4. I tentativi golpisti

12. La Fenice di Milano

Documento aggiornato al 30/11/2005
Un grande rilievo, soprattutto grazie alle ultime inchieste giudiziarie, ha assunto la percezione del ruolo di un altro e sia pur ristretto gruppo eversivo costituitosi a Milano nel 1971, sotto il nome di Circolo La Fenice, per opera di alcuni estremisti di destra, in parte già richiamati in pagine che precedono: Giancarlo Rognoni (che ne fu l'ideologo), Nico Azzi, Piero Battiston, Mauro Marzorati e Francesco De Min.

Il gruppo può ritenersi vicinissimo a On, tanto da avere come principali riferimenti ideologici Pino Rauti e Paolo Signorelli; in particolare ne sono noti i rapporti con i gruppi di On di Padova e Verona. Il gruppo venne individuato a seguito dell’attentato del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma, che fallì per la prematura esplosione dell'ordigno che Nico Azzi si accingeva a collocare. Nell'istruttoria del G.I. di Padova, dottor Tamburino, il gruppo La Fenice era già risultato organicamente coinvolto nel progetto golpista della "Rosa dei Venti"; tale circostanza è stata ampiamente riscontrata dalle nuove prove emerse nelle istruttorie condotte dal G.I. milanese Salvini. Alcuni testi recentemente escussi in tale ultima istruttoria hanno consentito di ricostruire la logica dell’attentato di Azzi in questo modo:

a) era stata prevista una rivendicazione di "sinistra" finalizzata a mettere in difficoltà l'indagine della magistratura di Milano su Piazza Fontana, che puntava decisamente sulle cellule di On di Padova, tentando di dimostrare la comune matrice di sinistra dei due episodi. Tale iniziativa mirava anche a inviare un segnale a Giovanni Ventura che aveva cominciato a cedere davanti ai giudici, facendo le prime timide ammissioni.

b) si era comunque progettato l'attentato in funzione ("politica") destabilizzante nell'ambito della strategia del terrore prodromica ai progetti golpisti del '73-'74, creando un'ondata di sdegno nel paese. Prova ne è che da tempo, a Milano, era stata programmata per il 12 aprile 1973 la manifestazione della "Maggioranza Silenziosa", movimento capeggiato dall'avvocato Adamo Dagli Occhi, poi risultato anche in rapporto con An e On

Alla luce di questa ricostruzione risulta certamente riscontrato quanto dichiarato da Vinciguerra circa "l'unitarietà" del disegno della destra terroristica, della supremazia di Ordine Nuovo e del rapporto strettissimo tra On e La Fenice di cui Azzi era uno dei principali rappresentanti. Peraltro Sergio Calore ha in ultimo riferito di aver saputo dalla viva voce di Nico Azzi che alla riunione tenutasi il 6 aprile 1973 (cioè il giorno prima dell'attentato al treno) presso la birreria Winervald ove, si decisero gli ultimi dettagli dell'azione, insieme alla dirigenza della Fenice, era anche presente Paolo Signorelli.

Il coinvolgimento del Signorelli è anche riferito da Marco Affatigato, al quale venne comunicato da Clemente Graziani (uno dei capi di On) latitante a Londra. L'episodio è infine confermato da Mauro Marzorati, presente nella birreria.

Di fondamentale importanza, per ulteriormente riscontrare la tesi della "unitarietà" di strategia terroristica dei gruppi eversivi di destra (in particolare On e La Fenice) devono essere considerati i "contributi" di Sergio Calore, Angelo Izzo ed Edgardo Bonazzi. I tre esponenti dell'area facente capo ad On (o contigua come Izzo) hanno riferito di aver appreso direttamente da Massimiliano Fachini, Nico Azzi e Guido Giannettini, che il modo di interrompere l'iniziativa dei giudici di Milano (pista On sulla responsabilità della strage di Piazza Fontana) sarebbe stato quello di far trovare in una cassetta piena di armi ed esplosivo nascosta sull'Appennino ligure, presso la villa di Gangiacomo Feltrinelli (in effetti poi rinvenuta nella zona pochi giorni dopo il fallito attentato del 7 aprile 1973 di Azzi), gli stessi timers utilizzati per piazza Fontana. Ciò, unitamente alla rivendicazione di "sinistra" dell'attentato al treno, avrebbe certamente messo in difficoltà il giudice istruttore di Milano, e orientato nuovamente verso gli anarchici o i Gap, le indagini per piazza Fontana. Tutto l'episodio, peraltro, oggi mostra la sua importanza per il fatto che riconduce nella disponibilità della Fenice e della cellula padovana di On (di cui Fachini faceva parte) alcuni timers dello stesso lotto di quelli usati per piazza Fontana, ben quattro anni dopo tale episodio. Si noti che la tesi difensiva di Freda (in base alla quale sostanzialmente questi viene assolto sia pure con formula dubitativa) fu quella che, pur avendo ammesso di aver acquistato a Bologna circa cinquanta timers come quelli usati per piazza Fontana, detti congegni erano stati poi ceduti, prima della strage ad un capitano della resistenza algerina.

Si è potuto accertare, infine, che tra il '73 ed il '74 La Fenice è venuta in possesso di una grandissima quantità di armi ed esplosivi, in parte rinvenuti ed in parte ancora occultati.

Può dunque affermarsi che nel periodo 1970-1974 gruppi eversivi di ispirazione ideale anche in parte diversa convergevano operativamente per determinare un pronunciamento militare.

A tal fine si ritenevano necessarie azioni violente, anche di carattere indiscriminato, finalizzate a causare un clima di forte tensione politica che giustificasse l'intervento militare. Le azioni indiscriminate (attentati di tipo stragista) erano considerate indispensabili e se ne postulava l'attribuzione agli oppositori politici. Azioni di provocazione di minore gravità furono organizzate direttamente dal Sid e appartenenti all'Arma dei Carabinieri.

Molti attentati furono causati da questa impostazione, con un gran numero di vittime. Alcuni di questi sono direttamente riconducibili ad azioni finalizzate al problema eversivo, per altri non vi è prova di tale diretta relazione; tutti, comunque, furono favoriti dalla valutazione, diffusa negli ambienti dell'eversione di destra, che azioni di indiscriminata violenza fossero funzionali a determinare un clima di terrore, indispensabile premessa di una stabilizzazione del quadro politico.

Queste trame furono sempre note, sin nei dettagli, ai vertici del Servizio Informazione Difesa. Mai coloro che vi presero parte furono perseguiti di iniziativa; informazioni essenziali furono occultate, anche dopo che era stata manifestata la volontà politica di porre a disposizione dell'Autorità giudiziaria dette informazioni.

Le informazioni furono occultate anche attraverso la distruzione dei documenti a essi relativi (smagnetizzazione dei nastri; distruzione delle trascrizioni).

Non è possibile risalire con certezza ai responsabili dell'occultamento delle informazioni: non vi è documentazione di tale distruzione e resta un contrasto tra coloro che assunsero le decisioni, circa il carattere politico (Ministro della Difesa) o amministrativo (Sid) di esse.

All'interno del Sid si verificò una frattura tra Miceli e Maletti. Anche costui, tuttavia, mantenne nello stesso torno di tempo, condotte favoreggiatrici dei congiurati; proprio a Maletti, poi, sono riferibili alcune azioni di provocazione in danno di uomini e movimenti di estrema sinistra.

Tranne coloro che furono direttamente investiti dalle indagini giudiziarie, nessuno di coloro che ebbe parte nelle trame eversive subì conseguenze di carattere interno; alcuni di costoro, al contrario, progredirono nelle carriere, fino a giungere a ricoprire incarichi di massima responsabilità, dall'alto dei quali continuarono a tramare contro la Repubblica.

La ricerca della verità fu ostacolata in ogni modo. Quando le indagini si approssimarono al nodo della esistenza di strutture di guerra non ortodossa, utilizzate per finalità di condizionamento della vita politica interna, fu opposto tra l'altro il segreto di Stato. Questo fu opposto sul memoriale e sulla deposizione di Roberto Cavallaro; sui documenti relativi al golpe Sogno ed in particolare sui rapporti tra Edgardo Sogno e Servizi italiani e stranieri, e sui rapporti tra Cavallo e Servizi italiani; sul cosiddetto "rapporto Pike".

Il segreto fu confermato dalle autorità politiche con motivazioni che lasciarono sussistere il dubbio della esistenza di siffatte deviazioni. Furono adottate misure interne, ma limitatamente alle più gravi ed evidenti violazioni, già di dominio pubblico. In nessun caso queste misure colpirono le strutture di guerra non ortodossa. E' però possibile che lo smantellamento della parte militare di queste ed il trasferimento dell'armamento presso Enti militari sia stato reso necessario dalle gravissime deviazioni verificatesi.

Per una parte consistente di coloro che operavano in queste strutture l'uso di esse per finalità di politica interna e persino il ricorso ai mezzi violenti per creare le premesse di tale utilizzo non erano (e non sono tuttora) considerate "deviazioni", ma legittimo esercizio di poteri per contrastare il nemico.
 
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