Da La Repubblica del 01/11/2005

Storia di un´icona e delle sue contraddizioni

Che Guevara. Ma si può ancora tifare per lui?

I segreti svelati e quelli che restano Dopo la sua mort le polemiche sui suoi scritti. Cinquant´anni fa il primo incontro con Castro. Due forti personalità molto diverse.

di Carlos Franqui

Nel luglio del 1956, la direzione del Movimento 26 di luglio mi inviò a Città del Messico per portare cinquemila dollari a Fidel Castro, che preparava la spedizione del Granma. Entrai nella prigione di Miguel Schultz, dov´erano detenuti Castro e i suoi compagni, e quando arrivai da loro, dopo aver pagato la classica mordida (bustarella) messicana, vidi che nel letto vicino a quello di Fidel riposava un giovane atletico e a torso nudo, che tutti soprannominavano "el Che". Vedendo che teneva in mano un pesante libraccio, gli chiesi che cosa stesse leggendo, e lui mi rispose: «I principi del leninismo, di Stalin». Gli replicai chiedendogli se non sapeva che Stalin era un criminale, e lui mi rispose arrabbiato: «Sei anche tu uno di quelli che credono alle calunnie imperialiste?». «Non sapevo che Nikita Krusciov, che accusò Stalin di essere un assassino nel suo rapporto al Comitato centrale, fosse una spia imperialista», risposi io. A quel punto intervenne Castro e troncò la discussione dicendo: «Meglio un solo capo cattivo che venti capi buoni che perdono la rivoluzione». Né Guevara né io in quel momento demmo alla pericolosa frase di Fidel l´importanza che meritava.
Sono stato un testimone d´eccezione di alcuni episodi e conflitti avvenuti fra Fidel e Guevara.
Guevara ebbe una forte influenza su Castro nei primi tempi dell´insurrezione. Fu il creatore della seconda piccola guerriglia, e il suo gruppo era più mobile e più intraprendente di quello di Fidel: fu in quel momento che Castro nominò il Che primo comandante della Sierra. Alla fine del 1957, Guevara creò il primo territorio libre, che subito l´esercito «spianò come una tavola», perché non esistevano le condizioni minime necessarie per la permanenza di quel territorio. Lì Guevara fu ferito per la seconda volta.
Fare le cose prima del tempo fu una delle caratteristiche del Che, che imponeva sempre i suoi dogmi e le sue idee a discapito della realtà. Mesi dopo, facendo tesoro della lezione di Guevara, Fidel creò un «territorio libero» intorno al comando di La Plata, che ebbe una grande importanza nella lotta guerrigliera. Per i tre mesi in cui durò l´offensiva dell´esercito contro la Sierra, Fidel, con le sue azioni e i suoi bollettini militari, impedì che Guevara e altri comandanti occupassero la scena dei combattimenti da protagonisti. Al termine dell´offensiva, Castro premiò Guevara, Camilo Cienfuegos, Almeida, Hubert Matos e altri comandanti, che con le loro colonne di qualche centinaio di uomini attraversavano l´isola da parte a parte, quando ormai l´esercito si rifugiava nelle caserme e non aveva più voglia di combattere.
In quel momento, Guevara tornò a essere protagonista, superando Fidel con le sue vittorie a Las Villas e la cattura della città di Santa Clara. E in quel momento emerse un nuovo conflitto: Fidel rimproverò per iscritto a Guevara di aver firmato il "Patto di febbraio" con il Direttorio rivoluzionario, da sempre bestia nera di Castro. Mentre le colonne ribelli marciavano su L´Avana, toccò a Camilo Cienfuegos la gloria di prendere il Campamento de Columbia, mentre il Che era distaccato a La Cabaña, una posizione militare di secondo ordine. Il Che introdusse a La Cabaña un implacabile plotone di fucilazione, mettendone a capo il dirigente della gioventù comunista e uomo dei sovietici Osvaldo Sánchez. A Fidel non diedero fastidio le fucilazioni, ma il fatto che venisse scoperta prima del tempo l´infiltrazione dei comunisti nell´esercito ribelle, cosa che rimproverò a Guevara. Un giorno, il Che, Raúl Castro e i comunisti ordinarono ai contadini di occupare le terre "liberamente". Fidel li sconfessò pubblicamente, affermando che la Legge di riforma agraria si sarebbe fatta al momento opportuno.
L´ora del Che, di Raúl e dei comunisti inizia con i contatti con i sovietici, prima della fine del 1959. Il Che fu nominato direttore della Banca nazionale e in seguito ministro dell´Industria e responsabile dell´economia cubana. Nel 1960, su ordine di Fidel, mette sotto sequestro le raffinerie di petrolio, provvedimento che dà inizio al conflitto con gli Stati Uniti. Al ritorno da un viaggio in Unione Sovietica e in altri Paesi comunisti, tra cui la Corea del Nord, il Che parlò alla televisione cubana delle «meraviglie, libertà e progressi» di quei Paesi, definendo se stesso come «Alice nel paese delle meraviglie». Seguendo i metodi sovietici, centralizzò tutto, soppresse l´autonomia delle imprese nazionali, eliminò le piccole imprese e gli artigiani, provocando la prima e definitiva rovina della rivoluzione castrista. Invece di sviluppare l´allora nascente industria leggera cubana, Guevara cercò di creare l´industria pesante e comprò dai Paesi del blocco sovietico grandi quantità di fabbriche inservibili, come lui stesso avrebbe riconosciuto anni dopo.
Il viaggio di Fidel in Unione Sovietica, nel 1963, e il suo accordo con Krusciov per trasformare Cuba nello zuccherificio del mondo comunista fu un colpo mortale per i piani industriali ed economici del Che. Nel 1964, il conflitto tra Guevara e Castro si aggrava per le simpatie del Che verso i cinesi e le sue critiche ai sovietici. In seguito, il ministero dell´Industria venne drasticamente ridimensionato, e Guevara capì che avrebbe finito col diventare un burocrate di seconda categoria, cosa che non avrebbe accettato.
Il discorso di Guevara, come rappresentante di Cuba, al seminario di Argel, che accusava l´Unione Sovietica di avere un atteggiamento colonialista nelle sue relazioni economiche con i Paesi poveri, portò il conflitto al punto di rottura.
Prima di tornare a Cuba, il Che passò da Parigi e tenne una conferenza alla Mutualité. Io entrai e mi sedetti nel punto più lontano possibile. Allora Guevara, ridendo, si avvicinò e mi disse: «Avvicinati, che non mangio mica la gente». Gli risposi: «Lo sai Che, ho le ossa e la pelle troppo dure perché qualcuno se le possa mangiare». A voce bassa, mi disse: «Franqui, con Fidel né matrimonio né divorzio». Quelle parole mi fecero pensare che il Che aveva rotto con Fidel e che avrebbe lasciato Cuba. Malato, tornai poco tempo dopo all´Avana, e Celia Sánchez mi raccontò che Fidel era molto angustiato perché non aveva avuto il tempo di parlare con Guevara, prima della sua partenza per l´Africa. Stanco di aspettare il colloquio con Fidel, una notte Guevara prese un aereo e se ne andò da Cuba, lasciando la sua lettera di commiato.
La brevità di questo resoconto mi impedisce di raccontare le peripezie, i conflitti e le sventure della campagna del Che Guevara, prima in Africa e poi in Bolivia, dove, solo e abbandonato, morì per mano nemica nell´ottobre del 1967.
Quando il Che morì, io, che lavoravo nell´Ufficio affari storici, venni convocato da Fidel, che mi diede la fotocopia del diario di Guevara, trasmessa dalla Associated Press. Fidel mi domandò: «Tu che a Radio Rebelde decifravi gli scritti e la calligrafia illeggibile del Che, dimmi se queste pagine ti sembrano sue». Le lessi varie volte e gli risposi di sì, che secondo me si trattava della sua scrittura. Fidel rispose che era dello stesso parere e aggiunse: «Erano mesi che avevamo perso i contatti con il Che, ma dal momento che sembra che la notizia della sua morte sia vera, devo comunicarla al popolo». Quindi mi mostrò la copia di una foto del Che, in cui compariva la cicatrice di una delle sue ferite.
Dato che avevano già cominciato ad accusarlo di aver ucciso il Che Guevara, Castro, basandosi sulla fotocopia diffusa, annunciò la morte del comandante Guevara. Scomparso il Che, Castro mandò, secondo le sue stesse parole, pubblicate sul Granma, mezzo milione di cubani, tra civili e militari, a fare guerre e guerriglie in America Latina e in Africa; ma non li mandò a Guevara in Bolivia, neanche uno delle migliaia di volontari latinoamericani addestrati a Cuba che erano disposti a unirsi al Che. Quarantasei anni dopo, Castro il distruttore è ancora al potere, con l´apartheid turistico ed economico che priva i cubani delle loro spiagge, alberghi, ristoranti e di ogni genere di prodotto, e che mantiene il suo apparato di propaganda con quel denaro che riceve dai peggiori capitalisti internazionali. Per il popolo: «Socialismo, terrore e fame». Morendo di fronte al nemico, solo e abbandonato, il Che si è trasformato in un mito mondiale, il mito del consumismo giovanile, il mito dell´insuccesso, mentre Castro usa i suoi presunti resti, trasportati dalla Bolivia e diventati un´orrenda statua, come simbolo per promuovere il turismo castrista. Neanche con la morte Guevara è riuscito a liberarsi di Castro.
Annotazioni − Traduzione di Fabio Galimberti

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