28 Maggio 1974

05. La strage di Brescia

Dalla relazione della Commissione Parlamentare sul Terrorismo.

Documento aggiornato al 24/02/2006
Brescia, 28 maggio 1974. Ore 10. In piazza della Loggia si sta svolgendo una manifestazione indetta dai sindacati e dal comitato antifascista per protestare contro gli attentati da cui l'Italia è dilaniata. In un cestino di rifiuti, in uno degli angoli della piazza, scoppia un'altra bomba omicida. Otto morti, 94 feriti. Il "Secolo d'Italia" rivela che in quell'angolo della piazza si stava svolgendo un raduno di extraparlamentari di sinistra e poi annuncia che era presente anche il brigatista Curcio. In piazza della Loggia, invece, c'erano certamente alcuni estremisti neofascisti e funzionari di polizia che erano addentellati con l'organizzazione di estrema destra Mar, guidata dall'ex partigiano bianco Carlo Fumagalli. Uno di questi funzionari, nemmeno un'ora e mezza dopo l'attentato, fa spazzare accuratamente la piazza, facendo rimuovere i detriti e causando, come commenterà il magistrato inquirente, "la dispersione di preziosi reperti e suscitando inquietanti interrogativi sulla fretta dell'operazione".

L'inchiesta che segue denuncia immediatamente drammatici scontri tra funzionari inquirenti e magistrati, uno dei quali - il giudice Bruno Arcai - di vede il figlio, Andrea, coinvolto nell'indagine condotta da un collega. E' uno scontro che provocherà un'insanabile frattura e finirà per immiserire l'indagine fino ad azzerarla. RImane un solo punto di riferimento, costituito dall'imputato Ermanno Buzzi, noto terrorista neofascista, che in breve diventa il "supertestimone". Ma la sua voce è destinata a tacere per sempre. Ci pensa, alcuni anni dopo in carcere, il nazista Mario Tuti, il quale nell'ora d'aria strangola il disinvolto camerata. Buzzi, subito dopo il massacro, aveva commentato: "Mi sono goduto lo spettacolo e la soddisfazione di vedere otto porci rossi morti". Ma poi preferirà parlarne. Non muore soltanto Buzzi; anzi, il primo ad essere tolto di mezzo, il 30 maggio successivo, in un campo paramilitare al Pian del Rascino, in provincia dell'Aquila, è Giancarlo Esposti, uno dei capi di Ordine Nero, amico di Fumagalli, collaboratore del Sid. Il fatto strano è che ad ucciderlo sia proprio una squadra dei carabinieri guidata da un agente del servizio segreto. Esposti è uno degli uomini sui quali punta l'inchiesta di Brescia. Il giovane viene crivellato di colpi. Agonizzante, è finito con un colpo alla testa. Un'esecuzione. Ma c'è un altro personaggio che interessa ai magistrati bresciani, è Luciano Bernardelli. Ma il 16 giugno anche Bernardelli scompare. Aiutato da ufficiali del Sid, fugge dall'Italia e va a raggiungere i camerati che hanno trovato ospitalità presso i colonnelli greci. Il giudice bolognese Zincani, che conduce l'inchiesta su Ordine Nero, scrive: "La peculiare posizione di Bernardelli lo poneva nella condizione di conoscere le principali strutture organizzative di Ordine Nero e al riguardo, essendo morto colui che dell'associazione era ritenuto il capo, Giancarlo Esposti, soltanto Bernardelli avrebbe potuto riferire in merito in maniera esauriente. Non può dunque sorprendere che la sua fuga sia stata favorita da alte personalità".

( ... ) Non ha grande fortuna nemmeno l'acuta e importante inchiesta che il giudice padovano Giovanni Tamburino svolge sulla struttura "Rosa dei Venti" del colonnello dell'esercito Amos Spiazzi, un'organizzazione clandestina e parallela ai nostri servizi segreti: il giudice chiede informazioni al generale Miceli, il quale risponde mentendo. Lo confesserà più avanti. La "Rosa dei venti", ammetterà poi, ha collegamenti con il colpo di Stato. ( ... )

Fonte: Gian Pietro Testa, "Storia dell'Italia delle stragi. 1969-1993"
 
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