Da Internazionale del 28/01/2005

Esportare un'illusione

La crociata di George W. Bush per diffondere la democrazia con le armi si basa su un progetto megalomane che non tiene conto della complessità del mondo. E perciò è destinata alla sconfitta

di Eric Hobsbawm

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Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniIeriLe guerre del Golfo
ANCHE SE NEL SUO SECONDO discorso inaugurale George W. Bush non ha nominato né l'Iraq né l'Afghanistan né la guerra al terrorismo, lui e i suoi sostenitori continuano a voler riordinare il mondo secondo i loro piani. La guerra in Iraq e in Afghanistan è solo una parte di un presunto sforzo universale per "diffondere la democrazia" e creare un nuovo ordine mondiale. Un'idea non solo donchisciottesca, ma anche pericolosa. La sua retorica implica che esiste una forma di democrazia standard (quella occidentale) che può funzionare ovunque, risolvere tutti i problemi transnazionali e portare la pace invece di seminare disordine. Ma non è così.
La democrazia è un concetto giustamente popolare. Nel 1647 i levellers inglesi lanciarono l'idea affascinante che "ogni governo deve essere il frutto del libero consenso del popolo". Intendevano dire che tutti devono votare. Naturalmente il suffragio universale non assicura nessun risultato politico particolare, e le elezioni non sono in grado di garantire un futuro neanche a loro stesse, come dimostra la storia della Repubblica di Weimar. E non è detto che la democrazia elettorale produca risultati utili a un potere egemonico o imperiale (se la guerra in Iraq fosse dipesa dal consenso liberamente espresso dalla "comunità mondiale" non sarebbe mai cominciata). Ma queste incertezze non sminuiscono il suo fascino.
altri fattori che spiegano la pericolosa convinzione che la propagazione della democrazia con la forza degli eserciti sia effettivamente realizzabile. La globalizzazione fa pensare che tutte le questioni si stiano evolvendo in dirczione di uno schema universale. Se i distributori di carburante, gli iPod e i maniaci dei computer sono gli stessi in tutto il mondo, perché non devono es-serlo anche le istituzioni politiche? Questa idea non tiene conto della complessità del mondo. Anche il ritorno all'anarchia e alla violenza, così evidente in tante parti del mondo, contribuisce a rendere attraente la diffusione di un nuovo ordine globale. I Balcani sembrano la dimostrazione che nelle aree in cui ci sono disordini sia necessario l'intervento, anche armato, di stati forti e stabili. In assenza di un efficace controllo internazionale, alcuni filantropi sono ancora disposti a sostenere un ordine mondiale imposto da una potenza come gli Stati Uniti. Ma bisognerebbe sempre essere sospettosi quando una potenza militare afferma di occupare uno stato più debole per fargli un piacere.
Un altro fattore potrebbe essere quello più importante: gli Stati Uniti si sono preparati a governare il mondo combinando la megalomania e il messianismo delle loro origini rivoluzionarie. La loro supremazia tecnologica e militare è incontrastata e si fonda sulla convinzione della superiorità del loro sistema sociale. Dal 1989 non c'è più nessuno che gli ricordi - come è sempre successo a tutti i grandi conquistatori - che ogni potere ha un limite. Come fi presidente Wilson, gli ideologi di oggi considerano quella società un modello: una combinazione di legalità, libertà, competitivita imprenditoriale privata ed elezioni a suffragio universale regolari e combattute. L'unica cosa che resta da fare è ricostruire il mondo a immagine di questa "società libera".
Si tratta di una pericolosa ostentazione di tranquillità. Anche se gli interventi di una grande potenza possono avere conseguenze moralmente o politicamente desiderabili, identificarsi con loro è pericoloso perché la logica e i metodi dell'azione dì stato non corrispondono a quelli dei diritti universali. Tlitti gli stati mettono al primo posto i propri interessi. Se ne hanno il potere e considerano il fine sufficientemente importante, gli stati giustificano l'uso di qualunque mezzo, soprattutto quando sono convinti che Dio è dalla loro parte. Gli imperi buoni e quelli cattivi hanno prodotto l'imbarbarimento della nostra era, a cui oggi contribuisce la "guerra al terrorismo".
Oltre a essere una minaccia per l'integrità dei valori universali, la campagna per la diffusione della democrazia è destinata alla sconfitta. Il novecento ha dimostrato che uno stato non può semplicemente rifare il mondo o accelerare le trasformazioni storielle. E non può neanche influire facilmente sui cambiamenti sociali trasferendo istituzioni oltre i suoi confini. Le condizioni per un vero governo democratico si verificano raramente: uno stato legittimo, il consenso e la capacità di mediare i conflitti tra gruppi interni. Senza questo consenso non esiste sovranità popolare e perciò nessuna maggioranza aritmetica è legittimata.
Quando manca questo consenso, la democrazia è sospesa (come nel caso dell'Irlanda del Nord), lo stato è spaccato (come in Cecoslovacchia) oppure la società è impegnata in una guerra civile permanente (come nello Sri Lanka). La "diffusione della democrazia" ha aggravato i conflitti etnici e prodotto la disintegrazione degli stati nelle regioni abitate da nazionalità e comunità diverse, sia dopo il 1918 sia dopo il 1989. Alla base del tentativo di diffondere una democrazia occidentale standardizzata c'è anche un paradosso fondamentale. Una parte sempre maggiore della nostra vita si decide al di fuori delle scelte degli elettori, in istituzioni transnazionali pubbliche e private, non elette dai cittadini. E la democrazia elettorale non può funzionare in modo efficiente al di fuori degli stati nazione. Gli stati più potenti stanno perciò cercando di diffondere un sistema che loro stessi trovano inadeguato per affrontare le sfide di oggi. Lo dimostra l'Europa. Un'entità come l'Unione europea è potuta diventare una struttura potente ed efficace proprio perché non ha altro elettorato tranne il piccolo numero dei suoi stati membri. L'Ue non sarebbe in grado di fare nulla senza il suo "deficit democratico" e il suo parlamento non può essere legittimato perché non esiste un "popolo europeo". Com'era prevedibile, i problemi sono sorti appena l'Ue è andata oltre la sua funzione di mediazione tra i governi ed è diventata oggetto di campagne democratiche negli stati che la compongono.
Il tentativo di diffondere la democrazia è pericoloso anche in modo più indiretto: trasmette l'illusione che là dove esiste è messa in pratica davvero. Ma è proprio così? Sappiamo come è stata presa la decisione di invadere l'Iraq in due paesi indiscutibilmente democrati ci: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. A parte le menzogne e le verità taciute, la democrazia elettorale e le assemblee rappresentative hanno avuto ben poco a che fare con quest'iniziativa. Le decisioni so no state prese da gruppi ristretti, in modo non molto diverso da quanto avviene
nei paesi non democratici. Per fortuna in Gran Bretagna non è stato possibile in
gannare i giornali indipendenti. Ma non è necessariamente la democrazia eletto
rale a garantire l'effettiva libertà di stam pa, i diritti dei cittadini e l'indipendenza
del sistema giudiziario.
l'Iran in questo campo sono note. Secondo lui le stime dell'agenzia sul tempo necessario a Teheran per dotarsi di armi nucleari coincidono con quelle europee - sempre che il paese non ottenga aiuti esterni. "La grossa incognita è che non sappiamo chi può fornire le parti mancanti" aggiunge. "La Corea del Nord? Il Pakistan? Non sappiamo quali parti mancano".
Gli europei, spiega un diplomatico occidentale, pensano di trovarsi in una "posizione assolutamente perdente" fino a quando gli Stati Uniti rifiutano di impegnarsi. "Francia, Germania e Gran Bre-tagna non possono farcela da soli, e questo lo sanno tutti", dice il diplomatico. "Se gli Usa restano fuori non abbiamo strumenti di pressione sufficienti, e i nostri sforzi sono destinati a fallire". L'alternativa sarebbe rivolgersi al consiglio di sicurezza, ma la Cina o la Russia probabilmente opporrebbero il veto a qualsiasi risoluzione per imporre sanzioni, e poi 'la colpa verrebbe data alle Nazioni Unite e gli americani direbbero: 'L'unica soluzione è bombardare'".
A febbraio è prevista una visita del presidente Bush in Europa e la Casa Bianca ha dichiarato pubblicamente di voler migliorare i rapporti con i suoi alleati all'interno dell'Unione europea. In questo contesto, un ambasciatore europeo osserva: "Sono molto stupito dal fatto che gli Stati Uniti non collaborino al nostro programma. Come può Washington mantenere la sua posizione senza considerare con la massima serietà il problema degli armamenti?".
Non sorprende che il governo israeliano sia scettico sull'approccio europeo. Silvan Shalom, il ministro degli esteri, in un'intervista rilasciata al New Yorker ha dichiarato: "Non mi piace quello che sta succedendo. Inizialmente ci siamo sentiti incoraggiati dall'impegno degli europei. Per molto tempo avevano pensato che fosse solo un problema di Israele; ma quando si sono resi conto che i missili iraniani avevano una gittata più lunga e potevano raggiungere l'Europa, hanno cominciato a preoccuparsi. Il loro atteggiamento è stato quello di usare il bastone e la carota, ma finora abbiamo visto soltanto la carota". E ha aggiunto: "Se non rispettano i patti, Israele non potrà vivere con un Iran dotato dell'arma nucleare".

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