Da Narcomafie del 01/06/2002

La tragedia del Vajont - 5

La memoria offesa

I parenti delle vittime chiedono di scavare nelle zone in cui potrebbero trovarsi i resti dei loro cari.
Ma un giorno, su di un'area che l'Unesco vorrebbe dichiarare "parco della memoria" e che una perizia geologica giudica a rischio di frana, spunta un salumificio

di Lucia Vastano

Prima di quel dannato 9 ottobre, vicino al greto del torrente Maè, i bambini della zona avevano il loro campetto di calcio. Qui venivano a giocare le partite ufficiali le squadrette locali, qui venivano tutti i giorni, dopo la scuola, i ragazzini per dare sfogo alla loro vitalità. Era un bel prato che partiva dalle sponde del Maè per poi salire delicatamente verso la frazione Pirago di Longarone di cui, dal basso, si distingueva nettamente il campanile. Doveva essere bello essere bambini in questo posto. Chissà quante avventure, vere o immaginarie, si svolsero in quello straordinario parco giochi naturale. Chissà quanti bambini giocarono a nascondino dietro le colonne portanti del ponte della ferrovia, mentre lì sopra passava il treno che portava a Cortina d'Ampezzo correndo lungo le sponde del Piave.

La grande onda che spazzò via Pirago ha trasformato quel campetto di calcio in un cumulo di detriti, anzi in una montagna di detriti che sale impervia da entrambe le sponde del torrente che, quella notte soltanto, si gonfiò di acqua come un fiume vero prima di confluire nel Piave.

In mezzo a quella montagna di detriti c'è ciò che resta di pareti di cemento, travi portanti, lamiere contorte, cavi della luce e del gas, letti, armadi, cucine, utensili, giocattoli. In mezzo a quella montagna di detriti c'è la gente che abitava dentro quelle case, i morti di Longarone e Pirago mai ritrovati. Là dove prima c'era il campetto di calcio, ora c'è il loro cimitero, senza croci e fiori.

L'OSSO DI ARMANDO

Non è difficile, ma bisogna conoscere la strada, per arrivare oggi al greto del Maè. Si deve passare sotto il ponte della ferrovia che un tempo arrivava fino a Cortina. «Questo è un muro portante di casa mia» ci dice Armando Fontanella con voce tremolante mentre scendiamo per arrivare al torrente. Armando ancora spera, un giorno, di ritrovare il corpo del nipotino, figlio di sua sorella, morta anche lei nella disgrazia. Sarà per questo, più che per pescare qualche trota, che quando può risale lungo il Maè.

Non sa neanche lui che cosa spera di trovare, ma il 14 maggio 2000 quasi gli viene a mancare il fiato. Proprio in quel luogo che per lui è oramai un sacrario vede spuntare un osso. Non gli sembra di un animale e per questo lo porta immediatamente al pronto soccorso dove un medico gli conferma che potrebbe trattarsi dell'omero di un bambino di dodici-tredici anni.
Armando pensa al nipote morto 37 anni prima. Quel reperto, diventato farmoso a Longarone come "l'osso di Armando", viene consegnato alla questura di Belluno. Nel verbale di acquisizione da parte della polizia viene attestato che è «presumibilmente di provenienza umana».

Armando è contento. Spera di poter dare degna sepoltura a quello che resta del suo nipotino, a fianco della sua mamma che già riposa nel cimitero di Fortogna, e spera anche che con questo ritrovamento si faccia finalmente quello che secondo lui andava fatto da tempo: avviare gli scavi di ricerca sulle sponde del Maè.

Ma passa il tempo e nessuno fa sapere più nulla ad Armando. Nessuno si preoccupa di comunicargli il responso del patologo, se non altro per sedare quell'agitazione che gli ha preso dal giorno del ritrovamento. Dopo qualche mese è allora lui a farsi avanti, a chiedere notizie. Gli viene detto che il suo osso è stato gettato via in quanto, secondo il patologo, si trattava dell'arto di un animale. Forse un cane o una vacca. Armando passa dalla delusione al sospetto: «Mi sembra impossibile. Io potrei anche essermi sbagliato, ma il medico del pronto soccorso? Possibile che abbia preso un tale svarione? D'altra parte a Longarone lo sanno tutti che qui ci sono i morti del Vajont. La mattina dopo la tragedia avevo diciannove anni, sono subito venuto qui per cercare di recuperare i miei morti. C'erano anche i militari dell'esercito, bravi ragazzi costretti a fare i becchini. Lo strazio era tanto anche per loro. Mi hanno suggerito di andarmene, di chiudere gli occhi e di non guardare. Hanno cominciato a buttare palate di terra e ad accumulare detriti su detriti. Allora c'era un'altra grossa preoccupazione: impedire il diffondersi di epidemie.
Non biasimo chi disse allora di ricoprire in fretta tutta quell'area, ma non riesco a darmi pace per quello che non fu fatto poi, in tutti questi anni».

LA CORRIERA FANTASMA

«Non riesco a darmi pace».
È una frase che abbiamo sentito molte volte raccogliendo le testimonianze della gente di qua. Non è facile nemmeno per noi rimanere distaccati mentre camminiamo lungo il torrente, cercando di immaginare un prato e un campetto di calcio al posto dell'attuale parete di terra e di pietre ricoperta di sterpaglie.
Risaliamo lungo il Maè. Ecco un falcetto arrugginito spuntare dalla ghiaia, di quelli che si usavano una volta, tanti anni fa. E poi ecco il manico di una pentola, i denti di un rastrello, made in Austria. Ci sono pietre squadrate, travi d'acciaio contorte, tubi del gas. Non serve nemmeno scavare, dalle pareti emergono i resti di un paese che fu. Impossibile credere che lì sotto non vi siano persone. Il pomeriggio, quando andiamo a incontrare Pierluigi De Cesero, il sindaco di Longarone, ci accompagna una piccola "delegazione" di superstiti, tra cui Renzo Scagnet, che ha in mano i "reperti" trovati lungo gli argini.
«Perchè - chiediamo al sindaco - non si è mai scavato sugli argini del Maè? Perchè non usare a questo scopo parte di quei 77 miliardi appena ottenuti per la transazione con l'Enel?». De Cesero ha tanti progetti con quei soldi (vedi intervista p. 24). Non esclude che la richiesta dei suoi concittadini possa finalmente essere soddisfatta. È giovane, al tempo della disgrazia non era ancora nato, ma anche la sua famiglia ha dei morti da piangere. Ci mostra la fotografia di un cuginetto che non ha mai visto. Sembra che dorma, ma è sporco di fango. Fu attraverso quella foto che i suoi parenti diedero un nome a quel corpicino ritrovato lungo il Piave.

Qualche giorno dopo la nostra visita lungo il Maè succede qualcosa di strano. La mattina di sabato 20 aprile, sotto una pioggia scrosciante, arriva sul greto del torrente una ruspa scortata dai militari. «Alla prefettura di Belluno - ci racconta al telefono Fabiano Filippin, giornalista di quotidiani locali che da anni segue le vicende legate al dopo Vajont - ci hanno detto che è arrivata la segnalazione che due testirnoni avrebbero visto, otto mesi dopo il disastro, i resti di un automezzo. Stavano lavorando sul greto del torrente per consolidare il ponte della ferrovia danneggiato dall'onda quando, con la benna di un escavatore, agganciarono una corriera. Aprirono lo sportello e furono investiti da un forte odore di corpi in decomposizione. Per ordine del loro capo squadra tutto venne nuovamente risepolto, forse per paura che i lavori che stavano eseguendo venissero sospesi, o forse perchè stavano scavando al di fuori dall'area di loro competenza. La mattina in cui sono arrivate le ruspe, per ordine della procura, è intervenuta anche una squadra dell'esercito munita di potenti metal-detector. La zona fu bombardata a più riprese durante l'ultima guerra e c'era il rischio che le ruspe, scavando, potessero incappare in qualche bomba inesplosa. I militari hanno passato al setaccio un tratto del greto del torrente senza però alcun risultato. Non vorremmo che con questo intervento si sia voluta chiudere una volta per tutte la questione del recupero delle salme. Oltretutto, questi scavi estemporanei sono stati effettuati in una zona, il greto del fiume, nella quale è difficile siano finite le vittime, con tutta probabilità invece ancora sotto quella montagna di detriti che sono ora le sponde del torrente».

STRANI RUMORI DAL SOTTOSUOLO

Uno dei testimoni è Alvise Maso, che al tempo del ritrovamento aveva diciannove anni ed era uno degli operai che lavoravano sul greto del Maè. «Per anni mi sono tenuto il peso di quello che avevo visto. Quella corriera era diventata un incubo, mi ha tolto il sonno». Così si è deciso e ha raccontato la sua storia a Micaela Coletti e Gino Mazzorana, coordinatori del Comitato dei sopravvissuti del Vajont, che hanno subito inviato un esposto a Mario Fabbri, Procuratore della Repubblica di Belluno, lo stesso magistrato che si occupò delle indagini al tempo del disastro. Da lì, l'arrivo delle ruspe.

«Possiamo anche pensare che quegli operai abbiano disseppellito una corriera otto mesi dopo la frana - dice il sindaco De Cesero - ma sarei molto più scettico sul fatto che in quel mezzo fossero sepolti anche passeggeri. Non ci sono agli atti denunce di scomparsa che suffraghino questa ipotesi, nemmeno straniere».

Altri due testimoni hanno però confermato la versione di Maso.
E poi c'è una vecchia storia, diventata quasi una leggenda popolare. Si racconta che quella notte del '63 anche una corriera di turisti, forse tedeschi o austriaci, fu inghiottita dall'onda. Ad avallare questa ipotesi fu il ritrovamento nel Piave del corpo, mai riconosciuto, di una giovane donna, alta e bionda. Ma nessuna ambasciata estera denunciò la scomparsa di connazionali. Ora, dopo la denuncia di Maso, la stampa tedesca è tornata a occuparsi della vicenda della "corriera fantasma" che potrebbe essere sepolta proprio qui, sulle sponde del Maè.

La famiglia di Sebastiano Filippin, padre di Fabiano, abitava sulla sponda del lago creato dalla diga. La sua casa è stata tra le prime a essere investite dall'onda che si portò via i suoi genitori, uno zio e i suoi cinque fratellini piccoli. «Nei giorni precedenti il disastro mia madre continuava a piangere» racconta Sebastiano, che come i suoi tre fratelli maggiori si è salvato perchè era a Belluno per lavorare.
«Continuava a chiedere a destra e manca che ci trasferissero altrove, ma nessuno le diede retta, nessuno volle aiutarla a mettere al sicuro la sua famiglia, anche se i segnali inviati dalla montagna erano davvero allarmanti: da tempo si sentivano rumori strani provenire dal sottosuolo, e diventavano sempre più frequenti le scosse di terremoto. In seguito ai continui smottamenti l'acqua del lago era arrivata alla soglia di casa e per entrare ci si bagnava le scarpe».

Forse non si accorsero di niente. Forse non ebbero nemmeno il tempo di dire una preghiera. Gli otto familiari di Sebastiano sparirono tutti nel nulla quella notte. «I detriti e la montagna franata riempirono tutto l'invaso del lago, oltre duecento metri di profondità e crearono anche una montagna di terra di riporto. Lì sotto, con tutta probabilità, ai piedi della montagna di fronte, su cui si infranse l'onda prima di scavalcare la diga, ci sono i miei cari e tutti gli abitanti di Erto e Casso mai ritrovati. Qualche giorno fa a noi superstiti è toccato subire l'ultima beffa. Proprio in quest'area che un progetto dell'Unesco vorrebbe dichiarare area protetta e Parco della Memoria hanno appena inaugurato un salumificio. Un vero insulto alla memoria dei morti e alla sensibilità dei loro familiari. È una speculazione immorale».

LA STORIA SI RIPETE

Ribadisce Guglielmo Cornaviera: «Abbiamo scritto a tutti, anche al Presidente della Repubblica, e tutti ci danno ragione. Peccato che nessuno si assuma la responsabilità di inviare sul posto le ruspe. Credo che in altri luoghi del mondo avrebbero avuto più sensibilità. Lo ha detto pure Marco Paolini, richiamandosi alla tradizione ebraica, che questa terra è sacra perchè bagnata dal sangue di migliaia di innocenti».

Di quel salumificio ce ne aveva parlato il sindaco di Erto e Casso, Luciano Pezzin: «Fra poco inaugureremo la zona industriale, che creerà nuove occasioni di lavoro». I superstiti che erano presenti alle nostre interviste hanno voluto portarci a visitarla a tutti i costi. Il salumificio si trova lungo la strada che da Erto porta a Longarone, poco sopra la diga.
È costruito a ridosso di una parete rocciosa «Questa qui sotto è terra caduta dal monte Toc - spiega Sebastiano - e nasconde tutto quello che l'onda ha travolto, alberi, bestie, case e persone. Che senso ha questo salumificio? Perchè costruirlo proprio qui?».
Sulla frana del monte Toc sono cresciuti alberi ed erba. Il paesaggio intorno è stupendo e nel religioso silenzio della zona, il prefabbricato di cemento del salumificio irrompe quasi come una bestemmia.

Perchè qui? La domanda diventa perfino inquietante se si legge la relazione geologico-tecnica rilasciata al comune di Erto e Casso dallo studio di geologia applicata Mario Fogato di Pordenone.
Ecco cosa viene scritto nell'estratto:

«Condizioni geostatiche del versante.
Il versante posto a nord della prevista zona industriale non presenta segni di instabilità in atto o potenziali. Sono molto probabili, invece, distacchi di massi dalle pareti rocciose che potrebbero scendere fino alla zolla in oggetto. A tal fine sono state valutate le modalità di discesa dei massi, le loro traiettorie e le loro velocità di discesa e di arrivo sulla zona industriale. I massi potrebbero staccarsi dalle pareti rocciose poste a quota 1700/1800 metri s.l.m. e scendere lungo il versante, rotolando e rimbalzando fino all'area in esame. Per la messa in sicurezza della zona industriale dall'arrivo massi si propone di formare, a monte dell'area, un vallo avente una larghezza di 8 metri, una lunghezza di 200 metri e un'altezza variabile tra i 10 e i 5 metri. Per circa 100 metri il fianco sud avrà un'altezza variabile tra 8 e 12 metri, mentre la rimanente parte oscillerà tra i 6 e i 7 metri. Il parametro a monte dell'opera difesa sarà verticale mentre quello a valle sarà inclinato di 45 gradi. Lo spessore della corona sarà di 2/3 metri mentre la base avrà una larghezza oscillante tra gli 8 e i 12 metri. Il fianco sud del vallo dovrà essere realizzato con gabbioni di dimensioni 1x1x2 metri sovrapposti e collegati in testa da una trave di calcestruzzo a forma di "L". La definizione progettuale dell'opera sarà effettuata sulla base di rilievi topografici e geomorfologici di dettaglio in fase di progetto esecutivo».
ll 13 giugno 2000 sono cominciati i lavori per la costruzione del salumificio, poi inaugurato agli inizi di maggio 2002. Ma delle opere di protezione nemmeno l'ombra.
UN TERRENO CHE FA GOLA

Due giorni dopo l'avvio del cantiere, Italo Filippin aveva presentato la sua denuncia nell'ufficio del comando dei Carabinieri di Cimolais: «Era un atto dovuto. A quel tempo ero consigliere comunale di minoranza».
Il sindaco in carica Sebastiano Corona, e il suo predecessore Giovanni De Lorenzi, attuale vice-sindaco, erano entrambi tirati in ballo nella denuncia. «Le irregolarità erano molte. Antonio De Bona, perito comunale incaricato di dare il parere sulla fattibilità dell'opera, ne era contemporaneamente anche il progettista, il direttore dei lavori e il responsabile della sicurezza del cantiere. All'inizio dei lavori non fu presentata la relazione geologica, comparsa solo in seguito, che dava un parere negativo senza precisi vincoli di sicurezza. Per la lavorazione delle carni, la legge prevede inoltre particolari norme igienico-sanitarie. Ma l'acquedotto fu costruito solo in seguito, mentre non esistono servizi di smaltimento rifiuti e di fognatura».

Sembra quasi che quel salumificio lo si sia voluto lì a tutti i costi, a ridosso di quella parete di roccia pronta a rotolare giù. Ma perchè? Difficile trovare un motivo se non nella vendita del terreno da parte dei proprietari al comune di Erto e Casso per un prezzo di sei volte superiore a quello del suo reale valore.
Tra i proprietari del terreno è risultato anche il vice-sindaco De Lorenzi e numerosi suoi parenti.
Vi è inoltre la storia di un pozzo artesiano costruito nell'area industriale costato una cifra ingente e mai utilizzato. Per le infrastrutture già realizzate il Comune ha già speso un miliardo di lire e sarà necessario investirne perlomeno un altro, senza contare la messa in sicurezza dal pericolo della caduta di rocce. Nel salumificio "ditta Vazzà", a conduzione familiare, non sono state fatte assunzioni.

Nel frattempo arriva pure una querela per diffamazione per mezzo stampa da parte del vice-sindaco nei confronti di quei giornalisti locali che, come Fabiano Filippin, cercano di scavare a fondo nella questione. La Procura della Repubblica di Bolzano, competente sul territorio per uno strano gioco della legge sulla stampa, non la pensa come De Lorenzi e decide di archiviare il fascicolo.
Diverso è il comportamento del gip nei riguardi di De Lorenzi per la querela presentata da Cornaviera, da lui pesantemente insultato. Viene infatti deciso di procedere. Cornaviera è difeso da Sandro Canestrini, che fu l'avvocato di parte civile del comune di Erto e Casso nel processo de l'Aquila e dove fu autore di una memorabile arringa di 16 ore.

«Io non perdonerò mai» ci siamo sentiti dire dalla maggior parte dei superstiti "veri" che oramai, come dicono da queste parti, non riempirebbero più nemmeno una corriera.
«Non possiamo perdonare chi non ha mai sentito il dovere di farsi vedere per chiedere scusa. Prima del perdono, ci vuole la giustizia».

Ma cosa chiedono, in fondo, le persone che abbiamo incontrato a Longarone, Erto e Casso? Chiedono il rispetto e il diritto di essere ascoltati, prima di prendere decisioni che riguardino la memoria dei loro morti; chiedono di veder ricostruire senza sfarzi o sprechi quello a cui tengono davvero come comunità, la vecchia chiesetta di Pirago, un museo alla memoria.
Chiedono che si faccia il possibile per recuperare i resti dei loro morti o che perlomeno li si lasci riposare in pace e con dignità.
Chiedono una lapide per ricordare i bimbi che stavano per nascere - erano una ventina le donne in attesa morte quella notte - e chiedono di avere dal tribunale dell'Aquila le foto dei loro parenti.
Chiedono che il 9 ottobre 1963 venga ricordato in tutta Italia e che nei libri di storia delle scuole si parli anche del Vajont.
Chiedono, in fondo, poco. Ma in quasi quarant'anni, questo poco nessuno gliel'ha mai dato.

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Documenti


9 ottobre 1963, ore 22.39
La tragedia del Vajont

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di Marco Corrias edito da Mondadori, 2006

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