1 Maggio 1947

1947. Portella della Ginestra

A cura di Roberto Bortone

Documento aggiornato al 17/02/2006
Quel primo maggio del 1947, in Sicilia non è una festa del lavoro come le altre. Il Blocco del Popolo (Pci, Psi, Partito d'Azione) ha appena vinto le prime elezioni regionali (20 aprile), in un clima di complessiva e aperta ostilità da parte degli agrari e dello schieramento di centro-destra. Salvatore Giuliano non è rimasto a guardare; durante la campagna elettorale in Sicilia, ha fatto affiggere manifesti in tutti i piccoli centri della provincia di Palermo, incitando a votare contro la "canea rossa".
Il timore è che la "grande ondata rossa" dalla Sicilia arrivi, di li a poco, a sommergere la DC e i suoi alleati anche sul continente, alle successive elezioni politiche del 1948. In quel clima, oltre a Giuliano, anche Cosa Nostra ha già fatto le sue scelte, schierandosi con il blocco delle destre e con la DC.
Il governo De Gasperi è in piena crisi (si dimetterà il 13 maggio); e seppure socialisti e comunisti siano ancora al governo, gli apparati di polizia e della sicurezza rispondono al comando di uomini legati alla vecchia classe dirigente. Il clima generale è - dunque - incandescente. Ed è in questo clima - fortemente condizionato dall'opzione atlantista del nostro Paese - che mafia e banditismo diventano strumento di controllo sociale e di indirizzo politico del nuovo corso repubblicano.
Il 28 aprile, Salvatore Giuliano riceve una lettera che gli viene consegnata dalla madre. La legge, la distrugge e si rivolge ai suoi uomini: "E' venuto il momento della nostra liberazione". Gli chiedono: che significa? "Bisogna fare un'azione contro i comunisti - risponde Giuliano - sparargli contro il primo maggio, a Portella della Ginestra". A Portella, infatti, il primo maggio è una festa che si concluderà nel sangue. Mentre Giacomo Schirò, calzolaio, segretario della sezione socialista di S.Giuseppe Jato, arringa la folla di contadini e lavoratori convenuti da tutti i paesi dell'entroterra, dalle pendici di monte Pizzuta arriva la prima sventagliata di mitraglia. Ne segue un'altra e un'altra ancora. Il pianoro in cui si svolge la manifestazione è sotto il tiro incrociato delle armi da fuoco, in una geometrica concentrazione di spari appositamente studiata per fare strage di vite umane e che si prolunga per quasi quindici minuti. Il bilancio è di 11 morti, due bambini e nove adulti, e 27 feriti.
Ma perché sparare sulla folla di lavoratori? A quali interessi risponde Salvatore Giuliano quando trasforma la sua banda di predoni in un gruppo di assassini? E quale patto scellerato viene stretto tra Stato, banditismo e Cosa Nostra all'alba della Repubblica? Domande che inchieste, dibattiti e processi non sono mai riusciti a chiarire fino in fondo.
Una sola cosa è certa. Per le connivenze e per i torbidi e oscuri rapporti venuti a galla tra poteri istituzionali e poteri illegali, Portella della Ginestra può ben definirsi come la prima strage di Stato, di gravità pari solo a quelle originatesi in Italia in piena strategia della tensione o a quelle realizzate dalla manovalanza mafiosa agli inizi degli anni Novanta.
I testimoni dell'eccidio, gli unici che avrebbero poturo raccontare qualcosa, sono anch'essi morti, eliminati secondo un piano strategico che - da Sindona a Calvi - si ripete ad ogni sussulto della nostra democrazia. Il bandito Salvatore Giuliano, invece di essere catturato vivo, viene assassinato a tradimento: forse da Gaspare Pisciotta, forse da Luciano Leggio. E i carabinieri, che all'alba del 5 luglio 1950, mentre il corpo di Giuliano è ancora caldo, con una clamorosa messa in scena vogliono far credere che il bandito sia morto in uno scontro a fuoco, vengono clamorosamente sbugiardati dall'inviato speciale del settimanale L'Europeo, Tommaso Besozzi.
Gaspare Pisciotta, arrestato e processato, dalle gabbie del Tribunale minaccia rivelazioni sui mandanti dell'eccidio e sui referenti politici di Giuliano; il risultato è che pochi giorni dopo, il 9 febbraio del '54, anche Pisciotta muore avvelenato da una massiccia dose di stricnina, buona - spiegano i medici legali - per ammazzare un cavallo.
Tutta la verità su Portella è ancora da scrivere.
 
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