Da La Repubblica del 18/06/1999

L'Europa cammina su montagne di morti

di Paolo Rumiz

La morte di massa ha un tanfo dolciastro, quasi speziato, di terra, sudore, pelli e fiori che fermentano. Era fatale che ci prendesse alla gola dopo tre mesi di guerra "pulita", stellare, televisiva. Ora, è importante che quell' odore ci si stampi nelle narici. È la sola cosa capace di perforare la nostra incredulità, la rimozione, il rifiuto; l'unica breccia nella nostra memoria corta. In mezzo a troppi fotogrammi, è l'unico messaggio dei sensi ancora capace di dirci che è tutto vero. Ci venne addosso per la prima volta a Vukovar, nel novembre di otto anni fa. Ci aggredì all'indomani della prima ecatombe europea dopo il 1945. E richiamò sul Danubio tutti i corvi della pianura.

La morte ci insegue da allora, sempre con gli stessi miasmi. Eppure, da allora a ogni fossa che si riapre, abbiamo sempre bisogno di chiedere se davvero è accaduto, di sentirci dire che è un brutto sogno.

Forse, nel momento in cui si gettano i fondamenti della Nuova Europa, abbiamo paura di riconoscere in quelle fosse un po' di noi stessi, i buchi neri di un passato ancestrale che le nostre raffinate diplomazie si ostinano a ritenere sepolto. Dimentichiamo che le tombe di massa fanno parte della nostra memoria profonda, dell'immaginario e persino del paesaggio di questo nostro continente. L'Europa cammina, senza saperlo, su montagne di cadaveri. A Verdun o in altri luoghi del fronte occidentale, impercettibili rigonfiamenti indicano ancora i tumuli di caduti senza nome. In Polonia e dintorni, spesso gli unici dislivelli sono segni di morte. Simon Shama, professore di storia alla Columbia University e autore del libro "Paesaggio e memoria", racconta dei "Kopicc", montagnole erbose panoramiche, le uniche a sollevarsi sopra la cupa muraglia della più antica foresta d'Europa, sopra i fiumi, le cicogne, le radure e i comignoli. Dalla Vistola allo Yemen, punteggiano la pianura fino al lontano orizzonte. Gli innamorati che vi si baciano non sanno che sono tumuli anch'esse, terra portata da lontano a ricordo dei Caduti.

In Lituania la topografia della morte di massa è segnata da una miriade di avvallamenti sparsi nei boschi. Dislivelli di pochi centimetri, un metro al massimo. Segnano una delle pagine più dimenticate della "Shoah". Sotto, sono sepolti migliaia di ebrei. Per anni, raccontano, la terra ha continuato a gonfiarsi, a sfiatare, persino a illuminare la notte di pallidi fuochi. Poi i corpi han trovato pace e la terra ha cominciato a cedere, disegnando il perimetro della mattanza con impressionante fedeltà. "Sono luoghi terribili perché inseriti in una campagna dolcissima" racconta lo scrittore Livio Sirovich che li ha percorsi alla ricerca della famiglia materna. Dice: "Senti come quelle morti, lontane da un contesto cimiteriale, abbiano violentato un equilibrio naturale vecchio di millenni". Viaggi verso Sud e ti accorgi che la dolce Mitteleuropa, con la sua propaggine balcanica, continua instancabilmente a vomitare morte, a rivelare fosse comuni e a delineare, con esse, la geografia di un mondo multinazionale destinato a implodere all'infinito, devastato com'è dai nazionalismi e dalla sua incapacità di approdo a un senso moderno della cittadinanza. "Le fosse comuni, le stragi di oggi, emergono da questo retroterra, sono figlie della logica del sangue e del suolo applicata a un mondo dove ogni confine diventa ingiustizia", conviene lo storico Giampaolo Valdevit, specialista della Questione Orientale. Una storia infinita, il segno di una maledizione dove il tempo sembra non avere più senso. In queste stesse ore in cui si svelano gli orrori del Kosovo, si spalancano in Slovenia fosse comuni del 1945, si scoprono presso Maribor i corpi di quindicimila paramilitari anticomunisti jugoslavi in fuga da Tito e a Tito ignominiosamente riconsegnati dagli inglesi. In Bosnia, sulla riva sinistra della Drina, le fosse comuni non ancora richiuse continuano a sbadigliare i loro miasmi come enormi, selvagge sale anatomiche a cielo aperto. E mentre nei sotterranei di Tuzla migliaia di corpi senza nome stanno lì da due anni, allineati dentro sacchi bianchi, nell'attesa inutile che qualcuno li riconosca e li possa seppellire, gli abissi delle foibe - a cinquant'anni di distanza dagli eccidi - dividono ancora le memorie di sloveni, croati e italiani, permanendo esse il simbolo dell'insulto estremo verso la morte dell'"altro", ridotto a spazzatura, immondizia da discarica. In una guerra costruita sulla rievocazione dei morti delle guerre precedenti, è fatale che i morti di oggi tornino e diventino a loro volta atto d'accusa e rivalsa. Come i corpi delle vittime dei croati motivarono dopo mezzo secolo la rivolta serba del '91 contro Zagabria, così oggi i corpi albanesi disseppelliti in Kosovo sembrano togliere ai serbi ogni possibilità di ritorno nella terra dei loro antenati. Quelle fosse comuni dicono che a Belgrado il Campo dei Merli rischia di essere perduto per sempre, che la Gerusalemme serba potrebbe restare in mano straniera in modo assai più definitivo che dopo la sconfitta patita sei secoli fa per mano ottomana.

E allora ci si chiede: che senso ha avuto consegnare alla comunità internazionale prove così schiaccianti dell'abominio? Cosa c'è dietro la scelta di questo suicidio di un'intera reputazione nazionale? Quale senso della realtà esiste in un apparato politico che tenta di spacciare al suo popolo l'illusione di una folgorante vittoria al punto da negare persino l'esistenza dei propri caduti? Forse, Milosevic sperava che il Mondo - grato del suo ritiro dalle terre del Sud - fingesse di non vedere, come dopo la strage di Srebrenica in Bosnia, vigilia della pace di Dayton. Ma questo non spiega come mai Belgrado oggi occulti i propri morti - che sono sicuramente migliaia - proprio nel momento in cui si scoprono le tombe del "nemico".

Perché i soldati serbi caduti sul campo, contro l' Uck o sotto le bombe Nato, sono stati sepolti quasi di nascosto? Quale rapporto con la morte scatta nella testa di un Capo che ha fondato tutto il suo potere sulla mitologia di una sconfitta, quella del Principe Lazar, ucciso secoli fa dai Turchi appunto in Kosovo? I corpi che escono in queste ore dalla terra dei Balcani pongono l'ultima domanda: quale delirio, quale smania di autodissoluzione può avere spinto la Serbia in quest'avventura senza ritorno?

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