Processo Moro I grado

02. Il sequestro e l'omicidio dell'On. Aldo Moro

Documento aggiornato al 04/01/2005
Nel pomeriggio del 17 marzo uno sconosciuto telefonava alla redazione del quotidiano "Il Messaggero" spiegando che nel sottopassaggio di largo Argentina vi era un comunicato delle Brigate Rosse. L'incaricato del giornale, precipitatosi sulposto, non riusciva però a rinvenire alcunché.
Alle ore 12 del giorno successivo con una seconda telefonata le Brigate Rosse si facevano di nuovo vive: "Perché non avete pubblicato la foto di Aldo Moro? C'è il black-out di Cossiga? Forse il Ministero degli Interni vuol far sapere le cose quando sono concluse. Sul tetto della cabina delle fotocopie nel sottopassaggio di Piazza Argentina c'è la foto di Moro e un nostro messaggio". E in effetti il cronista Salticchioli Maurizio seguendo tali indicazioni recuperava una busta arancione contenente sia una fotografia in bianco e nero del presidente della D.C. davanti un drappo con la stella a cinque punte, sia un comunicato ciclostilato privo di data, il n.1, in cinque copie, col quale l'organizzazione eversiva rivendicava la cattura del parlamentare - "rinchiuso in un carcere del Popolo" e vantava che "la sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata".
Alle solite farneticanti minacce contro "il regime" dello Stato imperialista delle Multinazionali (SIM) e principalmente, contro "gli agenti controrivoluzionari che nella nuova D.C.rappresentano il fulcro della ristrutturazione dello SIM", si accompagnava l'annuncio di un "processo" a cui Aldo Moro verrà sottoposto da un "Tribunale del Popolo" non per "chiudere la partita nè tantomeno per sbandierare un simbolo, ma sviluppare una parola d'ordine su cui tutto il Movimento di Resistenza Offensiva si sta già misurando, renderlo più forte, più maturo, più incisivo e organizzato. Intendiamo mobilitare la più vasta ed unitaria iniziativa armata per l'ulteriore crescita della guerra di classe per il Comunismo".
Da ultimo, si precisava che "i comunicati verranno battuti tutti con la stessa macchina: questa".

Identici messaggi erano lasciati in diverse zone di Roma ed in altre località d'Italia.
L'attività dei Carabinieri e della Polizia proseguiva senza soste, raccogliendo gradualmente elementi di prova di estremo interesse.
Così il Nucleo Investigativo dei C.C. il 20 marzo sottolineava che una persona, Fortuni Candido, aveva identificato nel Gallinari Prospero l'occupante di una Fiat 128, guidata da una donna e targata CD 19., avvistata il 22 o il 23 febbraio all'incrocio di Via Fani mentre effettuava una brusca manovra di arresto che per poco non aveva cagionato un incidente.
Il 21. marzo la D.I.G.O.S., nel trasmettere all'A.G. ulteriori testimonianze, tra cui quella di Spiriticchio Antonio, fioraio di Via Fani, che la mattina del tragico agguato non aveva potuto recarsi al lavoro come d'abitudine, in quanto durante la notte ignoti avevano "squarciato" tutte le gomme del suo Furgoncino, aggiungeva che, alle ore 21 del 19 marzo, sempre in Via Licino Calvo n. 27, uomini del Commissariato di P.S. Monte Mario avevano scovato la Fiat 128 bleu con targa non propria Roma L 55850 - la originaria era Roma L 91023 - sottratta a Ernesti Costanzo il 13 marzo 1978 in Via Rialto.
Anche a bordo di detta auto era stato recuperata una sirena marca Eletta collegata ad una batteria Portalac.
Sul vetro della portiera anteriore sinistra e sulle cromature interne dei deflettore erano state rilevate "piccole macchie rossastre presumibilmente di sangue".
Utile in merito era la deposizione dell'avv. Nava Paolo, il quale aveva escluso che il veicolo fosse stato parcheggiato nel punto del ritrovamento prima delle ore 18 del 18 marzo 1978.
Dall'Ispettorato Generale di P. S. presso il Viminale si apprendeva, inoltre, che sull'Alfetta usata dalle guardie della scorta dell'on. Moro non era stata reperita la machine-pistole Beretta M 12, con caricatore da 20 colpi, prelevata la mattina dell'attentato dal brig. Zizzi Francesco.
Non meno importante doveva essere giudicata la dichiarazione di D'Achille Mario, che il 12 e il 14 marzo in Via del Forte Trionfale aveva notato una Fiat 128 bianca con la targa CD. Nella seconda circostanza dalla vettura era discesa una giovane che si era diretta verso un edificio ove aveva sede - come accertato - la casa di cura "Villa Maria Pia", sita a circa 50 metri dall'abitazione del presidente della D.C. .
Ancora il Nucleo Investigativo dei C.C. riferiva il 23 marzo di aver assunto da Di Santo Quirino, parroco della chiesa di S.Francesco di Monte Mario, che una sua fedele, e cioè Basilischi Erminia, aveva riconosciuto, osservando le fotografie dei presunti terroristi pubblicate dalla stampa, in Bonisoli Franco "uno dei due avieri" incontrati alle ore 8,50 del 16 marzo all'incrocio di Via Fani con Via Stresa: la donna si era avvicinata ad essi per chiedere notizie "sui voli di alcune linee aeree". Le risposte erano state evasive e gli interlocutori le erano "apparsi molto nervosi e agitati".
Mentre si accentuavano le iniziative degli inquirenti, il 25 marzo in Via dei Serviti, angolo di Via del Tritone, un redattore de " il Messaggero" rinveniva il comunicato n. 2, preannunciato con il solito sistema.
Copie del messaggio, che lanciava accuse a tutti "i partiti del cosiddetto arco costituzionale", ai sindacati "collaborazionisti" e alla NATO, erano nella stessa giornata rintracciate a Torino, Genova e Milano.
Il comunicato n. 3, con le prime notizie sull'interrogatorio del prigioniero" era diffuso il 29 marzo contemporaneamente a Roma,a Torino e a Genova: allegata ai testi una lettera autografa dell'on. Moro indirizzata al Ministro degli Interni on. Francesco Cossiga.

La D.I.G.O.S. intanto, da fonte non rivelata per motivi di sicurezza, raccoglieva specifiche informative circa l'appartenenza al sodalizio armato di Faranda Adriana e Morucci Valerio, entrambi in passato esponenti del movimento "Potere Operaio" e già denunciati per pregressi episodi di illegalità.
I Carabinieri del Nucleo Investigativo, invece, dopo aver rimarcato che il 16 marzo, verso le ore 10,45 Montanari Mauro, cameriere in un Bar tabacchi di Via Igea, aveva avuto modo di servire un caffè a due avventori e che uno di costoro ben poteva essere Bonisoli Franco, la cui fotografia aveva visto sui quotidiani , producevano il 5 aprile un lungo e documentato rapporto sulla Colonna romana delle Brigate Rosse, sulla costituzione, sulla sua organizzazione, sulle attività delittuose consumate nella Capitale dal 7 dicembre 1976 sino alla mattinata dell'agguato di Via Fani. Si trattava in sostanza della cronistoria di violenze efferate che avevano gettato allarme nella collettività: l'incendio dell'autovettura di Vittorio Ferrari e di altri "uomini della D.C." come Gioia Umberto e Clementi Giovanni; l'attentato contro Traversi Valerio, l'ispettore centrale del Ministero di Grazia e Giustizia; il ferimento di Rossi Emilio, direttore del TG 1; le aggressioni in danno di Cacciafesta Remo, preside della Facoltà di Economia e Commercio, di Perlini Mario, segretario regionale di Comunione e Liberazione, di Fiori Publio, consigliere regionale , della D.C.; la distruzione delle macchine di diversi esponenti locali di quest'ultimo partito; le tragiche imboscate nei confronti di De Rosa Raffaele e Palma Riccardo erano legati da un unico filo e dimostravano "il salto di qualità" di una banda di criminali che, del resto, aveva puntualmente rivendicato la paternità delle singole azioni descritte.

Il 4 aprile, peraltro, proprio a Roma ed ancora a Torino, Genova e Milano gli autori del sequestro del leader democristiano divulgavano il comunicato n. 4, accompagnato da una nuova lettera dell'ostaggio all'on. Benigno Zaccagnini, nonché da un opuscolo intitolato "Risoluzione della Direzione Strategica - febbraio 1978".
Il comunicato n. 5 era ritrovato nel pomeriggio del 10 aprile a Roma, Genova e Torino, insieme alla Fotocopia di una missiva dell'on. Moro priva di destinatario, "in polemica con la smentita opposta dall'on. Emilio Taviani" "all'affermazione" dello stesso on. Moro "contenuta" nel suo "secondo messaggio" e riguardante talune sue "idee in materia di scambio di prigionieri e di un modo di disciplinare i rapimenti".
Dopo cinque giorni, nella tarda serata del 15 aprile, a Roma, Milano e Genova giungeva il comunicato n. 6 con cui si annunciava che "l'interrogatorio" di Aldo Moro era "terminato" senza "clamorose rivelazioni" ma con l'indicazione di "turpi complicità di regime", di "veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni", di "intrighi di potere, omertà che hanno coperto gli assassini di Stato", dell'intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che legano in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici".
E continuava: "Processare Aldo Moro non è stato che una tappa, un momento del più vasto processo allo Stato ed al regime che è in atto nel paese e che si chiama GUERRA DI CLASSE PER IL COMUNISMO.
Le responsabilità di Aldo Moro sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo. La sua colpevolezza è la stessa per cui la DC e il suo regime saranno definitivamente battuti, liquidati e dispersi dall'iniziativa delle forze comuniste combattenti. Non ci sono dubbi. ALDO MORO E' COLPEVOLE E VIENE PERTANTO CONDANNATO A MORTE"'.

Nel frattempo, con perlustrazioni e controlli, in varie zone della Capitale e in località limitrofe, le indagini assumevano un ritmo sempre più frenetico.

Finché il 18 aprile si arrivava a scoprire in Via Gradoli n. 96 Scala A, interno II un covo delle Brigate Rosse, occupato da un sedicente Borghi Mario, poi identificato per Moretti Mario, che lo aveva preso in affitto nel dicembre 1975 da Bozzi Luciana in Ferrero.
In pratica, "per una casuale perdita d'acqua" infiltratasi dalla sottostante abitazione della signora Damiano Nunzia non essendo stato possibile riparare il guasto altrimenti, sul posto erano stati chiamati i vigili del fuoco i quali, penetrati nell'appartamento del Borghi attraverso una finestra, si erano resi conto subito della realtà ed avevano avvertito la Polizia.
Gli agenti della DIGOS rinvenivano:
A) documentazione di varia natura costituita da originali e manoscritti concernenti in specie:
1) la giustificazione teorica dell'esistenza e dell'attività della banda;
2) la struttura della stessa e le regole di comportamento dei militanti
3) i programmi di diffusione degli impegni di lotta;
4) la preparazione e l'attuazione di attentati, l'uso di armi, timers e bombe, la tecnica delle rapine, delle "perquisizioni", degli "espropri" e delle "rappresaglie";
5) numerosi studi su una serie di obiettivi da colpire;
6) la rivendicazione dei delitti Coco, Casalegni e Moro, delle azioni in danno di Ferrari Vittorio, Valerio Traversi, Mario Scofone, Emilio Rossi, Indro Montanelli, Carlo Castellano, Filippo Peschiera, Felice Schiavetti, nonché degli esponenti della D.C. e di dirigenti di azienda
B) materiale utile per la esecuzione di imprese criminose, come carte di identità falsificate o di provenienza furtiva, certificati di circolazione e moduli della Compagnia "les Assurances Nationales I.A.R.D.", timbri di uffici pubblici divise di appartenenti alla P.S., alla S.I.P. e alle Poste, targhe automobilistiche straniere e italiane - tra cui quella Roma R 71888 propria della Fiat 128 impiegata in via Fani per bloccare l'auto dell'on. Moro - radio-ricetrasmittenti, macchine da scrivere, chiavi di appartamenti e di vetture, strumenti atti allo scasso, baffi, barbe, parrucche, piantine planimetriche di diverse regioni d'Italia e di Roma;
C) armi, munizioni, parti di armi ed esplosivo tra cui:
1) un mitra "Sten";
2) una pistola "Reck" P 8 cal. 6,35 con matricola punzonata;
3) una pistola Beretta cal. 6,35 cromata - 1941 - con matricola punzonata;
4) una pistola Beretta cal. 22 modello 950 con silenziatore con matricola punzonata;
5) una pistola marca Reck P 8 cal. 6,35 cromata con matricola punzonata;
6) un fucile a pompa ITHACA fabbricato in USA (senza calcio) matr. 371590562;
7) un cannocchiale di precisione per fucile marca MILO;
8) una pistola Galesi cal. 6,35 cromata matr.125561
9) una pistola Beretta cal.7,65 modello 70 con matr. abrasa
10) 17 candelotti di esplosivo
11) 75 detonatori;
12) 4 candelotti Fumogeni;
13) una granata a strappo di fabbricazione svizzera "HG 43", (dello stesso tipo di quelle ritrovate in passato a Vedano Olona, nell'atto della cattura di Zinga Domenico e Scattolin Anselmo, che le avevano utilizzate per una rapina in danno del Credito Varesino nella base di Robbiano di Mediglia nella cascina Spiotta di Arzello di Melazzo dopo il conflitto in cui aveva perso la vita Margherita Cagol e nella mansarda di via della Circonvallazione Nomentana n.214 abitata da Giovanni Gentile Schiavone, noto esponente dei Nuclei Armati Proletari. Tutti gli ordigni facevano parte di uno stesso stock trafugato il 16 novembre 1972 in territorio elvetico, nel deposito militare di Ponte Brolla.
Tra gli oggetti sequestrati che sulla base di un'immediata sommaria disamina, provano il collegamento con l'operazione dispiegata il 16 marzo, una peculiare importanza era da attribuire a:
1) un foglio manoscritto su carta quadrettata intestato "Fritz" in cui apparivano alcune voci - "cappello" "fregi" e prezzo corrispondente a quello pagato per i berretti "Alitalia" usati in via Fani che erano sicuramente riferibili a tale evento (rep.7,91);
2) un manoscritto intitolato "TIP. 1" con il conteggio di spese sostenute e l'indicazione di diverse somme, con un accenno al "papa" cioè Rocco Micaletto, all'epoca membro dei Comitato Esecutivo insieme al Moretti, a Bonisoli Franco e a Lauro Azzolini (rep. 774/7-9);
3) un documento autografo dal titolo: "Crisi, mezzo di ristrutturazione economico, politica e sociale. Carattere controrivoluzionario e riflusso delle lotte operaie al fronte borghese costituito contro la L.O." (rep. 780);
4) un paio di occhiali da vista con montatura in plastica in astuccio di pelle verde con l'etichetta "Optariston", Via Firenze n. 43 Roma (rep. 581), risultati acquistati da Barbara Balzerani nel suddetto negozio;
5) un manufatto in marmo raffigurante un gufo (rep. 724);
una macchina da scrivere portatile marca "BROTHER" Delux 9000 di colore avana (rep.398);
6) un appunto manoscritto sul quale era disegnata una testa d'asino (rep. 654);
7) uno studio minuzioso su un istituto carcerario con la descrizione di un piano dettagliato per la sua distruzione (rep. 777).

Ma nella stessa mattinata, in Piazza G. Belli, dietro il monumento del poeta, preannunciato dalla solita telefonata si recuperava un comunicato n. 7, in fotocopia, con cui le Brigate Rosse davano notizia della "avvenuta esecuzione del presidente della D.C. mediante suicidio" fornendo l'esatto luogo ove egli giace.
La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa in provincia di Rieti.
La Divisione Scientifica, esaminato il volantino, costatava che il testo grafico presentava requisiti - "tipo dei caratteri dattiloscriventi, passo di scrittura e anomalie negli spazi di alcuni segni di interpunzione" - del tutto analoghi a quelli riscontrati nei precedenti proclami.
Comunque, se "nella stella a cinque punte non figuravano anomalie degne di rilievo", la intestazione a mano "Brigate Rosse", mostrava, in maniera evidente "disomogeneità nella -, spaziatura tra le lettere, tenuta del rigo e irregolarità nei tratti".
Le perplessità degli investigatori sull'autenticità del messaggio, accentuantesi dopo le infruttuose ricerche effettuate sul luogo indicato, erano definitivamente fugate il 20 aprile, allorché un nuovo comunicato n. 7, a cui era allegata la seconda fotografia di Aldo Moro, con in mano un copia della "Repubblica", denunciava che quello del 18 aprile era un "falso", una "lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica".
I terroristi cominciavano ad avanzare precise condizioni: "il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione della liberazione di prigionieri comunisti.
La D.C. dia una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada; deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili.
La D.C. e il suo governo hanno 48 ore di tempo per farlo a partire dalle ore 15 del 20 aprile: trascorso questo tempo ed in caso di un ennesima viltà della D.C. noi risponderemo solo al proletariato ed al Movimento Rivoluzionario, assumendoci la responsabilità dell'esecuzione della sentenza ,emessa dal Tribunale del Popolo".
Mentre le forze politiche prendevano posizione, si articolavano molteplici iniziative per tentare di strappare l'on. Moro al suo tragico destino e il Papa Paolo VI rendeva noto il 22 aprile un suo appello accorato agli "uomini delle Brigate Rosse", perché restituissero "alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro".
La replica dei brigatisti non si faceva attendere e il 24 aprile con il comunicato n. 8 costoro respingevano ogni "mediazione" da parte di associazioni non autorizzate "esplicitamente e pubblicamente", qualsiasi richiamo al
senso di "umanità", dignità cristiana " o altri supremi ideali", ribadendo che Aldo Moro è un prigioniero politico e il suo rilascio è possibile solo se si concede la libertà ai prigionieri comunisti tenuti in ostaggio nelle carceri del regime".
E "dovendo realisticamente fare delle scelte prioritarie", chiedevano che "lo scambio" avvenisse con tredici detenuti già condannati o imputati per delitti commessi a scopo di eversione.
Nel Paese si apriva un serrato dibattito sulla scelta da operare in una situazione del genere e, intanto, ai familiari, ad amici o collaboratori e ad uomini politici continuavano a giungere lettere autografe dello statista, sempre più drammatiche.
Anche il segretario generale dell'ONU, Kurt Waldheim ,si rivolgeva ai rapitori affinché risparmiassero la vita dell'on.Moro.
Sul Fronte della inchiesta giudiziaria, il P.M., dopo aver sentito molti testimoni, spiccava il 24 Aprile ordine di cattura contro Alunni Corrado, Gallinari Prospero, Faranda Adriana, Peci Patrizio, Bianco Enrico, Pinna Franco, Marchioni Oriana, Ronconi Susanna e Morucci Valerio, ravvisando a loro carico "gravi e precisi indizi di colpevolezza".
Il 29 aprile il Procuratore Generale presso la Corte di Appello avocava a sé l'istruzione del procedimento.
Ma le Brigate Rosse, che nel periodo non avevano rinunciato a compiere altri attentati prontamente rivendicati - a Torino, Genova, Milano e Roma, dosando con brutale cinismo una tattica diretta ad umiliare sino in fondo le istituzioni, decidevano di portare alle estreme conseguenze il loro progetto.
E nel pomeriggio del 5 maggio trasmettevano a giornali di varie città il comunicato n. 9 che esordiva con le parole: "la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione" e annunciava, non essendovi "più niente da dire alla D.C., al suo governo e ai complici che lo sostengono", che tale "battaglia" terminava "eseguendo la sentenza a cui, Aldo Moro è stato condannato". La ridda di interpretazioni, di segno opposto, sul significato e sui limiti di quel gerundio rendeva appieno il senso di incertezza che serpeggiava in ogni ambiente, mentre si tentava di alimentare con varie iniziative le esili speranze di una positiva soluzione della vicenda.
Senonché, alle ore 12,13 del 9 maggio, il prof. Francesco Tritto, assistente all'università dell'on. Moro, riceveva una telefonata di un sedicente dott. Niccolai, che già in precedenti circostanze si era messo in contatto con lui, con la quale lo si invitava, adempiendo "alle ultime volontà del Presidente", ad informare la famiglia dove potrà trovare il suo corpo.
Bisognava recarsi in Via Caetani, la seconda traversa a destra di Via delle Botteghe Oscure: "lì c'è una Renault 4 rossa, i primi numeri di targa sono N 5.. sulla quale erano state abbandonate le spoglie dello statista.
La Polizia, che fin dall'8 aprile aveva sotto controllo l'utenza del Tritto, si precipitò in detta strada e rinveniva in effetti la macchina descritta targata Roma N 57686 aperta poi per ragioni di cautela, da tecnici artíficieri.
Nel piano portabagagli giaceva il cadavere dell'on. Aldo Moro, occultato da una coperta sopra la quale era un borsello contenente oggetti appartenenti alla vittima, nonché un cappotto grigio gettato di traverso.
Sul posto si recavano gli inquirenti, uomini del Gabinetto Scientifico, il medico-legale Silvio Merli e il perito- Balistico Antonio Ugolini che procedevano ai primi rilievi del caso.
Si accertava immediatamente che la Reneult 4, targata in origine MC 95937, era stata rubata in Via F. Cesi il 1 marzo 1978 , al proprietario Bartoli Filippo.
Le targhe false, invece, risultavano assegnate in passato ad un'Alfetta della Soc. "Alitalia" e successivamente riconsegnate al P.R.A. di Napoli per una nuova immatricolazione.
Il perito-settore, in sede di esame esterno della salma, rilevava ferite d'arma da fuoco alla regione toracica anteriore sinistra e sui vestiti la presenza di sabbia, formazioni vegetali, filamenti e catrame. Sul tappetino di gomma del portabagagli, macchiato di sangue, venivano recuperati due bossoli con capsula esplosa.
Sul piano anteriore della vettura si repertavano, nel corso di una più accurata ispezione, altri cinque bossoli ed un proiettile.
Le indagini intese a stabilire l'ora in cui il veicolo era stato lasciato in Via Caetani ed eventuali elementi che consentissero di identificare l'autore o gli autori della tragica messinscena non davano alcun esito: i pochi testimoni escussi erano soltanto in grado di riferire di aver notato la Renault "dopo le ore 12".
 
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