Processo Metropoli

02. Progetto "Metropoli"

Documento aggiornato al 15/04/2005
Nell'abitazione di Piperno, in via dei Coronari, n° 99 e presso la sede della Cooperativa "Linea di Condotta", editrice della rivista "Metropoli", di "Pre-print" venivano rinvenute due fotocopie di un "promemoria per la discussione sul giornale" datato 10 marzo 1977, contenente numerose correzioni manoscritte.
Nel documento si sosteneva la necessità di guardare oltre l'autonomia e anche di "progettare oltre il potere", per poi tornare al potere operaio come determinazione di una "grande tattica" del più generale processo strategico di "liberazione comunista", aggiungendo che "il giornale deve essere interno al movimento, e per questo è necessario che si realizzi un accordo politico tra il più largo numero di organismi, frazioni a gruppi che compongono l'autonomia operaia".
Distinta l'autonomia in "organizzata" e "diffusa", si forniva una precisa definizione "dell'autonomia organizzata" intesa come "insieme di frazioni comuniste rivoluzionarie che si collocano all'interno di alcune discriminanti di fondo che hanno una molteplicità di forme; dall'organizzazione formale complessa ad una rete coordinata e centralizzata di comitati, al gruppo combattente".
"Elemento comune è l'internità delle frazioni ai contenuti strategici dell'autonomia di classe come fondamento della prospettiva comunista del progetto rivoluzionario"
Al finanziamento del giornale avrebbero provveduto le componenti rappresente nella redazione.
L'accordo politico fra il più largo numero di organismi, frazioni e gruppi organizzati doveva "concretizzarsi "in una forma di cooperazione effettiva , (dunque, non solo di solidarietà e appoggio) sul terreno del finanziamento iniziale del progetto e dell'impegno di compagni" (nel lavoro redazionale, e in quello "a monte" e "a valle" di esso).
L'iniziativa si attuava con l'uscita della Rivista Metropoli e del suo supplemento "Pre-print".
Vi prestavano la loro opera come "redattori", Piperno, Pace, Scalzone, Zagato, Maesano, Virno, Castellano e De Feo.
Il tenore di molti articoli (inneggianti alla lotta armata, all'uso della violenza per disarticolare il sistema e "allargare le crepe" apertasi "nel cuore dello Stato", legittimava a ritenere che "la funzione speculare" sia di "Metropoli" che di "Pre-print" fosse quella di "diffondere" il programma antistituzionale, di sostenere, collegare, aggregare i più vari gruppi armati e non, che costituivano ed alimentavano in Italia la sovversione, la violenza politica a tutti i livelli, il terrorismo.
Basta soffermarsi su due degli scritti tra i più significativi.
Quello intitolato "Dal terrorismo alla guerriglia" di Franco Piperno, in cui tra l'altro, è dato leggere:
"L'affare Moro ha segnato, infatti, per molti versi, il punto più alto e, ad un tempo, i limiti del terrorismo. Esso è oggi costretto a scegliere - o si fissa e, magari, si perfeziona come pratica separata popolar-giustizialista, con forme, tempi ed obiettivi quasi privati, per esempio insistendo sulla ossessiva tematica della scarcerazione dei prigionieri. In questo caso, come è già accaduto in altri paesi, il fenomeno della violenza politica finirà col collocarsi dentro la variegata casistica dell'insofferenze sociali nel tardo capitalismo - uno dei costi sociali che il dominio quotidianamente paga, o meglio, fa pagare per la propria sopravvivenza - oppure esso trapassa a forme di guerriglia in senso proprio - inseguendo consapevolmente un suo radicamento dentro la nuova spontaneità. Questo, però, comporta una profonda ristrutturazione dell'organizzazione militare, la cui capacità di durare ed estendersi viene affidata alle "complicità sociali" più che all'autosufficienza dell'organizzazione stessa.
Va da sé che un successo in questo piano comporterebbe un salto nella capacità offensiva della lotta armata". "Non si può, infatti, dimenticare che "l'espropriazione della lotta" e dell'iniziativa di massa interviene laddove il movimento cozza contro ostacoli che non riesce a rimuovere con azioni adeguate"; e, inutilmente sazio del suo buon diritto, non si attrezza per imporlo; sicché la sua tensione si consuma in una vuota "coazione a ripetere", che è solo prologo di impotenza e passività.
Ecco perché coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo 1977 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo rivoluzionario".
E quello intitolato "Piazza Navona, cominciamo a discuterne" di Paolo Virno (n° 1 di "Metropoli") in cui tra l'altro l'autore, nel rilevare come l'azione di Piazza Nicosia avesse segnato "un punto di svolta" "rispetto a tutta l'esperienza politico-militare delle B.R., via Fani inclusa", nel senso "del passaggio, consapevolmente perseguito, da un modello operativo terroristico a uno guerrigliero" formulava riserve sulla congruità della nascente "forma-guerriglia" rispetto agli obiettivi da perseguire.
" (...) riferirsi in modo stringente alle qualità dei comportamenti sovversivi del lavoro vivo, potenziandone l'impatto e garantendone "le forze contrattuali", l'iniziativa armata procede linearmente in un'opera di destabilizzazione del sistema dei partiti. L'"autonomia del politico" è, per così dire, il suo più vero presupposto. La D.C. non è colpita in quanto articolazione del rapporto di produzione, da esso diffusamente legittimata, ma come "superfetazione del Potere, come Partito borghese, come Macchina elettorale".
A questo punto, osservava l'autore, come maggior efficacia politica avesse avuto "l'uccisione del padrone di casa Schittini", pur avendo richiesto detta operazione "un impegno organizzativo assai minore rispetto a quello di Piazza Nicosia".
In essa, in vero, era stato introdotto un "criterio di misura" dell'efficacia politica dell'azione armata, "unità di misura data, nel caso specifico, dal rafforzamento del movimento per la casa" e, più in generale, dalle conquiste materiali… economiche, normative, ottenute da strati proletari col concorso dell'iniziativa guerrigliera.
"Metropoli", insomma, si presentava nel mondo dell'eversione, come un'organizzazione armata a livello nazionale facente capo a Piperno, Scalzone, Pace (v. dich. int. Enzo Pasini Gatti).
Dirà Marco Barbone (ud., 14/X/80) che l'interesse in lui suscitato da un articolo apparso sulla rivista "Pre-print" a firma di Oreste Scalzone sulla "unidimensionalità combattente delle microfrazioni organizzate", in cui si adombrava l'ipotesi di una "possibile organizzazione, nella quale convivessero vari livelli, tra cui quello sociale delle lotte disgregate pubbliche e quello illegale… finalizzati alla destrutturazione dello Stato", lo aveva spinto a contattare, "tramite un militante di Pio, qualcuno del giro di Metropoli". Era stato così che aveva conosciuto il De Feo, da cui aveva appreso che in realtà la rivista "Metropoli" era la facciata legale dell'organizzazione, caratterizzata, altresì, da un livello illegale costituito da gruppi di persone che si proponevano di realizzare una serie di azioni armate incruente, quali rapine per autofinanziamenti o iniziative (...) inquadrabili in un progetto di liberazione dei detenuti da portare avanti.
Gli aveva, altresì, accennato il De Feo ad un traffico di armi.
Dopo qualche tempo, nel dicembre '79, vi era stata una riunione in un Centro evangelico in Milano, cui avevano partecipato, su invito del De Feo, il Barbone e Daniele Laus, in rappresentanza di "Guerriglia Rossa", presenti altre quattro persone componenti - a loro dire - "del nucleo di coordinamento di Metropoli". In essa era stato proposto a Barbone e al suo gruppo di commettere alcune rapine per finanziare la rivista e far fronte alle esigenze economiche dei detenuti e, in definitiva, di entrare nella loro organizzazione.
Barbone e i suoi avevano colto l'occasione per rappresentare le necessità di arricchire e migliorare, il loro armamento e, a tal fine, non
avevano esitato a chiedere in prestito (ottenendoli) a "quelli di Metropoli" un mitra AK 47 Kalashinskov, una pistola cal. 9 e un revolver cal. 38. Dette armi erano state poi, da "guerriglia rossa" utilizzate per compiere rapine in banca - (v. dich. Barbone, (ud., 15.X.80).
Continuava il Barbone a proposito delle conversazioni avute con il De Feo:
"Io e il Laus gli facevamo presente che ci sembrava eccessivo il prezzo pagato da Metropoli per quel progetto, riferendoci ai numerosi arresti operati nell'ambito della redazione della rivista, dacché l'Autorità Giudiziaria aveva individuato questa quale organo del Partito armato". "Intendevamo riferirci agli arresti di Virno, Castellano, Scalzone, Maesano, Piperno e Pace". "La risposta del De Feo fu che in effetti il prezzo era stato alto ma che quello era il momento storico per tentare di realizzare, comunque, il loro progetto".
A proposito delle "spaccature" della colonna romana delle B.R., con l'uscita di Morucci e Faranda, De Feo gli aveva confidato che da parte di "Metropoli" vi era stato un tentativo di mediazione tra i morucciani da un lato e le B.R. dall'altro. Un esponente di "Metropoli" si era incontrato in un bar romano con rappresentanti delle B.R. che per suo tramite avevano cercato di ottenere la restituzione delle armi che Morucci "scorrettamente" si era portato con sé.
Costui, avendo mostrato di tergiversare, sarebbe stato minacciato dal brigatista.
Da quei discorsi - proseguiva Barbone - "argomentammo che il gruppo di Metropoli, approfittando ed inserendosi in processi di disgregazione o ricomposizione organizzativa in atto sia nelle B.R. che in P.L. avesse tentato di porsi come gruppo egemone dell'una e dell'altra struttura, sia pure a livello solo ideologico.
Di tal ché si era reso evidente che "Minervino, De Feo e gli altri di "Metropoli" costituivano "solo l'appendice milanese (e probabilmente non l'esaurivano) di un più vasto progetto di cui gli stessi… avevano parlato e che era portato avanti, ed era stato promosso, da persone importanti quali, appunto, i redattori arrestati nell'inchiesta romana"
De Feo - precisava ulteriormente Barbone nell'interrogatorio reso al P.M. di Padova il 19.5.1981 "parlava del giornale "Metropoli" come di un laboratorio politico di definizione delle nuove linee del programma sovversivo.
…Sull'Autonomia e come punto di riferimento di una vasta organizzazione che si andava costruendo, la cui struttura illegale doveva avere prevalentemente compiti logistici attinenti al finanziamento. Era stato, comunque, respinto, dal Barbone e dai suoi l'invito ad entrare nell'organizzazione di Metropoli, non avendo essi riportato un'impressione positiva del De Feo sotto il profilo delle capacità di dirigenza politica ed avendo avuto, per di più, l'impressione che in definitiva il loro reclutamento sarebbe potuto essere finalizzato ad una mera utilizzazione nel compiere rapine per il finanziamento del giornale.

Ma ritornando alla scissione determinatasi in senso ai Co.Co.Ri. , spiegherà il Costantini, nell'udienza dibattimentale del 27/X/80, le ragioni che l'avevano determinata. Nel corso del dibattito svoltosi in seno a detta organizzazione a seguito dell'omicidio dell'on. Moro, nell'autunno del 1978, si erano venute profilando diverse linee politiche.
Già nell'estate si era deciso a livello di Direzione di "uscire" con una nuova rivista, il cui primo numero era stato denominato "Pre-print".
Si era discusso, al riguardo, se coltivare il discorso della solita struttura articolata in due livelli, uno legale, l'altro clandestino; ovvero "irrobustire" l'attuale struttura centrale clandestina. Scalzone aveva rilevato l'opportunità di dare più spessore ad interventi di carattere politico. L'ipotesi "Metropoli" era ispirata al fine di coinvolgere un arco di forze, all'interno delle sinistre, il più ampio possibile, partendo da "situazioni di movimento di lotta", per evitare "fughe in avanti (di organizzazioni quali B.R. e P.L.) ed arrivare ad una sorta di "federazione, di "azione concertata" inserita "in un unico disegno politico"
Doveva essere il giornale "in un'area al dibattito politico" egemonizzata dai CO.CO.RI. per condizionare "unitamente ad avere operazioni politiche, un discorso più complessivo di lotta armata in Italia".
Ma oramai le altre organizzazioni avevano tracciato la loro linea politica (alimentando una costante situazione di belligeranze contro lo Stato), dimostrando la propria "potenza di fuoco", la "forza dirompente di annientamento" delle loro iniziative armate.
Il numero zero di "Pre-print" era stato, così, pubblicato con il danaro provento di rapine poste in essere dalle strutture armate di Co.Co.Ri., prima che si addivenisse al suo scioglimento. Della redazione della nascente rivista facevano parte militanti di detta struttura che avevano partecipato ad azioni di finanziamento (Morelli, Farsi, Zagato). Precisava il Costantini che quel primo numero del giornale era venuto a costare parecchi milioni poiché, "nonostante il flusso di danaro che proveniva a Scalzone, costui aveva le mani bucate" e dava soldi a tutti, "a chi per un volantino", "a chi per un manifesto, a chi "per altro… "
Ciò non di meno egli continuava a richiamare l'attenzione di B.R. e P.L su quel nuovo spazio, su cui si sarebbe dovuto riaprire il dibattito politico a vari livelli, legale ed illegale.
Da qui l'importanza dell'acquisto delle armi importate in Italia dal Folini e pervenute all'Organizzazione nell'autunno 1978; esse sarebbero servite per "darsi una patente di credibilità" ed acquisire "un peso superiore" nel panorama eversivo italiano.
Altro importante contributo alla ricostruzione della vicenda "Metropoli" veniva da Balducchi Ernesto; leader del nucleo militare, deciso a riprendere, dopo lo sfaldamento dei Co.Co.Ri., "un discorso di intervento politico a livello di collettivi di territorio.
Fin dal convegno di Bologna del 1977, dirà il Balducchi nell'udienza dibattimentale, del 24.2.87, in riunioni di coordinamento dell'area di Autonomia, si era evidenziato l'intendimento di "costituire un organo unitario, che esprimesse la tendenza" più radicale che il movimento viveva in quel momento", un organo di stampa che raccogliesse le istanze dei vari gruppi, che ad esso potessero far riferimento".
Nel corso del dibattito l'assunto era stato vivacemente contrastato da quanti ritenevano che non fosse necessaria "una struttura a sintetizzare" il nuovo livello di scontro, ma che fosse sufficiente un unitario "livello di coscienza". Un'iniziativa editoriale unitaria postulante un'area di consenso più vasta si sarebbe potuta finanziare da sola. Tutt'al più i Co.Co.Ri. avrebbero potuto finanziare un "loro" strumento editoriale magari aperto a collaborazioni esterne, qualora lo avessero ritenuto utile e producente ai loro obiettivi.
Confermava il Balducchi l'avvenuto acquisto di armi da parte dell'organizzazione, importate dal Folini da Paesi del Medio Oriente.
Si era ritenuto quanto mai necessario dotarsi di "armi pesanti" per "alzare il tiro". Era stata stanziata una somma considerevole (circa 60 milioni) e dallo stesso Balducchi era stato predisposto l'occorrente per il trasporto dello stock di armi da Otranto a Fiumicino e da qui a Milano, dove erano rimasti in custodia nell'abitazione del Costantini.
In seguito, dopo la scissione verificatasi in seno ai CO.CO.RI., le varie frazioni si erano riprese le armi, andandole a ritirare direttamente dal deposito in cui erano rimaste in giacenza per circa due mesi.
Aggiungeva il Balducchi che se soldi provento di rapine, erano stati spesi dal suo nucleo per l'acquisto delle armi, non ne erano stati certo spesi per finanziare una rivista, ma semmai per l'acquisto di volantini, opuscoli, ecc.
D'altronde, all'atto dello scioglimento dei Co.Co.Ri. egli e i suoi neppure sapevano che era già in attività la redazione di "Metropoli".
A conferma del doppio livello in cui si muoveva l'organizzazione dei Co.Co.Ri. soccorreva le dichiarazioni di Costa, che dei Co.Co.Ri. era stato uno dei fondatori (ud. 27/X/86).
A Milano l'organizzazione svolgeva "un'attività politica pubblica, di agitazione sindacale, di proposta politica pubblica" ancorché di tipo estremistico, sostenuta "da una struttura di tipo militare.
Gli faceva da "pendente" il gruppo romano, avente una diversa conformazione, che aveva finito col dissolversi nel 1978 in coincidenza con i fatti di via FANI, prestando saltuariamente la propria collaborazione in funzione "di appoggio al gruppo milanese, (come, ad esempio, in occasione dell'importazione di armi dal Libano).
Del gruppo militare facevano parte Costantini, Balducchi, Palmero, Farsi, Gasser ed altri.
La Direzione, formata tra gli altri da Scalzone, Del Giudice, Morelli, aveva compito di "discussione e indirizzo politico". Era "una struttura coordinata".
Egli, Costa, aveva la disponibilità del danaro, che doveva servire per acquistare armi, finanziare le operazioni "militari", retribuire i membri stipendiati del nucleo militare.
Rammentava che, all'atto della scissione dei Co.co.Ri era stata consegnata a Scalzone "come buonuscita" la somma di venti milioni provento di rapine, che quegli aveva chiesto per la rivista.
D'altronde tra il gruppo di Scalzone e quello propriamente militare, era intervenuta una tacita intesa, per cui egli non si sarebbe opposto all'importazione di armi dal Libano, purché non gli si fossero frapposti ostacoli al varo della rivista. Egli pensava, attraverso un organo editoriale, di costruire, un nuovo partito rivoluzionario della sinistra", che tendenzialmente avrebbe dovuto assorbire tutte le "frange armate" dai gruppi armati del terrorismo alle frange legali più estremiste".
Comunque, all'atto della scissione, oltre alla menzionata somma di danaro, il gruppo di Scalzone si era portato via tre fucili mitragliatori, alcune armi corte (pistole a tamburo, ecc.), materialmente ritirate da Farsi e Morelli.
Un altro militante dei Co.co.Ri, Gasser Alberto, parlando di rapine e azioni di disarmo compiute con Palmero, Balducchi, ed altri esponenti poi confluiti in "Metropoli", si soffermava in modo circostanziato sul tema dell'introduzione di armi dal Medio Oriente. Avevano partecipato all'operazione Folini, Costa Maurizio, Balducchi Ernesto, Palmero Piergiorgio ed altri milanesi.
Le armi erano arrivate a bordo della barca di Folini ad Otranto e da qui erano state trasferite sulla stessa barca, via terra, a Fiumicino.
In detta località erano state prelevate da lui stesso, da tale "Giovanni", e da Balducchi, Palmero, "Ilario " (Andrea Morelli) capo militare del "progetto Metropoli" e dei due militanti delle colonne romane e portate mediante capaci borse alla stazione Termini, da dove tutti erano poi partiti per Milano. Tre erano state le operazioni di trasferimento, tra Roma, Ostia e Milano, delle armi, comprendenti: 15 mitra Kalasnikov, un fucile di precisione MI, col. 33 un Fal lanciagranate, circa novanta bombe a mano tipo ananas, circa settanta bombe a mano lisce, lanciagranate a granate "energe", un bazooka, due pistole Browing cal. 9, una notevole quantità di munizioni, tritolo e detonatore.
Le armi erano state poi divise tra le varie fazioni formatesi dalle spaccature dell'Organizzazione: una parte si era coagulata intorno a Scalzone "Ilario", "Aldo" ed altri, impegnati nella realizzazione della rivista "Metropoli"; un'altra parte attorno a Maurizio Costa, entrato in seguito a far parte di P.L. .
Dopo le spaccature il Gasser aveva avuto rapporti con "Aldo" "Ilario " e Scalzone.
"Aldo" gli aveva spiegato che la nuova organizzazione (c.d. Metropoli) si proponeva di realizzare "una riaggregazione delle forze rivoluzionarie sfruttando gli ambiti istituzionali a disposizione e riempiendo un vuoto storico nel campo dell'Autonomia, costituito dall'assenza in un comune patrimonio culturale".
Un ruolo importante avrebbe dovuto avere, a tale fine, "l'omonima rivista aperta al contributo delle varie forze".
"Era contemplato il mantenimento di un organo clandestino ed armato ma in chiave difensiva oltre che a fini di finanziamento.
Precisava Gasser in dibattimento (ud. 18.3.1987), iniziato quando ancora erano in vita, che "il discorso Metropoli" iniziato quando ancora erano in vita i Co.co.Ri.,aveva preso corpo in epoca successiva al loro scioglimento.
Si era registrato "un innalzamento del livello di scontro in Italia. Indotto dal tipo di azioni che venivan compiute da alcune organizzazioni armate come le B.R. e P.L. ed una estrema frammentazione del "movimento di lotta armata", privo di quella compattezza ed omogeneità utili a conferirgli l'incidenza dovuta nel perseguimento degli obiettivi rivoluzionari". Di conseguenza il problema che Scalzone poneva era quello di creare "un polo di riferimento di tutte le microfrazioni impegnate nella lotta armata" attraverso, appunto, una rivista ("Metropoli") destinata a fornire "un'area di dibattito politico" per la ricostruzione del movimento armato (ud. 10.11.86 f. 106)
Confermava le dichiarazioni di Costa quanto ai soldi dati a Scalzone e compagni per il finanziamento della rivista, oltre a quelli spesi per il pagamento delle armi importate dal Folini. Dopo la scissione, tra il gruppo di Scalzone e le altre frazioni era riservato un rapporto di collaborazione operativa, di tal che del provento di rapine compiute in comune da elementi delle varie frazioni, ogni gruppo faceva della propria quota l'uso che voleva senza interessarsi dell'uso che altri facevano delle loro.
Il confronto con Balducchi, (ud. 18.3.87) il quale continuava a sostenere che mai soldi erano stati dati a Scalzone o a chi per lui per finanziarie la rivista, Gasser retterava di aver saputo di una consegna di danaro fatta a Scalzone o a Farsi o a Morelli per la rivista.
La versione fornita dal Gasser veniva ampliata da Sandino Sergio il quale nell'interrogatorio del 30/6/82 (e in quello del 1/7/82) svolti dal P.M. di Milano, riferiva del primo viaggio, cui egli aveva partecipato, compiuto in barca da Folini in Libano nell'estate '78 preceduto da un incontro preparatorio a Roma fra lo stesso Folini e militanti dei Co.co.Ri.
Il viaggio era avvenuto, seguendo una rotta lungo le coste della Grecia, passando per Cipro, fino al porto di Beirut.
Prima dell'arrivo a Cipro egli, Sandino, era dovuto rientrare in Italia per riprendere l'attività lavorativa.
Dopo qualche giorno, però, aveva raggiunto a Damasco il Folini.
Insieme si erano recati a Beirut dove l'"Armando" (tale il nome di battaglia del Folini, altrimenti chiamato Corto maltese) aveva incontrato esponenti arabi e palestinesi del luogo.
Erano, quindi, rientrati a Cipro per prelevare la barca che vi era stata portata da Folini dopo la sosta a Citere e, raggiunta Beirut, vi avevano caricato le armi, aiutati da alcuni palestinesi.
Da Beirut erano tornati a Cipro, proseguendo per Rodi, ove erano stati raggiunti da Balducchi, pervenuto in aereo al locale aeroporto.
Da Rodi il Balducchi era, poi, ripartito in aereo per Roma e il Sandino per Milano.
Tutte le armi erano passate nelle disponibilità dei Co.Co.Ri. ed erano state, poi, divise tra il gruppo confluito in Metropoli e quello passato a P.L.
Nei primi del 1979 aveva il Folini organizzato un secondo viaggio in Libano per l'acquisto di un secondo carico di armi. Metropoli aveva concorso concretamente al finanziamento del viaggio (ciò gli era stato riferito dallo stesso Folini e dal Merendino (v.).
Oltre ad altre organizzazioni, quali Pac, Guerriglia rossa (facenti capo a Barbone), ed il gruppo di Del Giudice, di cui lo stesso Sandino faceva parte.
Negava, comunque, costui in dibattimento, (ud. 10/11/1986) che i soldi, provento di rapine cui egli aveva partecipato per il gruppo "Del Giudice" fossero mai confluiti nel finanziamento di una rivista.
Del secondo viaggio di Folini in Medio Oriente parlava Merendino Finocchiello Antonino, nell'interrogatorio svolto dal P.M. di Milano il 10/7/82. "Esso era stato finanziato con denaro provento di rapine commesse dall'organizzazione Co.co.Ri. Metropoli". Le armi acquistate erano mitragliette, pistole, varie bombe a mano, munizioni varie ed esplosivi.
Tra le armi acquisite da "Metropoli" alcune erano passate all'MCR. (Movimenti comunisti rivoluzionari) costituiti da Morucci e Faranda, dopo la loro uscita dalle B.R. e precisamente:
1) un fucile mitragliatore marca MR0 fabbricato nel 1974, matr. 3371;
2) un fucile Winchester a pompa cal. 16;
3) un fucile mitragliatore tipo Colt cal. 227 mod. SPI, con matricole abrase e due caricatori vuoti;
4) un fucile automatico Breda cal. 12 matr. SLC25548 con canna tagliata;
5) una pistola cal. 22 marca (...)
6) un revolver privo di matricola
7) armi ed esplosivo di vario tipo tutti sequestrati dalla Polizia.
Da rilevare, al riguardo, che il Savasta nell'interrogatorio reso al G.I. di Roma il 15/2/1982 (vol. 5, F. 13, G. 62) aveva riferito che una parte delle armi di Metropoli erano state messe a disposizione delle B.R. tramite Morucci, che parlava a nome di Piperno e Pace.
"Ricordo che nel settembre/ottobre '78, quando facevo parte della Direzione della colonna romana, appresi da Morucci che era arrivato in Italia un carico di armi proveniente dal Medio Oriente, tra le quali diversi Kalashnikov.
Morucci disse che una parte di queste armi potevano essere fornite alla nostra organizzazione (B.R.), la quale avrebbe ricevuto le armi senza che fosse pagato alcun prezzo, ma con l'impegno politico di stringere i rapporti con le altre organizzazioni combattenti esistenti in Italia, tra le quali Prima Linea e i gruppi armati orbitanti nell'area di Metropoli. Si discusse di questa proposta di Morucci nella Direzione di colonna, nella quale era noto che effettivamente era giunto un carico di armi che era nelle disponibilità di Piperno, Pace e Scalzone. Dopo un ampio dibattito si decise di rifiutare la proposta di Morucci per evitare condizionamenti politici.
Le circostanze inerenti al citato traffico di armi del Folini e di un gruppo di scalzoniani facenti parte dei Co.Co.Ri. venivano confermate da importanti dichiarazioni confessorie rese all'Autorità giudiziaria di Roma da Cereda Pierangelo, Squadrani Marcello (v. ud. 10/11/86), Graziani Paola e Cianfanelli Massimo.
Costoro consentivano di acquisire ulteriori elementi di conoscenza sulla struttura e l'attività dei "Co.Co.Ri. Metropoli" ed, in particolare, sul ruolo di personaggi di rilievo quali Ernesto Balducchi, Andrea Morelli, Domenico De Feo, Pietro Del Giudice ed altri.
Granata Anna Maria, nell'interrogatorio reso al P.M. di Milano il 9.3.1981 affermava che, intorno alla seconda metà del 1978, Folini Maurizio detto "Corto maltese" ovvero "Armando", parlando con lei e il suo convivente Alfredo Azzaroni, aveva dichiarato di essere amico di Oreste Scalzone.
Aveva, altresì, vantato conoscenze in Libano e collegamenti con il colonello Gheddafi in Libia. Costui si era detto interessato all'installazione di una radio o una libreria in una città come Napoli, collocata al centro dell'area mediterranea.
Il Folini aveva aggiunto che la contropartita di quel finanziamento doveva essere un appoggio logistico da parte della popolazione napoletana per uno sbarco di armi che egli stesso avrebbe portato con la sua barca o con una barca presa a noleggio nell'estate del 1979. In quello stesso periodo in cui erano avvenuti i contatti di Azzaroni e Granata con Scalzone, costui stava realizzando il progetto della rivista "Metropoli", al quale erano interessati anche Domenico De Feo e Claudio Minervino.
Successivamente (20.3.81) la Granata precisava che la conoscenza del Folini era avvenuta tramite Scalzone.
Aggiungeva che i compagni napoletani, ai quali lei ed Azzaroni si erano rivolti per l'appoggio logistico nello sbarco delle armi previsto dal Folini sulla costa napoletana, avevano replicato che non intendevano essere strumentalizzati da persone come Scalzone e Lanfranco Pace, del quale ultimo, in particolare, dicevano che fosse una "longa manus" delle B.R. all'interno dell'Autonomia.
Circa l'organizzazione del trasporto di armi, la Granata riferiva di avere rivisto il Folini nel settembre '78 a Milano ed in quella occasione costui aveva annunciato che lo sbarco delle armi era avvenuto.
La Granata parlava anche delle trattative tra Folini e Marocco per la vendita di un "Kala", affermando di aver avuto da Scalzone conferma del trasporto da parte di Folini del carico di armi, nell'estate del 1978, in una località del Lazio.
Granata concludeva di aver incontrato Folini al "Millibar" (insieme a De Feo e Scalzone, e nell'occasione a costoro egli aveva chiesto di partecipare al seminario su "Metropoli" in programma dopo breve tempo, ma ne aveva ricevuto un reciso rifiuto.
Con Folini, la Granata aveva conosciuto Andrea Morelli, amico di Scalzone e tale Bruno Pastori, interinato alla preparazione di bozze della rivista "Pre-print".
Azzaroni Alfredo, interrogato dal P.R. di Milano il 18.3.81, confermava tutte le dichiarazioni anzidette, aggiungendo che lo Scalzone gli aveva confermato la militanza di Folini nei Co.Co.Ri., di cui lo stesso Scalzone era stato uno dei massimi dirigenti a livello nazionale.
Il quadro delineato dalla Granata a da Azzaroni, trovava, altresì riscontro nelle dichiarazioni rese dal Pasini Gatti Enrico, terrorista dissociato dalla lotta armata.
Costui affermava di aver conosciuto nei primi mesi del 1979 una persona soprannominata "Corto maltese", che gli aveva detto di essere in grado di procurare grossi quantitativi di armi di provenienza prevalentemente libica.
In occasione di un'incontro svoltosi (in un ristorante di Milano, costui gli aveva riferito di avere militato nelle U.C.C. per coltivare in seguito simpatie per l'Autonomia organizzata.
Vantava la sua amicizia con Oreste Scalzone e prospettava come obiettivo delle sue aspirazioni "il coagularsi delle file dell'autonomia" per un nuovo impulso di lotta.
Si era parlato, altresì, del giornale "Metropoli" e dell'impostazione che se ne sarebbe data, riassunta nella formula "vele e cannoni" con evidente riferimento all'articolazione in due livelli, uno legale ed un altro "di lotta armata".
A proposito delle armi importate, il Folini gli aveva detto che esse avevano, altresì, "un costo politico", essendo condizionata la loro fornitura da parte dei libici all'assicurazione che sarebbero state cedute "a movimenti insurrezionalisti e non ad organizzazioni del tipo B.R. o P.L.".

Di notevole interesse, ai fini della ricostruzione della vicenda del traffico di armi, è altresì la dichiarazione resa al G.I. di Torino il 5.3.1981 da Marco Donat Cattin, già militante di P.L. fino all'ottobre 1979, allorché era uscito dall'organizzazione insieme ad altri compagni, a seguito di un dibattito accesosi tra coloro che privilegiavano "il discorso organizzativo" e coloro che optavano per "un collegamento diretto alla realtà sociale".
Riferiva il Donat Cattin circa una fornitura di armi (forse solo un "Kala") che era stata fatta a P.L. da appartenenti ad una frazione dei Co.Co.Ri., facenti capo ad Oreste Scalzone, tali Maurizio Costa e Piergiorgio Palmero, in seguito confluiti in P.L. .
E proprio il "livello costituente la struttura militare illegale dei Co.Co.Ri. aveva organizzato un trasporto di armi dal Libano intorno all'estate del 1978; armi che, comunque, non sarebbero state destinate né ai P.L. né alle B.R. ma "a gruppi minori" secondo una strategia "che in una fase storica di non equilibrio, era già stata sperimentata dall'U.R.S.S. in Palestrina". (Il fine sarebbe stato quello di poter contare su una situazione più complessa nel quadro della lotta armata).
Anche se poi alcune di queste armi erano venute in possesso delle B.R. probabilmente "per rapporti personali" o per l'esigenza avvertita da alcuni settori dei Co.Co.Ri. di instaurare legami con altri gruppi armati.
Altro carico di armi (compresi razzi) era atteso per l'estate del 1979, importato sempre dal Folini. Talune di esse sarebbero pervenute ai "morucciani" tramite Andrea Morelli.
Aggiungeva il Donat-Cattin esser pacifico che i Co.Co.Ri. avessero un loro livello illegale, e che "parti di detto livello" si fosse riprodotto in seno a "Metropoli" all'atto dell'adesione di O. Scalzone e seguaci all'iniziativa editoriale. Detto "livello" aveva eseguito numerosissime rapine ed, in seguito, si sarebbe posto il problema "di un'eccessiva distinzione di compiti e di impegno tra quelli che si impegnavano militarmente e operativamente a quelli che svolgevano soprattutto lavoro politico.
Così continuava il Donat-Cattin:
"Il lavoro politico svolto da questa organizzazione era estremamente intenso e vario, nel senso che compredeva contatti con molte aree e produceva molte iniziative quanto meno a livello di progetti… "
"erano stati pubblicati riviste e giornali e dallo Scalzone e compagni a lui più vicini era coltivato" il progetto di una grande rivista che sarebbe dovuta essere il polo di riferimento di una vasta area della sinistra, che andasse anche al di là "di quelle dell'Autonomia".
L'organizzazione si era poi sciolta, in quattro spezzoni: il primo facente capo a Thomas, Palmero ed altri, che sostenevano la necessità di un'organizzazione più rigidamente clandestina, entrò in P.L., seguito nel settembre '79 dal gruppo di Costa;
il secondo costituito dai (...), era confluito nel già esistente "Centro di Iniziativa Comunista" operante in Padova;
il terzo "rimasto legato a Scalzone e al progetto Metropoli" coltivava "una prospettiva di direzione politica generale dell'intero movimento (comprese le sue componenti armate) piuttosto che la costituzione di un'organizzazione a sé stante (vi faceva parte Del Giudice, leader del circolo "Lenin" di Sesto S. Giovanni);
il quarto, senza precise connotazioni, comprendeva persone di Milano e Torino.
Anche loro di P.L. erano stati contattati da Scalzone per intervenire ad una riunione in cui si sarebbe discusso della formazione della rivista nella quale si sarebbero potute riconoscere "tutte le forze che praticavano la lotta armata".
Scalzone parlava di questa rivista come di una proposta del suo gruppo agli altri gruppi. Ma l'invito era stato declinato da P.L. che sospettavano tentativi di egemonizzazione della lotta armata da parte dello stesso Scalzone.
A sua volta, Valerio Morucci confermava (ud. 13.X.86) di aver ricevuto proprio da Scalzone la proposta di una fornitura di armi, proposta da lui girata in Direzione di colonne, ma non accolta, ritenendo all'epoca le B.R. estremamente pericoloso "acquisire armi passando per contatti politici con altri gruppi che non fossero di stretta unità politica, cioè di totale convergenza politica, di unificazione in pratica".
E sarà proprio Gigetto Dell'Aglio a puntualizzare che "con l'acquisto di quelle armi Scalzone pensava di farsi una posizione di forza e prestigio rispetto ad altre organizzazioni armate (B.R.-P.L.) di cui avrebbero
potuto più agevolmente condizionare le scelte politiche, in guisa da realizzare ciò che gli stava più a cuore:
"assumere la direzione politica dell'intero panorama della lotta armata in Italia". Il suo atteggiamento politico era di stampo "istituzionale", nel senso dell'utilizzabilità di apparati legali di informazione per creare il "Contropotere" di un'organizzazione in termini di "Stato" nello Stato.
Di qui "la massima importanza" attribuita al ruolo della rivista "Metropoli".

Fin dal 1977 - dichiarava Morucci - si era parlato con Lanfranco Pace di fondare una rivista teorica-pratica a carattere nazionale. A tal fine si sarebbe rilevata una vecchia testata della sinistra, denominata "Tempi moderni" ma il progetto non era andato in porto per dissensi intervenuti sull'impostazione politica da dare alla rivista stessa.
In proseguo, nel '78, l'idea era stata ripresa a seguito del "radicale mutamento dell'orizzonte politico di intervento" dovuto all'"immissione enorme di nuove soggettività sul terreno della conflittualità sociale", donde l'esigenza da tutti avvertita di approfondire "l'elaborazione teorica" e, dunque, di varare una rivista. Ma anche in questa prospettiva si erano venute delineando due tendenze di fondo: quella facente capo a Toni Negri intese ad "esaltare i caratteri specifici di questa nuova soggettività" "cioè del proletariato giovanile", ritenendo che fossero di per sé "dirompenti… antistatali, e che, quindi, avrebbero portato dette soggettività "ad impattare contro le istituzioni"; e l'altra volta a porre "un problema di maggiore selettività", "di un approfondimento teorico .... di selezione di continuità" espressi dalle anzidette soggettività, meritevoli di essere maggiormente sviluppate "con la decantazione di quelle di mera ribellione abbastanza spontanea e selvaggia".
La difficoltà di composizione di queste due linee di tendenza aveva ridotto l'area di iniziativa a pochi soggetti avvinti più che "da una continuità politica", da "una continuità amicale", taluni di essi riprendendo l'attività politica dopo "le scintille del '77", (come Piperno, che negli anni precedenti aveva ripreso l'insegnamento in Calabria e Pace impegnato fra "le ricerche del CERPET" e "le partite a poker fino alle 5 del mattino") col muovere dal tentativo di analizzare il fenomeno sociale scaturito dai moti del '77, "traendo delle indicazioni di carattere teorico per l'avviamento di un'attività politica all'interno della nuova confluttualità sociale".
Il tentativo posto in atto dallo stesso Morucci, già nel '77, di coinvolgere le B.R. nell'iniziativa editoriale, nell'assunto che la nuova rivista, pur non potendo evidentemente proporre integralmente le linee politiche dell'organizzazione, si sarebbe, comunque, potuta rendere portatrice di un'elaborazione teorica" tendente ad "una maggiore aggregazione politica", "ad una maggiore attenzione ai problemi organizzativi", di "selezione degli obiettivi" e, dunque, alla costituzione di un terreno politico all'interno del movimento che avrebbe potuto permettere alle B.R. "di radicarcisi, di integrarsi, di crescere, di portare avanti il proprio reclutamento con una critica allo spontaneismo come a sé stesso, che avrebbe potuto porre incisivamente "il problema della selezione degli obiettivi", la "necessità di dare una struttura organizzata ai bisogni espressi dal nuovo soggetto sociale, non aveva avuto esito felice. Le B.R. non avendo mai accettato "di veicolare la propria linea politica sotto mentite spoglie" si erano dichiarati contrari alla proposta del Morucci, nella considerazione che la rivista, pur raggiungendo un più elevato numero di lettori, avrebbe pur sempre finito col rapprensentare e proporre una linea politica diversa da quella delle B.R.
Parimenti contrari si erano dichiarati ad analoga proposta portata avanti dal Morucci nell'agosto '78, nel corso di riunioni di Direzione di colonne tenutosi in quel di Mogliano.
Era stato ripreso, infatti, l'antico progetto di varare una rivista di carattere "teorico, riflessivo, critico".
Era stato Pace a parlaglierne in epoca successiva alla sua fuoriuscita dalle B.R., nel corso di un incontro in cui aveva avanzato la proposta di un'intervista alle B.R. per conto di una rete televisiva straniera (ABC o NBC).
Ma l'indisponibilità dell'organizzazione a "mantenere rapporti politici prolungati" con chi non condivideva "integralmente" la propria linea politica, era informata a salda fermezza.
Nel proseguo del dibattito intorno alle B.R., facendosi viappiù insistente la comune presa di posizione di Morucci e Faranda sulle necessità di coniugare la "pratica di lotta armata" alla "conflittualità sociale" che si esprimeva in quegli anni e, quindi, di costituire un "fronte largo, esteso (MPRO) di nuclei in parte clandestini e in parte legali interni all'anzidetta conflittualità, posizione in netto contrasto con "l'estremo verticismo nella scelta degli obiettivi e nella pratica militare dell'organizzazione", si era addivenuti all'insanabile frattura enfatizzata dal gesto del Gallinari che, sbattendo su un tavolo del "covo" di Mogliano un numero di "Pre-print", riportante un articolo di Piperno intitolato "Dal terrorismo alla guerriglia", aveva apostrofato duramente i due dissidenti, contestando loro di essere stati sempre portatori all'interno dell'organizzazione della linea politica dei loro "vecchi amici", estranea ai postulati dell'organizzazione stessa;
Quanto alla c.d., "area Metropoli", opinava il Morucci trattarsi dell'estensione convenzionale della denominazione di un gruppo di persone operanti in Milano, di cui egli, peraltro, non conosceva né la struttura né i legami organizzativi, pur non potendo escludere che esso fosse articolato in due apparati, uno interessato ad "attività politica", l'altro ad "attività paralegali" e che quest'ultimo potesse aver contribuito a finanziare il viaggio del Folini in Medio Oriente, per l'acquisto delle armi.
Nessuna considerazione, comunque, riscuotevano presso le B.R. persone come Scalzone, Negri, Piperno e Pace, ritenuti "chiacchieroni, gente che parlava di lotta armata tanto per parlarne", ignare della disciplina leninista, dei rigori di un'organizzazione clandestina. Certo sarebbe azzardato sostenere l'unitarietà e l'univocità della linea politica dei redattori all'interno della costituenda rivista, non foss'altro che mentre uno Scalzone aveva continuato a mantenere una propria "soggettività" politica, persone come Piperno e Pace avevano cessato per un certo periodo di fare politica attiva, di tal ché a distanza di alcuni anni era prevedibile che avessero maturato un tipo di elaborazione teorica, distaccato dalla quotidianità, dai fenomeni contigenti.
Stante la continuità della linea politica dello Scalzone egli, Morucci, era in grado di prospettare un maggiore accostamento del "proprio discorso politico" a quello dello stesso Scalzone (più che a quello di Piperno), un discorso, appunto, di tipo "movimentista".
L'obiettivo da perseguire, in sostanza, era lo stesso, pur prospettandoselo da diverse angolazioni, lui, Scalzone dal Movimento ed egli dalle B.R.: quello, cioè, di pervenire ad una capacità di organizzazione sul terreno militare abbastanza alta senza perdere "la capacità di internità alla conflittualità sociale".
Sarebbe, dunque, azzardato quanto meno ritenere che egli, Morucci, fosse stato portatore della tesi di Piperno e Pace nell'ambito delle B.R., ove si consideri che i due, proprio per "la posizione distaccata" da cui valutavano il fenomeno del '77", per non esserne rimasti coinvolti in prima persona, avevano finito per ritenere le B.R. una "variabile impazzita", "incontrollabile", del tutto sganciata dalle dinamiche interne del movimento, da una logica interna alla conflittualità sociale".
Ciò non di meno, seppur scollegate dal processo rivoluzionario, le B.R. incidevano su quel processo, riverberandosi la loro attività di attacco al cuore dello Stato all'interno del fenomeno di conflittualità sociale; di tal ché appariva opportuno, anzi necessario "assumere" quella "variabile indipendente" e cercare di comprendere come la stessa potesse svilupparsi all'interno della situazione italiana, avendo riguardo, quanto meno al "positivo" "effetto disarticolante" che esse avrebbe potuto avere a livello istituzionale.
Ecco, dunque, che il "portato oggettivo" della "coniugazione", esaltata da Piperno sulle colonne di "Pre-print" in definitiva si sostanziava nella disarticolazione dello Stato e nell'apertura di un processo rivoluzionario.

Con riferimento all'accennato articolo di F. Piperno intitolato "Dal terrorismo alla guerriglia", apparso su "Pre-print" da Dicembre '78, Paolo Virno, redattore di "Metropoli", detto scritto accomunando a quello di suo pugno comparso sul n° 1 di "Metropoli" con il titolo "Piazza Nicosia, cominciamo a discuterne", spiegava che in essi si era inteso formulare una critica di fondo alle Brigate rosse: quella appuntantesi sulle divergenze della lotta armata da essa sostenuta "dalle logiche del movimento", nel senso "aberrante" di coltivare una "prospettiva di guerra di lunga durata, di guerra civile e di contropotere" senza rispondere sostanzialmente alle "istanze di fondo del movimento", contraddicendo, in definitiva, l'immagine che esse intendevano offrire di sé stesse come "di una forza guerrigliera radicata fra le masse popolari".
Sia nell'articolo di Piperno che nel proprio, erano formulate mere valutazioni critiche dell'operato delle BR in relazione alle esigenze "della realtà sociale italiana", non intendendosi né da parte di Piperno sottolineare nulla più di "un'ipotesi di rivoluzione comunista" tesa a guadagnarsi un varco tra la "potenza militare dispiegata dall'apparato BR in via Fani e il movimento di massa", né da parte sua fare l'elogio dell'attentato al "padrone di casa" Schettini.
Di notevole interesse, soprattutto per ciò che concerne la situazione romana, si rivelavano le dichiarazioni di Canfanelli Massimo, qualificato esponente della lotta armata e militante delle B.R.. Aveva egli appreso da Andrea Morelli e dal De Feo informazioni sul c.d. "progetto Metropoli" e su quel che i suoi "promotori" (Piperno, Pace, Scalzone, Virno, Castellano, Accascina e lo stesso De Feo) si proponevano, creando un'organizzazione capace di egemonizzare ed indirizzare tutte le formazioni esistenti ed operanti nella lotta armata, compresi i gruppi dell'Autonomia organizzata.
Questo progetto era stato all'inizio finanziato attraverso canali legali ed in particolare attraverso un centro di ricerche denominato CERPET. In un secondo momento, soprattutto attraverso rapine compiute dal "braccio armato" dall'organizzazione, diretto da Scalzone, De Feo e Morelli.
Per quanto concerne i finanziamenti legali, invece, asseriva il Canfanelli di aver sentito dire da Rosati, Davoli, De Feo e Morelli, che gli stessi erano stati ottenuti anche mediante commesse affidate al CERPET da Enti Pubblici, grazie alle sollecitazioni di esponenti politici legati da vincoli di amicizia con Pace e Piperno.
"Seppi da De Feo e Morelli" - continuava il Canfanelli -" che essi avevano partecipato alle riunioni della Direzione di Metropoli, nel corso delle quali si era discusso il bilancio del progetto e così sia dei finanziamenti legali che di quelli provenienti da rapine (v. int. 5/6/1982 e int. 2.12.1982 G.I. Roma, vol. V F.5.).
Aggiungiamo che alcune delle armi procurate dal Folini in Medio Oriente e gestite a Milano dai Co.Co.Ri. erano pervenute a lui nel periodo in cui militava nell'M.C.R., movimento avviato da Morucci e Faranda dopo la loro uscita dalle B.R.

Del ruolo di "Metropoli" e dei suoi massimi esponenti parlava anche Emilio Libera - (ud. 25.11.1986).
Era stato il Seghetti ad attribuire a Morucci e Faranda il ruolo di "infiltrati" nelle B.R., portatori della linea politica di Piperno e Pace. Forse per sminuire la portata del loro contributo all'interno dell'organizzazione col definirne la posizione politica priva di caratteri di originalità e ancorata a tradizioni movimentiste di stampo poteroperaistico.
A sua volta Lombino Maurizio, dopo aver dichiarato al G.I. di Bergamo di non essere in grado di affermare se la rivista "Metropoli" fosse o meno finanziata con danaro, provento di rapine, potendo, anzi, "escludere la cosa" sulla base di quanto gli risulta circa l'esistenza "di canali legali ed istituzionali" di finanziamento "almeno a partire dalla trasformazione della rivista in Centro Studi economico-sociale", nell'interrogatorio svolto dal G.I. di Roma il 6/5/82, parlando della rivista "Metropoli" testualmente dichiarava: "Circa il finanziamento della rivista Metropoli, posso affermare che esso avveniva in due modi: sia attraverso le operazioni di finanziamento illegale (rapine, furti, ecc.) - l'organizzazione aveva imposto la centralizzazione di qualsiasi provento di rapine che i coordinamenti e le loro cellule riuscissero a realizzare - sia attraverso finanziamenti legali ed istituzionali".
Ciò era conseguenza del fatto che in seno all'organizzazione era venuta riproducendosi "in via progettuale" quella duplicità di interventi che già aveva caratterizzato l'attività di altre organizzazioni; da un lato il livello militare, compartimentato e "federalizzato" facente parte delle strutture dei coordinamenti e dall'altro il livello pubblico e legale costituito dalla rivista "Metropoli".
Per converso Giorgio Accascina già Presidente del Consiglio di Amministrazione della Cooperativa "Linea di condotta", costituita nel novembre 1978 allo scopo di pubblicare la rivista "Metropoli" e "Pre-print" dichiarava che il varo della rivista era stato preceduto da un dibattito sull'impostazione politica della stessa in rapporto alle "nuove tematiche" espressa "dal movimento del '77".
Lungi dal proporsi di essere il coagulo di tutta la lotta armata in Italia, l'argomento era stato, tuttavia, oggetto "di critica in positivo" da parte del giornale, nel senso di fare apparire la lotta armata espresso peculiare della situazione italiana, piuttosto che un fenomeno indotto dai Paesi dell'est o gestito dai servizi segreti.
Quanto al documento rinvenuto nell'abitazione di Piperno, in via dei Coronari, n° 99, attribuito allo Scalzone, asseriva l'Accascina che esso riproduceva solo gli intendimenti del suo autore, non certo quelli della redazione e tanto meno il proprio intendimento nel varare l'iniziativa editoriale.
Nessun collegamento vi era tra "Metropoli" e la casa editrice "Lirici", dove egli prestava la propria attività.
Né riunioni politiche si erano mai svolte nella sede di via del Babuino, 96 anche se alcuni amici, tra cui i componenti della cooperativa, si recavano talora a trovarla.
Quanto ai finanziamenti del giornale di provenienza illegale nulla l'Accascina mostrava di sapere come anche delle militanze di Pace ed altri redattori in formazioni eversive.
Teneva a ribadire essere stato "Metropoli" finanziato esclusivamente con i proventi della vendita dello stesso giornale; e a tal fine produceva un pro-memoria illustrante il "meccanismo circolare" utilizzato per sovvenzionare il giornale, articolato in anticipi che venivano versati dal distributore per ogni numero della rivista, e in crediti che venivano concessi dai vari fornitori, con allegati taluni elementi, compresa una certificazione dei curatori fallimentare attestante l'avvenuto fallimento della Società "Linea di condotta".
Ma, ad onta delle dichiarazioni riduttive dell'Accascina, il G.I., sulla sorte delle deposizioni assunte e dei riscontri documentali acquisiti tra cui la conclusione che "il progetto Metropoli non fosse un piano astratto ed utopistico, ma l'espressione di una concreta organizzazione, avente il suo centro politico-ecologico a Roma e numerose articolazioni armate, operanti sotto sigle diverse in varie regioni italiane" e che "nella prospettiva strategica della riunione di tutte le organizzazioni armate esistenti in Italia, gli ispiratori del progetto "Metropoli" attribuivano un ruolo fondamentale alla rivista.
 
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