Da Corriere della Sera del 24/10/2006
Originale su http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/10_Ottobre/24/nadas.shtml

Péter Nádas, 64 anni, autore di «A Book of Memories»

«Io, ragazzo tra i cingolati dei russi»

La gente ci saliva sopra per festeggiare. Poi riecheggiarono gli spari

di Péter Nádas

Quel martedì pomeriggio, un'unica marea umana affluiva lungo i viali: scorreva su corso Vaci, su corso Bajcsy- Zslilinszky, ma su piazza Marx molti si fermavano, esitanti: «E adesso da che parte?». I tram infilati gli uni dietro gli altri erano immobili, nel punto dove si erano bloccati sui binari, con le luci ancora accese nelle carrozze vuote.

C'erano circa 80 mila persone accalcate lungo il perimetro della piazza, sulle sponde di questo immenso crocevia: cantavano, protestavano, deliravano, tenevano discorsi. Una folla, mezzo milione di persone, si era già assiepata davanti al Parlamento. Urlavano ai russi di andarsene e chiedevano a gran voce che Imre Nagy uscisse a tenere un discorso.

(...) Su via Alkotmány non ci si muoveva più: qui la folla si era solidificata in una massa immobile, ma altri gruppetti arrivavano dall'altro lato della piazza, da via Nador e lungo tutto l'argine del fiume. A quell' ora il traffico della città era rimasto completamente paralizzato. Tutti chiedevano all'unisono che venisse spenta la stella in cima alla cupola del Parlamento. La piazza intera urlò con una voce sola: «Spegnete la stella!».
Di ritorno da scuola, anch'io avevo passato il pomeriggio in strada e adesso facevo parte della folla assiepata in piazza. La stella sovietica era stata montata sulla cupola solo qualche settimana prima, avevano fatto un bel lavoro, davvero. In piazza riecheggiava il ritmo rimbombante di quella semplice richiesta, ma pareva non ci fosse nessuno ad ascoltarla. Il Parlamento, con le sue torrette e i suoi trafori, si stagliava cupo, solenne e silenzioso sullo sfondo. Forse trapelava un po' di luce in alto, dal salone sotto la cupola. Forse ci sentivano da lassù, ma si guardavano bene dal cedere alle richieste del popolo.

Invece si spensero i lampioni della piazza. Un ruggito d'indignazione si levò dalla folla, e per un attimo si temette che la gente si sarebbe scagliata contro l'edificio per farlo a pezzi a mani nude. Immediatamente brillarono dei fuochi: la gente afferrava riviste e giornali infuocati e li teneva in alto. Come un rogo di sterpaglie, quelle fiammate effimere si diffondevano a ondate sopra le teste. Il silenzio era solenne: la bellezza intensa delle fiamme ondeggianti aveva incantato tutti per un attimo. Proprio in quel momento, credo, devo aver smarrito il mio album da disegno e la squadra. Poi, lassù in alto, la luce color rubino della stella si spense, era la copia in scala ridotta della celebre stella del Cremlino a Mosca. Adesso la piazza era totalmente al buio. Nell'aria tiepida e ovattata della sera, l'autunno diffondeva già un lieve alito acre e nebbioso e dal Danubio risaliva un odore metallico. Il silenzio di una folla ha sempre un peso immenso. Ci volle del tempo prima che la piazza osasse credere che la sua richiesta era stata esaudita e subito dopo, tra il rumoreggiare di acclamazioni trionfali, l'illuminazione pubblica venne riaccesa.

Qualcuno si affacciò al balcone di sinistra. Sembrava parlare, ma inutilmente, perché non si sentiva nulla. Poi giunse la voce, e si diffuse in un baleno, che stava arrivando Imre Nagy, l'ex primo ministro e simbolo della resistenza contro Mosca. Il tipo sul balcone stava dicendo appunto che arrivava Nagy. Allora si affaccendarono per sistemare un microfono sul parapetto del balcone e appesero qualche grosso altoparlante a tromba sulla facciata del palazzo. Continuavano a picchiettare sul microfono, dicendo «uno, due, tre... si sente?» e il suono riecheggiava sulle facciate degli edifici tutt'attorno. Gli animi si rallegrarono e la piazza esplose in una gioiosa risata.

(...) Poi, dalle acclamazioni che giungevano a intervalli dalla scalinata principale si è capito che Imre Nagy era arrivato. La piazza ruggì, poi tacque, quasi a voler controllare se poteva ascoltare bene se stessa, poi ruggì di nuovo. Qualcuno effettivamente aveva annunciato che Nagy era arrivato. Da questo punto in poi, i miei ricordi si discostano da quelli degli altri. Quando uscì sul balcone (altri ricordano che era invece apparso a una finestra), alcuni si davano da fare per sistemare delle luci per illuminarlo, ma Nagy inciampò su qualcosa. Forse per un gradino troppo alto, forse per il nervosismo (mai prima di allora si era rivolto a una folla di queste dimensioni), oppure, molto semplicemente, non era adatto a quel ruolo per sua natura; ma forse era solo il pavimento del balcone, troppo inclinato. Ricordo che durante il suo discorso due uomini, ai suoi lati, lo sorreggevano nel vano della porta che dava sul balcone, per questo era tanto lontano dal microfono, per questo era così difficile afferrare quello che diceva. In quel fascio di luce puntato male non si vide altro che qualcuno che avanzava, inciampava, perdeva il cappello, spariva per un attimo. Nella folla cominciarono a serpeggiare le risate, perché era uno spettacolo ridicolo, ma non fu tutta la folla a ridere, ci furono macchie di risate che vennero subito soffocate per un senso generale di pudore.

In una rivoluzione non ci sono ingressi fastosi: non importa se il tuo arrivo è atteso da una città intera, non importa se sei Imre Nagy, tu sei come tutti gli altri. Ogni emozione era un'emozione di massa quella mite sera d'autunno, o meglio, solo la folla poteva legittimare o sopprimere le emozioni individuali. A tutt'oggi non capisco come ho fatto a resistere là fuori dalle tre del pomeriggio fino a mezzanotte senza sentire lo stimolo della fame né della sete né il bisogno della toilette.

La sua prima parola fu Compagni!
Questo saluto non piacque, tanto che la folla reagì immediatamente con fischi e proteste. «Non siamo compagni». La gente non solo pensava all'unisono e ricorreva alle stesse parole, ma era pronta a sbottare di rimando nello stesso istante. L'educazione bolscevica di Imre Nagy non gli fu d'aiuto in quel momento, a nulla serviva insistere con quella stupida storia dei compagni, nessuno voleva sentir nominare quella parola. C'era un linguaggio della rivoluzione, ereditato dal diciannovesimo secolo, ed erano queste le espressioni che avrebbe dovuto usare. «Miei giovani amici», o qualcosa del genere, fu il suo successivo tentativo, altrettanto insulso, e la folla respinse anche questo tono paternalistico. Infine: «Cittadini ungheresi». A queste parole venne ricompensato da uno strepito trionfale, anche se la frase parve restargli incastrata in gola. Ma era fatta! Era uscito, gli avevamo fatto vedere noi, lui aveva capito e ora anche questi avvenimenti sarebbero stati annoverati tra le grandi vittorie: la tradizione delle rivoluzioni borghesi era stata riconfermata. Il discorso stesso fu a malapena udibile attraverso il rimbombo e il crepitio del microfono, le urla di approvazione e di protesta, i fischi di giubilo o di ostilità. Tuttavia in quella piazza, cinquant'anni fa, non si aveva la sensazione che la rivoluzione avesse trovato il suo capo.

La prima fase della rivoluzione — che si potrebbe definire benevola e gioviale — vide la massiccia defezione dai corpi militari e di polizia, l'apertura dei magazzini delle fabbriche di armi, l'abbattimento rituale della statua di Stalin, opera di Sándor Mikus, poi anche segata, l'assedio all'edificio della radio su via Brody Sándor (ero ancora in piazza quando la voce giunse dalla direzione di via Nador, «Stanno sparando alla radio, stanno sparando alla radio») e i primi veri combattimenti per le strade. Questa fase terminò con un bagno di sangue.

Un mio caro amico si trovava davanti all'Hotel Astoria quando la folla stazionata nella strada semplicemente rifiutò di andarsene: stava bloccando un convoglio di carri armati russi e costrinse il capitano a sporgere la testa fuori dal suo blindato. «Che volete, perché siete venuti qui? Perché non ve ne andate a casa?», la folla gli urlò contro in ungherese e in russo. Il capitano urlò di rimando che era venuto a liberare la città dai banditi fascisti. Alla gente non ci volle molto per convincerlo che lì non c'erano né fascisti né banditi: c'erano studenti, operai, impiegati, scienziati. La rivoluzione ungherese — contrariamente all'opinione comune e malgrado tutti i suoi eccessi anticomunisti — non fu una rivoluzione antisocialista e ai suoi albori neppure una rivoluzione anticomunista, dato che intendeva fondare il suo ordinamento sulla proprietà pubblica e sul governo dei lavoratori. «Ma non sentite che vi parliamo in russo?».
Il capitano si difese dicendo che allora era stato ingannato. A sentir questo, la gente cominciò a festeggiare i russi, attaccando bandiere ungheresi sui carri armati, cosa che i soldati russi permisero, confusi com'erano, per mostrare le loro intenzioni pacifiche. In quel momento, un'altra colonna di carri sovietici avanzò da via Rákóczi e, quando la gente vide che anche questi erano decorati di bandiere ungheresi, si levò un urlo di gioia, «La rivoluzione è fatta! Andiamo al Parlamento!». Quel giovedì, la notizia che i russi stavano dalla nostra parte, che erano passati dalla nostra parte, si diffuse in un lampo.

(...) Il mio amico si spostò verso il Parlamento, dove vide altri carri sovietici: la gente ci saliva sopra per festeggiare se stessa e i soldati. Fu a questo punto che riecheggiarono gli spari. Sparavano nella folla con le mitragliatrici dai tetti degli edifici circostanti. In quei giorni la città si convinse che fosse l'odiata polizia di stato ad aprire il fuoco, ma gli storici pensano che i mitragliamenti dall'alto furono ordinati dal generale Ivan Szerov. La gente in basso correva a rifugiarsi sotto le arcate, solo i morti e i feriti rimasero nell'immensa piazza.
Annotazioni − (traduzione di Rita Baldassarre)
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