Da La Repubblica del 26/09/2006

Visita ufficiale in Ungheria. Kiraly, eroe della rivolta del ´56: "Lo accogliamo con rispetto"

Napolitano oggi a Budapest "Ammesso l´errore, il caso chiuso"

Una corona sulla tomba di Nagy. Ma la destra polemizza

di Giampaolo Visetti

BUDAPEST - «Ha riconosciuto di aver sbagliato: il caso è chiuso, lo accogliamo con rispetto». Bela Kiraly, nell´ottobre 1956, guidò le forze rivoluzionarie che si opposero all´invasione dell´Ungheria e alla repressione sovietica. Per due settimane, a fianco di Imre Nagy, cercò di difendere Budapest dai carri armati di Mosca. Condannato a morte dal regime di Janos Kadar, fuggito negli Usa, è potuto tornare in patria solo nel 1989. A 95 anni, il generale che si oppose al comunismo rifiuta però i processi sommari di chi vorrebbe ricacciare il Paese «in una guerra civile con 50 anni di ritardo». Per questo, assieme a numerosi superstiti della rivolta, accoglie oggi Giorgio Napolitano «con la consapevolezza del percorso compiuto, politico e umano». Per il capo dello Stato la visita in Ungheria, la prima ufficiale in una nazione Ue, è una tappa importante e sofferta. Nei giorni del massacro, il giovane dirigente del Pci si schierò dalla parte di Togliatti, a sostegno dell´intervento di Khrusciov. Al termine di ripetute revisioni personali, appena eletto al Quirinale, ha voluto incontrare Antonio Giolitti, riconoscendo la lungimiranza del suo dissenso. Fino alla lettera di fine agosto a Giuseppe Tamburrano, in cui ha ribadito che «sui fatti d´Ungheria Pietro Nenni aveva visto giusto». È grazie a questa schiettezza che Napolitano può, questa mattina alle 9, deporre a nome dell´Italia una corona di fiori sulla tomba di Nagy, nel nuovo cimitero di Budapest. Su invito del presidente ungherese, Laszlo Solyom, ha scelto di non confondersi tra i 22 capi di Stato e di governo che ricorderanno «la rivoluzione calunniata» tra un mese, nell´anniversario. Ogni parola, ogni gesto, saranno così il simbolo storico di una riconciliazione. «Non serve che ci chieda scusa - dice Jeno Fonay, presidente dell´Alleanza nazionale dei prigionieri politici -: viviamo in un´epoca nuova, il tempo delle vendette è finito. La democrazia vive di perdono e comprensione».
Il clima, in Ungheria, è però burrascoso. Lo "scandalo Gyurcsany", il premier socialista che ha ammesso di aver vinto le elezioni grazie alle bugie, ha spaccato la nazione. La capitale, dopo la guerriglia notturna della settimana scorsa, resta sotto l´assedio della protesta. Domenica si vota per le amministrative e la destra di Orban si prepara a dichiarare «illegittimo» il governo. L´ipertensione politica travolge così anche la visita di Napolitano. «Riconoscere un errore - lo avverte Maria Schmidt, ideologa dell´opposizione e direttrice della "Casa del terrore" - non costa nulla. Il presidente italiano non è il benvenuto. Se fosse rimasto a Roma sarebbe stato più elegante. Ci aspettiamo che chieda scusa a tutto il popolo ungherese: non a nome del suo popolo, ma suo personale». Anche in Italia il centrodestra chiede a Napolitano di «usare parole forti per i ragazzi massacrati dai comunisti», e di «ricordare tutte le vittime del comunismo». L´occasione, nel pomeriggio, durante il discorso all´Accademia delle scienze e all´inaugurazione di una mostra fotografica, all´Istituto di cultura. «La mia autocritica e la visita a Budapest - ha scritto alla vigilia Napolitano - valgono come pieno e doloroso riconoscimento della validità dei giudizi di chi condannò l´Urss, in quel cruciale momento».

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