Da Narcomafie del 01/06/2006

La tragedia del Vajont - 4

Le donazioni: confusione e misteri

di Lucia Vastano

Gli italiani si mobilitarono subito per il Vajont. Gli aiuti - in denaro, vestiti e altro - vennero offerti con tempestività. Presso ogni giornale e la Rai TV, presso ogni partito politico, sindacato, parrocchia, comune, scuola, vennero aperte sottoscrizioni per aiutare le vittime, soprattutto i bambini rimasti orfani. Anche all'estero, dove quella tragedia colpì emotivamente l'opinione pubblica quasi come in Italia, vennero aperte sottoscrizioni. «A una settimana di distanza dal disastro del Vajont - si legge sul «Giorno»del 17 ottobre 1963 - le risposte agli appelli alla generosità, per soccorrere le vittime e i superstiti non accennano a diminuire. Anzi per molte zone, proprio negli ultimissimi giorni, le offerte sono state le più numerose e cospicue. 639 milioni di lire è la cifra globale registrata questa sera dalle varie sedi Rai, su cui confluiscono le offerte raccolte in centri grandi e piccoli. [...] Numerosissime le offerte di adottare gli orfani, anche da parte di famiglie di modesta condizione. [...] Con le cifre raccolte dalle sottoscrizioni aperte da alcuni enti e quotidiani e quelle stanziate dai vari consigli comunali e provinciali si è raggiunta globalmente la cifra di un miliardo e 627 milioni". In una settimana si raccolse, cioè, una cifra che corrisponde a circa 27 miliardi di lire del 2002.

Si mobilitarono anche capi di Stato esteri: re Baldovino del Belgio inviò un assegno di 650mila lire; a Innsbruck il capo del governo regionate del Tirolo consegnò al console italiano due milioni e mezzo. Si mossero tutti, dagli Stati Uniti, al Canada, all'Australia. Il quotidiano comunista l'«Unità» - che negli ultimi mesi del 1963 grazie agli articoli di Tina Merlin del dopo-tragedia, aumentò la tiratura di circa 5 milioni di copie - raccolse in pochi giorni altri 965 milioni.

Ma dove sono finiti tutti quei soldi?
Quanto è davvero arrivato in tasca ai superstiti?
Se è vero che i versamenti sono strati tutti meticolosamente registrati, donazioni di abiti usati incluse (a fianco del nome di ogni superstite veniva indicata la cifra riscossa), la maggior parte delle somme raccolte, incluse quelle esplicitamente destinate dai donatori a una persona precisa (in genere un bimbo rimasto orfano), è stata messa in un calderone comune e poi ripartita tra tutti i "superstiti". Ci fu una signora che arrivò in visita a Longarone.

Aveva seguito sui giornali con particolare commozione la vicenda del piccolo Fabio, scampato per miracolo alla morte. Da tempo gli scriveva lettere, gli inviava doni e denaro. Quando arrivò nella sua scuola chiese subito di lui. «Perchè non mi hai mai risposto, perchè non mi hai mai fatto sapere come stavi?» chiese al bambino.
«Ma io, signora, non ho mai visto le sue lettere» rispose il piccolo.
«Per non far dispiacere a nessuno - intervenne la maestra - i soldi, le lettere e i doni vengono distribuiti tra tutti».
Libri, soldi, giocattoli, vestiti vennero democraticamente divisi tra i superstiti senza distinzioni. Nemmeno tra chi ne aveva bisogno e chi no.

Ma nella distribuzione delle sottoscrizioni parte della confusione è da attribuire a una questione terminologica. Nella categoria "superstiti" vennero infatti accomunati sia le persone recuperate dal fango o scampate perchè in quel momento altrove (ma che avevano perso parenti e casa), sia i sinistrati (le cui case erano state danneggiate) sia gli sfollati, quasi tutti abitanti dei comuni di Erto e Casso, fatti evacuare dopo il 9 ottobre per "motivi di sicurezza".
Il numero dei "superstiti" dunque lievitò, anche perchè alcuni dei considerati tali avevano in realtà soltanto conservato la residenza in uno dei comuni disastrati ma ne erano emigrati da anni, senza più avere nel luogo d'origine nemmeno una casa di proprietà. Una grave carenza organizzativa, oltretutto, fece sì che molti dei "veri superstiti" (alcuni emigrarono per sempre, subito dopo aver seppellito i loro cari) non ebbero nulla mentre altri, privi di titolo ma solerti nel chiedere, ottennero un'abbondante fetta di torta. Ma oltre a questa madornale confusione si verificò anche qualcosa di più grave.

Diversi miliardi delle sottoscrizioni risultano spariti nel nulla. Non si sa, per esempio che fine abbia fatto la raccolta della RAI TV (circa un miliardo e mezzo di lire dell'epoca soltanto nei primi giorni. Nel «Giorno» del 13 ottobre si legge: «Bloccati per le offerte i telefoni della RAI»). Come sono stati spesi, da chi e a che titolo?
Sono davvero arrivati a Longarone e nei paesi coinvolti dolla tragedia?
Pare che, non si sa come, i soldi di una sottoscrizione arrivata dal Canada (raccolta dalla "Fameja Furlana al fogolar") si siano fermati a Ferrara, dove venne costruito un quartiere residenziale. Di certo si sa soltanto che molti aiuti si persero per strada. Il «Corriere della Sera» distribuì parte dei soldi raccolti direttamente ai superstiti. Con la somma rimanente fece costruire un intero quartiere e donò gli appartamenti al Comune. Ma la giunta, invece di metterli a disposizione dei superstiti a un prezzo vantaggioso, decise di venderli al migliore offerente, chiunque insomma si aggiudicasse l'asta, fosse o meno superstite o sfollato del Vajont.

«Con i soli soldi raccolti dai giornali, tutti noi superstiti avremmo potuto vivere per sette generazioni senza stringere la cinghia. E avremmo ricostruito i paesi come ci piaceva, sul modello di quelli di un tempo» ci dicono in molti. «Il Vajont ha fatto duemila vittime - si sfoga Giuseppe Vazza - ma lo Stato e chi si è occupato del "dopo" hanno rovinato un'intera regione. Vedere andare i soldi a chi è più furbo e più lesto ha sfaldato il senso sociale della comunità. In quel calderone che fu il dopo-Vajont non si distinsero più le vittime dagli speculatori, chi aveva perso tutto da chi non aveva perso niente. Tra la popolazione si è rotta la solidarietà perchè i più disperati, quelli che nel cuore avevano solo il dolore e lo strazio di piangere i morti, si sono dovuti accontentare delle briciole e delle transazioni. Gli altri, mentre questi piangevano, hanno continuato a chiedere e a prendere. I soldi piovuti in questa terra, senza alcun criterio di giustizia, hanno portato al degrado morale, hanno sfaldato il tessuto sociale e diviso la gente».

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Documenti


9 ottobre 1963, ore 22.39
La tragedia del Vajont

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