibro 12 e due di pistola calibro trentotto, il giornalista scomodo, il fustigatore coraggioso che dagli schermi di una televisione privata trapanese (RTC) sbatteva quotidianamente in faccia ai cittadini scandali e corruzione, i nomi dei mafiosi e dei massoni che soffocavano la società civile, denunciava quei politici che, con mafia e massoneria, andavano a braccetto. La prova, oggi, viene da una definitiva perizia balistica sulle armi e le cartucce rinvenute sul luogo del delitto. Gli investigatori ritengono esistere «significative analogie» che provano l’appartenenza all’arsenale della «famiglia trapanese».
Era il 26 settembre 1988, quando in località Lenzi, aperta campagna alle porte di Trapani, un commando sorprese Rostagno che in compagnia di Monica Serra, una ragazza di 24 anni, stava rientrando in auto nella comunità Saman che gestiva, insieme a sua moglie Chicca Roveri e al suo amico Francesco Cardella, per il recupero di tossicodipendenti. Mauro non ebbe scampo. Monica, che era ospite della Saman, se lo vide morire accanto. Da quel giorno si scatenarono illazioni e suggestioni, ipotesi cinematografiche o letterarie, leggende metropolitane d’ogni tipo. E chi diceva che il delitto fosse maturato dentro la comunità per ragioni sentimentali, gelosie e invidie. E chi diceva che Cosa Nostra fosse totalmente estranea al delitto. E chi, e non erano pochi, dicevano che Mauro se la fosse comunque cercata. E chi adombrò persino il sospetto che lo avessero ucciso i suoi «ex» militanti di Lotta Continua perché si era deciso a fare i nomi degli assassini del commissario Luigi Calabresi, nell’agguato di sedici anni prima a Milano. Non è un caso, infatti, che le prime indagini dei carabinieri, piuttosto che privilegiare la radiografia di quella mappa di poteri duramente aggrediti dal giornalista, ruotarono proprio sulla sua figura, la sua vita privata.


Ne parliamo oggi con Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, diventato titolare delle indagini da quando (dieci anni fa) il fascicolo venne trasmesso dalla Procura trapanese al «pool» antimafia di Palermo.
Dottore Ingroia, perché ci vollero dieci anni per individuare la pista mafiosa? «Sino a quel momento la Procura di Trapani non ritenne che vi fossero certezze sulla mafiosità di quel delitto. Furono decisive le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori, il primo pentito della mafia trapanese, che si dichiarò certo del coinvolgimento dei vertici locali di Cosa Nostra. Intanto la Procura di Trapani aveva già imboccato la cosiddetta "pista interna" che aveva portato all’arresto della moglie di Rostagno, di Monica Serra, e di altri ospiti della comunità accusati di essere gli esecutori materiali. Fra gli indagati c’era anche Francesco Cardella che per anni rimase all’estero».

Ma su cosa si basava una simile «pista interna»?
«Si era costruito un mosaico indiziario sostenuto anche da incongruenze e contraddizioni nelle testimonianze dei componenti e dei responsabili della Saman che fece parlare qualcuno di "delitto fra amici"».

Che fine ha fatto la «pista interna»?
«Gli arresti furono tutti scarcerati dal Tribunale della Liberà e la Procura di Palermo prese atto della inconsistenza del quadro probatorio. Si giunse così alla richiesta definitiva di archiviazione per questa ipotesi investigativa. Decollò così finalmente, anche se con dieci anni di ritardo, l’indagine sulla pista mafiosa».

Sinacori rimase l’unico a prospettare la pista mafiosa?
«No. Si aggiunsero altri collaboratori, sia trapanesi che palermitani, che confermarono il ruolo decisivo della "famiglia" mafiosa di Trapani guidata all’epoca da Vincenzo Virga».

Sarà Virga, attualmente detenuto per associazione mafiosa, l’unico chiamato a rispondere dell’omicidio Rostagno?
«Il segreto investigativo non mi consente di rispondere.
Ma confermo che secondo la Procura di Palermo Rostagno fu ucciso dalla mafia».

Ma solo mafia, tanto per cambiare?
«La matrice mafiosa non esclude la possibile convergenza con gli interessi di altri ambienti vicini alla mafia a eliminare un giornalista scomodo come Rostagno».

Dottor Ingroia, ma non le pare davvero singolare che per fare una perizia balistica ci siano voluti vent’anni?
«Mi limito a dire che quando l’esito della perizia diventerà pubblico le sorprese investigative non mancheranno».

Proprio qualche giorno fa a Riccione, per iniziativa della fondazione in memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sono stati mostrati documentari in cui si da per certo che Mauro fosse riuscito a filmare, su una pista abbandonata del trapanese, il trasbordo di armi sui velivoli militari italiani destinati alla Somalia. Sono dunque in molti a ipotizzare un collegamento fra i due delitti.
«Ho indagato a lungo in questo senso. Alcuni testimoni hanno sostanzialmente confermato l’episodio, inclusa una visita di Rostagno a Giovanni Falcone per raccontargli tutto quello che sapeva. D’altra parte, prima non le dicevo che un movente di mafia non esclude altri moventi?».

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