Da mondoacolori.org del 02/03/2006

Fonte: Emilianet.it

Brigate rosse, ergastolo definitivo per la Lioce

E' sotto processo anche per l'omicidio Marco Biagi e per quello di Massimo D'Antona

Ergastolo definitivo per la brigatista Nadia Desdemona Lioce: lo ha deciso la prima sezione penale della Corte di Cassazione, a conclusione del processo per la sparatoria, avvenuta il 2 marzo 2003 sul treno Roma-Firenze, nella quale morirono il sovrintendente di polizia Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi, e un altro poliziotto, Bruno Fortunato, rimase ferito.

Respinto quindi il ricorso presentato dalla Lioce accusata di concorso in omicidio, rapina, resistenza, detenzione di armi, con l'aggravante del terrorismo, per la morte dell'agente della polizia ferroviaria Emanuele Petri. E' la prima condanna definitiva che viene pronunciata nei confronti della brigatista che, rinchiusa nel carcere di Sollicciano, è sotto processo anche per l'omicidio Marco Biagi e per quello di Massimo D'Antona, per i quali dovrebbe iniziare a breve il processo d'appello.

E questa mattina, a margine di una tavola rotonda in occasione del terzo anniversario dell'omicidio del sovrintendente Emanuele Petri, Olga D'Antona, vedova del professor Massimo D'Antona, ucciso dalla Brigate rosse il 20 maggio del 1999, ha denunciato il ministero dell'Interno che non ha ancora erogato il 10 per cento del risarcimento previsto. "Sto ancora aspettando di avere quel rimborso" ha spiegato. "Al Viminale stanno ancora risolvendo i problemi di ordine burocratico".

"Alla vedova di Biagi, alla quale va tutta la mia solidarietà - ha ricordato Olga D' Antona - è stato concesso per intero il risarcimento, per me le cose sono andate diversamente: è un' ingiustizia che grida vendetta. Sto trovando assurde resistenze da parte del ministero dell'Interno". Addirittura, ha aggiunto, "mi hanno detto che la quota rimanente del risarcimento me la devono dare le Brigate rosse".

In particolare, la prima sezione penale della Cassazione ha "rigettato" il ricorso presentato dall' avvocato Caterina Calia, nell'interesse della brigatista Nadia Lioce, contro la condanna al carcere a vita inflittale lo scorso 29 giugno dalla Corte d'Assise di Appello di Firenze. Nei precedenti gradi di giudizio, Lioce non aveva mai nominato un difensore di fiducia e non aveva mai fornito la propria versione della sparatoria nella quale persero la vita - il 2 marzo 2003 sul treno Roma-Firenze - il soprintendente della Polfer Emanuele Petri e il brigatista Mario Galesi.

Senza successo, dunque, l'avvocato Calia aveva chiesto - nell' arringa di stamani - l'annullamento con rinvio della condanna della Lioce, sostenendo che la donna non era stata complice di Galesi e che il conflitto a fuoco era stato casuale e non rientrava "nei programmi delle nuove Br".

I supremi giudici sono stati di parere opposto e hanno convalidato il verdetto d'appello in base al quale è stata sancita "la piena responsabilità " della Lioce nel "concorso" nell' omicidio del soprintendente Petri, aggravato dalle finalità di terrorismo.

ALMA PETRI, E' STATA FATTA GIUSTIZIA
"Bene, è una bellissima notizia. E' stata fatta giustizia anche se a noi familiari niente e nessuno ci ridarà mai Emanuele": Alma Petri, la vedova del sovrintendente della polfer ucciso dalle Br, commenta così la conferma definitiva dell'ergastolo per Nadia Desdemona Lioce da parte della Cassazione.

"Questa sentenza - ha detto Alma Petri - in un certo senso rappresenta il coronamento dell'impegno di mio marito, è un riconoscimento al suo sacrificio". Esaminando il materiale recuperato in occasione dell'arresto della Lioce, gli investigatori ricavarono elementi decisivi per le indagini che hanno portato a smantellare le cosidette nuove Brigate Rosse.

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