Da Agi del 14/12/2005

DARFUR: VICECOORDINATORE ONU, SERVE MISSIONE ARMATA PAESE UE

Nyala (Darfur, Sudan), 14 dic. - (dall'inviato Fabio Greco) - Tredicimila operatori umanitari di agenzie internazionali e di un'ottantina di organizzazioni non governative, per assistere oltre due milioni di sfollati e una pianificazione di aiuti per il 2006 di circa un miliardo di dollari. Sono alcune delle cifre dell'operazione umanitaria che, lanciata dopo la guerra civile, rischia di trasformare il Darfur in una nuova Somalia, se uno dei Paesi leader in Europa non assumera' il "ruolo guida" di una coalizione in grado di garantire anche con le armi il rispetto della sicurezza sul territorio e del cessate il fuoco. L'allarme e' stato lanciato da Gemmo Lodesani, vicecoordinatore delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari al Sudan. "La situazione sul territorio rischia di cronicizzarsi in un conflitto latente", ha spiegato Lodesani, 'ne e' consapevole lo stesso Jan Pronk, inviato speciale di Kofi Annan nella regione, che al tavolo di Abuja qualche giorno fa spiazzo' le parti impegnate nella trattativa, ponendo all'ordine del giorno i temi della sicurezza e dell'effettivo monitoraggio della tregua.
L'Unione africana, che sul campo ha circa seimila uomini, non e' riuscita in questi mesi a garantire il rispetto della tregua, come dimostrano i numerosi attacchi al contingente di pace. Serve, ha aggiunto Lodesani, "un Paese dell'Unione europea che sia disponibile a mettere sul campo tre-quattromila uomini con un mandato ben preciso di protezione umanitaria".
Forze autorizzate a sparare? "Dipende dal mandato", ha risposto Lodesani, "ma si deve essere pronti a usare le armi.
Un eventuale accordo messo a punto ad Abuja potrebbe rivelarsi "carta straccia in una situazione simile" il cui pericolo e' accresciuto dalla sensazione che hanno i 'janjaweed' di "essere stati abbandonati a se stessi".
Piu' e' lento il processo ad Abuja, piu' va avanti una 'somalizzazione' del territorio, che rende rischiosa la stessa opera umanitaria. Secondo le ultime stime dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite, sono circa 1.800.000 gli sfollati della guerra civile, che vivono all'interno del Darfur; altre 200.000 persone si sono rifugiate nel Ciad. Gli sfollati nella regione sudanese sono oltre 700.000 nella parte occidentale, altrettanti nel sud e quasi 500.000 nel nord. La loro vita e' quotidianamente minacciata, anche all'interno dei campi, dalle incursioni dei 'janjaweed', le milizie arabe a cavallo, accusate da piu' parti di essere responsabili di un conflitto in cui sono morte, in appena due anni di guerra civile, oltre 70.000 persone.
Il ruolo dei 'janjaweed' e' stato centrale in una guerra civile che ha ragioni proprie rispetto all'altro conflitto che ha opposto il governo di Khartum al sud del Sudan e che si e' concluso con l'ingresso degli ex ribelli nell'esecutivo nazionale, ma la crisi del Darfur rientra comunque nel complicato puzzle sudanese.
La guerra civile nel Darfur affonda le radici nelle contrapposizioni tradizionali tra le etnie africane, legate a un'economia agricola, e le tribu' nomadi di origine araba dedite alla pastorizia, in una regione per gran parte desertica e di estensione pari a quella della Francia. Il conflitto esplose a febbraio del 2003, quando nella 'terra dei Fur' i continui assalti dei nomadi seminarono il terrore nei villaggi.
I capi delle tribu', lasciati soli di fronte alle scorrerie, organizzarono l'autodifesa nel Movimento di liberazione del Darfur (Dlm) che avrebbe poi preso il nome di Esercito per la liberazione del Sudan (SLM/A, nell'acronimo inglese) e nel Movimento per la giustizia e l'eguaglianza (Jem). Entrambi i movimenti siedono oggi al tavolo di Abuja, in Nigeria, per tentare di trovare con il governo sudanese un'intesa che riporti la pace nella regione.

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