La mafia che cambia

La cattura di Totò Riina

Fonte: Misteri D'Italia

Documento aggiornato al 24/02/2006
Una cattura che sembra la sceneggiatura di un film.

Quella che pubblichiamo è la ricostruzione ufficiale dell'arresto di Totò Riina avvenuta a Palermo il 15 gennaio 1993, guarda caso lo stesso giorno in cui il nuovo procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, si insediò a palazzo di giustizia. Una cattura, peraltro, annunciata alcuni giorni prima da interviste ed articoli di giornali.

"Ultimo" e il ROS per catturare il capo di Cosa nostra avevano cercato di ricostruire tutte le sue abitudini e tutti i legami conosciuti. Quasi per caso erano incappati nella lettura di un interrogatorio fatto molti anni prima dall'ex capo della squadra mobile di Palermo Bruno Contrada - da oltre dieci anni sotto processo - al primo e forse unico vero "pentito" di mafia, Leonardo Vitale. Quest'ultimo aveva raccontato, fra le altre cose, che quando, nel 1973, fra la famiglia mafiosa della Noce e quella di un altro quartiere di Palermo era sorto un contenzioso su chi doveva trattenere i soldi del pizzo pagato da un imprenditore della città siciliana, Riina - chiamato a decidere - sentenziò che il soldi andavano a "quelli della Noce perché stanno nel mio cuore".
Una traccia che si rivelerà importantissima. L'ex capitano "Ultimo", questo lo pseudonimo preso da De Caprio nel corso delle indagini, cercò di scoprire per quale motivo Riina avesse particolarmente a cuore quelli della Noce e si convinse che quel quartiere e quella famiglia mafiosa lo proteggevano. Dal settembre del '92 cominciò a battere a tappeto la zona, casa per casa, avvalendosi dei tabulati Telecom, Enel e della società palermitana del gas: "Ultimo" e il ROS dell'allora col. Mario Mori monitorarono la presenza nel quartiere della Noce di ogni eventuale indizio e incapparono negli imprenditori Sansone, che altri "pentiti" avevano sostenuto fossero vicini a Riina. Individuarono in via Bernini 54, appunto alla Noce, alcune abitazioni a loro intestate, anche se i Sansone all'anagrafe risultavano residenti in altre parti di Palermo.

Il 14 gennaio del '93 i carabinieri parcheggiarono sul posto un furgoncino, dotato di telecamere. Dentro, un paio di carabinieri filmavano ogni persona. La sera del 14 i video furono fatti visionare anche al "pentito" Baldassarre Di Maggio (quello del bacio tra lo stesso Riina e Andreotti), l'unico "collaboratore di giustizia" allora in grado di riconoscere Riina, perché lo aveva accompagnato più volte in giro per Palermo. Lo prelevava e lo lasciava in posti sempre diversi e lontani dal covo.

Di Maggio riconobbe Antonietta Bagarella, la moglie del boss, mentre usciva dal complesso residenziale di via Bernini, composto da una serie di villette. Alle 7 del giorno dopo, il 15 gennaio, nascosto con i carabinieri dentro il furgone, Di Maggio riconobbe Riina.

Gli investigatori e i magistrati decisero di agire lontani dal covo per non bruciarlo e infatti Riina fu catturato da "Ultimo" (questo dice sempre la versione ufficiale) qualche ora dopo in una strada di Palermo.

Nel pomeriggio del 15, diverse ore dopo la sua cattura, succesivamente alle ore 16, il ROS spostò il furgone che era stato parcheggiato vicino all'ingresso del complesso residenziale. Il covo comunque non era stato esattamente individuato e non si sapeva ancora in quale delle villette fosse ubicato. "In una strada dove è quasi impossibile parcheggiare, quel furgone avrebbe destato molti sospetti se fosse stato lasciato in sosta altri giorni", questa la giustificazione dei carabinieri che, sotto il naso, lasciarono che i boss di Riina svuotassero l'appartamento del loro contenuto.

Il sospetto ora è che le cose no andarono come fin qui raccontate ma che in realtà Riina sia stato la contropatrtita di una lunga trattativa tra i carabinieri e la mafia siciliana. In altre parole Riina sarebbe stato "venduto". Da chi è facile immaginarlo. Basta ricordare chi comanda oggi a Palermo Cosa Nostra.
 
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