Da La Repubblica del 11/01/2007

Il magistrato smentisce lo scoop sull'individuazione del Dna dell'assassino di Simonetta Cesaroni

Via Poma, la procura contro Matrix. Il pm: "Quereler˛ Enrico Mentana"

Il giornalista: "Confermo integralmente tutte le notizie date nel programma". Il pm: aperto un fascicolo. Al Ris affidato l'incarico per nuove analisi su vecchi reperti

ROMA - Giallo nel giallo sul delitto di via Poma. La procura della repubblica di Roma ha smentito le anticipazioni di Enrico Mentana - che invece le conferma di nuovo - fatte nel corso di 'Matrix', nella tarda serata di ieri "relative ad asseriti esiti degli accertamenti tecnici effettuati nell'ambito delle indagini per il caso dell'omicidio di Simonetta Cesaroni".

Il procuratore Giovanni Ferrara in una nota rende noto che, per quanto riguarda l'inchiesta sull' omicidio di via Poma, il collegio dei consulenti tecnici di ufficio alla data odierna non ha ancora depositato la relazione finale per cui "ogni illazione relativa all'individuazione di eventuali responsabili è priva di ogni supporto processuale".

E il pm Roberto Cavallone, titolare dell'inchiesta, annuncia una querela per diffamazione nei confronti di Mentana: "L'affermazione fatta nel corso della trasmissione Matrix - dice il magistrato - secondo cui le notizie sul delitto di via Poma sono state autorizzate o, comunque, non ostacolate dalla magistratura non corrisponde alla verità". Secondo il pm "Mentana sapeva di affermare una cosa non vera che è diffamatoria nei miei confronti. E' stato arrecato un danno all'immagine della magistratura".

Ma il giornalista ribatte: "Confermo integralmente tutte le notizie contenute nel programma che sono state da me personalmente verificate su fonti diverse", dice Enrico Mentana, che non smentisce nulla dello scoop. "Non basta la prova scientifica per individuare il responsabile dell'omicidio di Simonetta Cesaroni - sottolinea a sua volta Cavallone -. Quella prova può essere un tassello. Serve, però, il movente e la spiegazione a certi movimenti".

Gli inquirenti romani, secondo la ricostruzione del giornalista, avrebbero il nome dell'assassino della ventunenne uccisa con 29 coltellate il 7 agosto 1990 in via Carlo Poma. Il codice genetico isolato dai carabinieri del Ris sul corpetto della ragazza, sarebbe infatti attribuibile a un nominativo: un uomo vicino, all'epoca dei fatti, a Simonetta.

Gli esperti sarebbero arrivati al presunto colpevole attraverso la comparazione di una traccia di saliva lasciata tramite un morso, e isolata dall'indumento di Simonetta e il Dna di una delle 31 persone finite nel mirino degli inquirenti. Quest'ultimo sarebbe stato prelevato da una tazzina di caffè.

Enrico Mentana non ha fatto esplicitamente il nome, ma il Dna apparterrebbe a un ex fidanzato della vittima, un giovane operaio. Ma alcune testimonianze venute alla luce dopo potevano far pensare anche a un altro rapporto iniziato all'indomani della rottura.

Intanto questa mattina il colonnello Luciano Garofalo, comandante del Ris di Parma, si è incontrato con il pm romano Roberto Cavallone. "Non ho nulla da dire" ha affermato il colonnello al termine dell'incontro. I militari del Ris quando sono entrati nell'ufficio del magistrato portavano tre valigie. Successivamente i carabinieri si sono recati nell'ufficio del procuratore aggiunto Italo Ormanni.

Il pm Roberto Cavallone ha spiegato che ai carabinieri del Ris sono state conferite nuove indagini tecniche. Il magistrato ha spiegato che ai consulenti "sono stati forniti documenti su vecchi reperti, come il vetro dell'ascensore sporco di sangue, sui quali furono effettuati esami biologici con le tecniche vecchie". I Ris dovranno confrontare i vecchi esiti di indagine, tra cui una impronta digitale trovata nell'appartamento di via Poma, alla luce delle nuove tecniche biologiche. I documenti consegnati riguardano oggetti come vecchie provette, mobili dell'ufficio, fermacapelli, oggetti consegnati a suo tempo dal padre della vittima. "Tutto ciò che - ha detto il pm Cavallone - ha in se tracce biologiche". I carabinieri hanno 60 giorni di tempo per rispondere ai quesiti della procura.

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